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Mi girai per vedere se il tenente respirava ancora e scorsi come in un lampo che si era alzato sul ginocchio e impugnava qualcosa di lucente che…

… mi pugnalò al cuore.

O meglio, mi avrebbe trapassato il cuore, se non mi fossi girato nell’istante che la lama impiegò a trapassare il giubbotto, il maglione e la carne. In realtà la lama mi colpì al torace e raschiò una costola. Sul momento non sentii dolore, ma una scossa… una vera e propria scossa elettrica. Ansimai e cercai di afferrargli il polso. Vidi saettare la lama, stavolta più in alto; ma avevo le mani scivolose per l’acqua marina e per il mio stesso sangue e non riuscii a fare presa sul suo polso. Riuscii solo a spingerglielo in basso, usando la barretta metallica che collegava le manette, mentre lui cercava ancora di colpirmi, una pugnalata dall’alto che sarebbe passata sopra la stessa costola e mi avrebbe centrato il cuore, se la pressione delle manette non avesse rallentato il movimento e la ricetrasmittente nella tasca del giubbotto non avesse deviato la lama. Anche così, sentii di nuovo l’acciaio lacerarmi la carne e barcollai all’indietro, tentando di ritrovare l’equilibrio sul tappeto in lenta ascesa.

Sentii confusamente l’esplosione alle mie spalle: la lama del coltello aveva centrato il pulsante d’invio. Non mi girai a guardare, anche se avevo ritrovato a gambe larghe l’equilibrio. Il tappeto stava prendendo quota: ora si trovava a una decina di metri dalla superficie dell’oceano e continuava a salire.

Anche il tenente era balzato in piedi e aveva assunto la posizione tipica dell’esperto nel combattimento col coltello. Ho sempre odiato le armi da taglio. Ho scorticato animali e sventrato innumerevoli pesci; però, anche quando ero nella Guardia Nazionale, non capivo come gli uomini potessero fare la stessa cosa ad altri uomini, soprattutto a distanza ravvicinata. Avevo un coltello alla cintura, ma non ero in grado di tenere testa a quell’uomo. Mi restava una sola speranza: estrarre la rivoltella. Ma era un movimento difficile, per uno che è ammanettato: tenevo la pistola sul fianco sinistro, calcio in avanti per estrarla con la destra, ma ora dovevo usare tutt’e due le mani, scostare il giubbotto, aprire la fondina, estrarre la pistola, puntare…

Il tenente tirò un colpo al bersaglio grosso, un fendente da sinistra a destra. Saltai all’indietro sul bordo del tappeto, ma ero in ritardo: la piccola lama affilata mi tagliò carne e muscolo sul dorso del braccio destro, proteso a prendere la pistola. Stavolta sentii il dolore e mandai un grido. Il tenente sorrise. Sempre acquattato, sapendo che non avevo dove andare, avanzò di mezzo passo e vibrò in avanti il coltello, in un arco destinato a sventrarmi.

Quando mi aveva colpito, mi stavo girando sulla destra; ora continuai il movimento e mi tuffai dal tappeto hawking, con stile perfetto, mani di fronte al corpo mentre urtavo l’acqua dieci metri più in basso. L’oceano era salato e buio. Non avevo nemmeno inspirato a fondo prima di colpire l’acqua e per un orribile attimo non capii letteralmente da quale parte fosse l’alto. Poi vidi il bagliore delle tre lune e scalciai in quella direzione. Emersi con la testa in tempo per vedere il tenente ancora in piedi sul tappeto hawking che ora distava trenta metri dalla piattaforma e forse venticinque dall’acqua e continuava a salire. Si sporgeva in avanti e guardava nella mia direzione: pareva aspettare che tornassi, per concludere il combattimento.

Non sarei certo tornato, ma volevo anch’io concludere il combattimento. Cercai a tentoni la rivoltella, aprii la fondina, estrassi l’arma e cercai di tenermi a galla sulla schiena per prendere la mira. Il bersaglio saliva e presto sarebbe scomparso, ma si stagliava ancora contro l’incredibile luna, mentre tiravo indietro il cane e tenevo ferme le braccia.

Il tenente aveva lasciato perdere me e si era girato verso la confusione sulla piattaforma: in quel momento i soldati aprirono il fuoco. Mi precedettero di un secondo. Non credo che avrei centrato il tenente, da quella distanza. Ma era impossibile che i soldati lo mancassero.

Almeno tre nugoli di fléchettes lo colpirono nello stesso istante, sbattendolo giù dal tappeto hawking come un sacco di biancheria lavata lanciato in aria. Vidi la luce delle lune attraverso il corpo crivellato che cadeva verso le onde. L’attimo dopo, uno squalo multicolore mi sfiorò… mi spinse addirittura da parte, nella bramosia d’azzannare la massa sanguinolenta che era stata il tenente della Pax.

Rimasi lì a galla ancora un secondo, guardando il tappeto hawking, finché qualcuno sulla piattaforma non lo afferrò al volo. Avevo avuto l’infantile speranza che il tappeto facesse un’ampia curva e tornasse a prendermi, mi tirasse fuori dell’acqua e mi riportasse alla zattera, in quel momento un paio di chilometri a nord di lì. Mi ero affezionato al tappeto hawking (ero compiaciuto di far parte del mito e della leggenda che rappresentava) e nel vederlo volare via da me per sempre in quel modo, mi sentii rivoltare lo stomaco.

Avevo davvero la nausea. Tra le ferite e l’acqua ingerita (per non parlare dell’effetto dell’acqua salata sulle ferite) la nausea era reale. Continuai a stare a galla, movendo i piedi per tenermi con la testa e le spalle fuor d’acqua, impugnando a due mani la pesante rivoltella.

Per nuotare, avrei dovuto spezzare con un colpo le manette. Ma come potevo riuscirci? La barretta d’acciaio che le collegava era lunga solo la metà del mio polso; per quanto mi contorcessi, non riuscivo a sistemare il muso della rivoltella in modo da tranciare con un proiettile la barretta metallica.

Intanto le pinne avevano smesso di girare intorno ai resti del tenente e si allontanavano dal banchetto. Sapevo di perdere molto sangue. Sentivo la chiazza appiccicosa sul fianco e sul dorso del braccio, dove il sangue salato gocciolava nel mare salato. Se quelle creature assomigliavano solo un poco ai dorso-a-sciabola o agli squali, sentivano l’odore del sangue a chilometri di distanza. La mia unica speranza era di nuotare fino alla piattaforma, usando la rivoltella sulle prime pinne che si fossero avvicinate, aggrapparmi se possibile a un pilone e tirarmi fuori o chiamare aiuto. Non avevo altre speranze.

Mi lasciai andare sul dorso, mossi i piedi, mi girai sullo stomaco e cominciai a nuotare invece verso nord, verso l’oceano aperto. Già una volta quel giorno ero stato sulla piattaforma. Bastava e avanzava.

34

Prima d’allora non avevo mai provato a nuotare con le mani legate davanti al corpo. Mi auguro di tutto cuore che non mi tocchi mai più ripetere l’esperienza. Solo l’alta salinità di quell’oceano mi mantenne a galla, mentre scalciavo, mi dibattevo, mi dimenavo per avanzare verso nord. Non avevo una vera speranza di raggiungere la zattera: circa un chilometro a nord della piattaforma, la corrente diventava più forte e il nostro piano prevedeva di tenere la zattera il più lontano possibile dalla stazione senza uscire dall’invisibile fiume nell’oceano.

Nel giro di qualche minuto inoltre gli squali cominciarono di nuovo a girarmi intorno. Sotto le onde vedevo benissimo i loro colori brillanti, elettrici; quando uno squalo si muoveva come per attaccare, smettevo di agitare le braccia, mi tenevo a galla e gli mollavo un calcio in testa per tenerlo a bada, proprio come avevo visto fare al povero tenente. Il sistema pareva funzionare. Quei pesci erano indubbiamente micidiali, ma anche stupidi: attaccavano uno per volta, come se seguissero una scala gerarchica, così li prendevo a calci sul muso uno per volta. Ma era un procedimento estenuante. Un attimo prima d’essere assalito, avevo iniziato a togliermi gli stivali (il cuoio inzuppato mi tirava a fondo) ma il pensiero di colpire a piedi nudi quelle teste arrotondate e zannute m’indusse a tenerli il più a lungo possibile. Inoltre mi convinsi presto di non poter nuotare impugnando la rivoltella. Quando attaccavano, quelle creature simili ai dorsi-a-sciabola si tuffavano, perché emergere sotto la preda pareva il loro sistema d’aggressione preferito, e non ero sicuro che un proiettile di una vecchia sparapiombo avrebbe ottenuto grandi risultati, se avesse dovuto attraversare un paio di metri d’acqua. Alla fine rimisi nella fondina la rivoltella e presto rimpiansi di non averla lasciata cadere a fondo. Tenendomi a galla e rigirandomi per non perdere di vista le coppie di pinne, alla fine mi tolsi gli stivali e lasciai che si perdessero negli abissi. Quando lo squalo seguente mi assalì, lo scalciai con forza e sentii che sopra il minuscolo cervello aveva pelle ruvida, simile a carta smerigliata. La creatura tentò d’azzannarmi i piedi, ma si allontanò e riprese a girare in tondo.