Aenea mi diede un sorso d’acqua dalla mia borraccia. — Circa trenta ore — disse poi.
— Trenta ore! — Cercai di gridare, ma emisi solo un gemito. A. Bettik girò intorno alla tenda e si accovacciò con noi all’ombra. — Ben tornato, signor Endymion.
— Dove siamo?
Rispose Aenea. — A giudicare dal deserto, dal sole e dalle stelle della scorsa notte, quasi sicuramente ci troviamo su Hebron. A quanto pare, navighiamo lungo un acquedotto. Al momento… be’, guarda da te, è meglio. — Mi sostenne per le spalle, in modo da consentirmi di guardare al di là delle rive di cemento del canale. Solo aria e alture lontane. — Siamo a circa cinquanta metri da terra, su questa sezione d’acquedotto — disse Aenea, rimettendomi con la testa sullo zaino. — Come negli ultimi cinque o sei chilometri. Se c’è stata un’interruzione dell’acquedotto… — Sorrise tristemente. — Non abbiamo visto nessuno, neppure un avvoltoio. Aspetteremo di giungere in una città.
Corrugai la fronte e provai a cambiare la posizione, ma avevo il fianco e il braccio irrigiditi e trovai doloroso anche quel minimo movimento. — Hebron? Non era…
— Occupato dagli Ouster? — terminò per me A. Bettik. — Sì, risultava anche a noi. Non importa, signore. Saremo felici di chiedere cure mediche per lei agli Ouster… più felici che di chiederle alla Pax.
Guardai il medipac sistemato accanto a me. Dei cavetti lo collegavano al petto, al braccio, alle gambe. La maggior parte delle spie luminose palpitava di luce gialla. Non era buona cosa.
— Le tue ferite sono chiuse e disinfettate — disse Aenea. — Ti abbiamo dato tutto il plasma del vecchio medipac. Ma te ne serve altro… e forse hai un’infezione che gli antibiotici multispettro non riescono a debellare.
Questo spiegava la sensazione di febbre che sentivo sotto la pelle.
— Forse causata da qualche microrganismo nell’acqua di Mare Infinitum — disse A. Bettik. — Il medipac non riesce a diagnosticarlo. Sapremo di cosa si tratta quando l’avremo portata in un ospedale. Pensiamo che questo segmento del Teti condurrà all’unica grande città di Hebron…
— Nuova Gerusalemme — mormorai.
— Esatto. Anche dopo la Caduta, era famosa per il Centro Medico Sinai.
Tentai di scuotere la testa, ma smisi subito, per il dolore e le vertigini. — Ma gli Ouster…
Aenea mi passò sulla fronte un panno bagnato. — Troveremo chi ti aiuti, Ouster o non Ouster.
Un pensiero cercò di farsi strada nel mio cervello ottenebrato. Attesi che si manifestasse compiutamente. — Hebron… non aveva… non credo che avesse…
— Ha ragione, signore — disse A. Bettik. Diede un colpetto al libro che aveva appena consultato. — Secondo la guida, Hebron non faceva parte del Teti e aveva un unico terminal di teleporter, a Nuova Gerusalemme, anche nei tempi d’oro della Rete. Ai visitatori di altri pianeti non era consentito lasciare la capitale. Qui tenevano in gran conto riservatezza e indipendenza.
Guardai scorrere le pareti dell’acquedotto. All’improvviso fummo fuori della grande condotta e continuammo a muoverci fra alte dune e rocce bruciate dal sole. Il caldo era tremendo.
— Ma il libro sbaglia di sicuro — disse Aenea, bagnandomi di nuovo la fronte. — Il portale era lì… e noi siamo qui.
— Sei certa… che sia… Hebron? — mormorai.
Aenea annuì. A. Bettik mi mostrò il braccialetto comlog. L’avevo dimenticato. — Il nostro amico meccanico ha fatto un buon rilevamento delle stelle — disse l’androide. — Siamo su Hebron e… direi… solo a qualche ora di distanza da Nuova Gerusalemme.
A quel punto fui assalito dal dolore; cercai di non farlo capire, ma evidentemente mi contorsi. Aenea estrasse l’iniettore di ultramorfina.
— No — dissi, tra le labbra screpolate.
— Questa è l’ultima, per un poco — mormorò Aenea. Udii il sibilo e sentii diffondersi la benedetta insensibilità. "Se c’è un dio" pensai "è un analgesico."
Quando ripresi i sensi, le ombre si erano allungate e ci trovavamo al riparo di un basso edificio. A. Bettik mi portava di peso giù dalla zattera. Ogni gradino mi provocava fitte lancinanti. Non emisi suono.
Aenea ci precedeva. La via era larga e polverosa, gli edifici erano bassi (nessuno superava i tre piani) e di un materiale simile all’adobe. Non si vedeva nessuno.
— Ehi! — chiamò Aenea, con le mani a coppa intorno alla bocca. Il richiamo echeggiò nella via deserta.
Mi sentivo sciocco a lasciarmi portare come un bambino, ma A. Bettik pareva non badarci e sapevo che non sarei riuscito a reggermi in piedi nemmeno a costo della vita.
Aenea tornò verso di noi, vide che avevo aperto gli occhi. — Questa città è Nuova Gerusalemme — disse. — Non ci sono dubbi. Secondo la guida, al tempo della Rete qui vivevano tre milioni di persone e A. Bettik dice che ce n’era ancora almeno un milione, l’ultima volta che ne ha sentito parlare.
— Gli Ouster… — riuscii a dire.
Aenea annuì. — Negozi e case lungo il canale sono abbandonati, ma danno l’impressione che siano stati abitati fino a qualche settimana o mese fa.
— Secondo le trasmissioni captate su Hyperion — disse A. Bettik — si supponeva che questo pianeta fosse caduto in mano agli Ouster circa tre anni standard fa. Ma ci sono segni d’abitazione molto più recenti.
— La griglia energetica è ancora in funzione — disse Aenea. — Il cibo rimasto in giro è ormai guasto, ma i compartimenti frigoriferi sono ancora freddi. In alcune case c’è la tavola apparecchiata, le piazzole olografiche ronzano per la statica, le radio sibilano. Ma non c’è gente.
— E neppure segni di violenza — aggiunse l’androide, calandomi con cautela in un veicolo terrestre munito di pianale metallico nella parte posteriore, dietro la cabina di guida. Il dolore al fianco mi fece vedere puntini luminosi.
Aenea si strofinò le braccia. Aveva la pelle d’oca, malgrado l’ardente calore della sera. — Ma qui è avvenuto qualcosa di terribile — disse. — Lo sento.
Io invece non sentivo altro che dolore e febbre. I miei pensieri erano come mercurio… scivolavano sempre via, prima che potessi afferrarli o sagomarli in forma coerente.
Aenea saltò sul pianale del veicolo e si accovacciò al mio fianco, mentre A. Bettik apriva la portiera ed entrava nella cabina. Sorprendentemente, il veicolo si mise in moto al semplice tocco della piastra d’accensione. — So guidarlo — disse l’androide, innestando la marcia.
"Anch’io" pensai, come se mi rivolgessi a loro. "Su Ursus ho guidato un veicolo simile. Una delle poche macchine dell’universo che so far funzionare. Forse una delle poche cose che so fare senza incasinare tutto."
Procedemmo sobbalzando nella via principale. Il dolore mi faceva gridare, a volte, malgrado tutti gli sforzi per stare in silenzio. Serrai le mascelle.
Aenea mi teneva la mano. Le sue dita mi parevano così fredde da mettermi i brividi. Mi resi conto che ero io, a scottare.
— … colpa della maledetta infezione — diceva in quel momento Aenea. — Altrimenti a quest’ora saresti già guarito. Qualcosa nell’oceano.
— O nel coltello — mormorai. Chiusi gli occhi e rividi il tenente volare in mille pezzi, dilaniato dal nugolo di fléchettes. Riaprii gli occhi per cancellare l’immagine. Ora gli edifici erano più alti, almeno dieci piani, e gettavano un’ombra più fitta. Ma il caldo era terribile.
— … un amico di mia madre, che partecipò all’ultimo pellegrinaggio su Hyperion, visse qui per un certo tempo — diceva Aenea. Mi pareva che la sua voce oscillasse, vicina e lontana, come una radio mal sintonizzata.
— Sol Weintraub — gracchiai. — Lo studioso, nei Canti del vecchio poeta.
Aenea mi diede un colpetto sulla mano. — Dimentico sempre che tutte le esperienze di mia madre sono diventate grano per il leggendario mulino di zio Martin.
Sobbalzammo su una gobba dell’asfalto. Digrignai i denti per non gridare.