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Michael Marshall

Eredità di sangue

A mio padre

Yakima

Avevamo appuntamento nel parcheggio del centro commerciale di Yakima, una piccola città dello stato di Washington. Yakima è una città nel senso che è in questo modo che si fa chiamare, e possiede un centro commerciale nel senso che al suo interno si possono fare acquisti stando al chiuso senza che la vista dell’esterno ricordi alla gente dove si trova. In tre ore erano entrate solo due persone: entrambe erano adolescenti che indossavano magliette da football e nessuna delle due aveva l’aria di possedere il denaro sufficiente per cambiare le sorti del posto. Quando di lì a poco uscirono, lo fecero a mani vuote. Enormi striscioni attorno al terzo piano segnalavano la vendita di prodotti a prezzi scontatissimi. Il grande spazio d’angolo al piano terra era deserto, e questo non è mai un buon segno.

Stavo seduto in macchina bevendo caffè che prendevo da un Seattle’s Best sulla strada di fronte. La caffetteria era l’unico negozio della strada che dava l’impressione di credere nelle proprie possibilità commerciali: gli altri sembravano avere già preparato l’insegna «Affittasi» allo scopo di procurarsi qualche soldo per affrontare l’inevitabile. Mentre aspettavo, avevo la sensazione di riuscire quasi a sentire il rumore che faceva il sindaco mentre, seduto da qualche parte, tamburellava con le dita su una grande scrivania luccicante, sul punto di impazzire davanti al sonnecchiare della città intorno a lui. Probabilmente, la città sarebbe sopravvissuta — anche questa zona morta aveva bisogno di un posto dove ospitare uno o due Les Schwab e dove fare incrementare il numero di Burger King sul territorio nazionale — ma era improbabile che riuscisse a fare arricchire qualcuno. Per quello era meglio andare a Seattle, o a Portland. Non riuscivo a farmi un’idea di cosa si potesse fare a Yakima.

John Zandt arrivò alla guida di un enorme GMC rosso, sporco e decisamente vecchio. Il lato del passeggero dava l’impressione che una mandria di mucche ci fosse andata a sbattere contro e avesse quasi avuto la meglio. Fece il giro del piccolo spiazzo fino a quando non arrivò all’altezza della mia Ford Generic immacolata. Tirammo giù i finestrini. L’aria era fredda.

«Ehi, Ward, gliel’hai chiesta espressamente così?» disse. «Avresti dovuto anche farti scrivere sul cofano ‘Non sono di qui’ con la vernice spray.»

«Sei incredibilmente in ritardo,» ribattei. «Quindi vaffanculo. Dove ero io non avevano uno spargiletame turbo come il tuo. Evidentemente hai avuto più fortuna.»

«L’ho rubato nel parcheggio dell’aeroporto,» ammise. «Dai, andiamo.»

Uscii dall’auto, lasciando le chiavi inserite. Ero sicuro che la Hertz sarebbe riuscita a sopportare la perdita, come era accaduto altre volte. Né loro né nessun altro avrebbero potuto risalire a me cori l’identificativo che avevo usato a Spokane. Quando salii a bordo del camioncino notai che sul pavimento c’erano due pistole. Ne presi una, la osservai e poi me la misi in tasca.

«Quanto dista?»

«Circa un’ora di strada,» rispose Zandt. «E poi dobbiamo fare un tratto a piedi.»

Uscì dal parcheggio e discese la strada principale, superando l’edificio grigio del nuovo centro commerciale, che aveva contribuito al declino di quello che io avevo osservato, senza per questo apparire a sua volta più florido. Dopo aver svoltato a destra per seguire la 82, incontrammo dapprima un guazzabuglio di cemento che era diventato un hotel Union Gap, poi solo edifici disposti lungo la strada e infine solo la strada. Arrivato a Toppenish, John fece una brusca svolta sulla 97 verso sud-ovest. Non incontrammo più città lungo il cammino fino a quando non arrivammo a un paese di forma ottagonale chiamato Goldendale, a circa cento chilometri di distanza. Una volta superatolo, c’erano ancora una quarantina di chilometri per arrivare a uno dei punti meno attrattivi del Columbia River, un po’ a monte rispetto alla diga Dalles. La sera precedente avevo passato un po’ di tempo con un barista loquace mentre me ne stavo seduto a bere al Kooney’s Lounge — quello che si spacciava per il bar del più grande hotel di Yakima. Sapevo che ora ci trovavamo nella Riserva degli indiani Yakima e che per oltre centotrenta chilometri da ambo i lati del furgone non ci sarebbe stato altro che il nulla, dato che la popolazione indigena si era concentrata in un paio di piccoli e malandati insediamenti a nord. Sapevo anche che il posto chiamato Union Gap un tempo portava il nome di Yakima, fino a quando la compagnia ferroviaria non aveva costretto gli indiani a spostare la loro capitale qualche chilometro più a nord, vincendo la loro riluttanza con l’offerta di terre libere e distribuendo mazzette che ebbero il potere di dividere i membri della tribù più di quanto avessero mai fatto la fame e gli inverni rigidi. Sapevo anche che proprio a monte della diga c’era un punto dove un tempo avevano tuonato le cascate di Celilo, un’impetuosa e sacra distesa d’acqua dove per diecimila anni gli uomini avevano pescato i salmoni. Adesso era un luogo silenzioso, sepolto sotto le acque rigonfie della diga. Qualche tempo prima il denaro era passato di mano, ma gli Yakima erano ancora in attesa che la loro perdita venisse risarcita in modi più significativi. L’impressione era che avrebbero atteso ancora a lungo, probabilmente per l’eternità.

Come la maggioranza della gente, non sapevo che farmene di questa informazione. Il barman era un americano del luogo, ma aveva capelli biondi corti acconciati come quelli di una popstar degli anni ’80 e una buona dose di maquillage. Anche queste altre informazioni mi erano inutili.

Zandt aveva attaccato una cartina al cruscotto. Gli angoli erano consumati e c’erano macchie di grasso sul davanti. Dava l’impressione di aver passato, molto tempo nelle tasche e nelle mani sudicie di qualcuno. C’era una piccola croce tracciata al centro di una grande zona vuota, vicino a una linea blu serpeggiante denominata Dry Creek.

«Dove hai preso l’informazione?»

«Da una chiamata arrivata su una delle linee riservate alle denunce anonime. La segnalazione era destinata al cestino — il tizio era molto ubriaco e quello che aveva detto non aveva molto senso — ma Nina l’ha recuperata dal macero.»

«Perché?»

«Perché sembrava decisamente fuori dal normale e lei sa che questo non significa che non sia vera.»

«E tu come hai fatto a risalire a quell’individuo?»

«Quegli 800 numeri non sono poi così anonimi come vuole dare a intendere l’FBI. Nina è riuscita a risalire all’origine della chiamata: un bar nel South Dakota. Sono andato laggiù e ho aspettato fino a quando la persona giusta non è comparsa di nuovo. Non è stata una cosa immediata.»

«E poi?»

«Il nome dell’informatore è Joseph, ed è cresciuto a Harrah, un cazzo di posto qualche chilometro a ovest di Yakima. Sai che questo è il territorio di una riserva?»

«È troppo squallido per essere qualcos’altro. Siamo stati così generosi con questi indiani che è davvero strano che non ci amino alla follia.»

«Ma è qui dove vivevano, Ward. Non è colpa nostra se assomiglia alla superficie lunare. Questo Joseph era in visita alla famiglia, una settimana fa, ed è venuto qui a fare un giro nel territorio selvaggio. Ha fatto una lunga camminata ed è rimasto fuori per un paio di notti. Devo dire che da come si è presentato si intuisce che quell’uomo ha l’abitudine di bere un bel po’. Era conciato male in tutti i sensi. Tuttavia è stato precisissimo sull’ubicazione del luogo.»

«Perché non si è rivolto alla legge?»

«Non credo che abbia avuto trascorsi piacevoli con la polizia locale. Ecco perché era nel South Dakota.»

«Ma poi ha visto te con il tuo bel pizzetto e ha deciso di fidarsi, così su due piedi?»

Zandt distolse lo sguardo. «Speravo che non l’avessi notato.»