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Qualcuno mi afferrò, venni trattenuto, con entrambe le braccia bloccate. Qualcuno si stava inginocchiando vicino all’uomo che avevo colpito, cercando di tenere la sua testa lontano dalla strada bagnata. La faccia era coperta di sangue, ma potei comunque vedere che era parecchio più giovane di quanto avessi pensato, venticinque anni al massimo. Mi resi conto che la persona con lui era una donna. Alzò lo sguardo su di me e riconobbi che era la donna che gestiva il Cambridge.

«Brutto stronzo,» disse.

«Ti senti un duro, vero?» Questa voce venne da dietro il mio orecchio destro e girando la testa vidi che era stato il marito della donna a parlare.

«Ma che cazzo volete?» dissi, rivolto a due tizi del bar che nel frattempo mi avevano circondato. «Mi stava fissando già al bar. Era fermo qui fuori ad aspettarmi.»

La donna si tirò su. «Ricky è gay,» disse.

Ero senza fiato, il viso in fiamme. «Cosa?»

Il marito lasciò andare il mio braccio. «Pensi di avergli dato una bella lezione? Hai qualche problema con le persone come Ricky?» Si allontanò da me come se fossi infetto.

«Statemi a sentire,» dissi, pur sapendo che non era questa la loro intenzione. Le cantanti permanentate avevano aiutato il ragazzo a rialzarsi e lo stavano riportando al bar. La donna mi lanciò un’altra occhiataccia, cominciò a dire qualcosa e poi scosse semplicemente la testa. Nessuna donna tra quelle con cui avevo dormito mi aveva fatto sentire così insignificante. Tornò al bar insieme agli altri, tenendo una mano sulla schiena del ragazzo, come segno di protezione, e capii troppo tardi che Ricky era suo figlio.

Quindi rimasi da solo con suo marito.

«Non lo sapevo,» dissi.

«Avresti potuto chiederglielo.»

«Lei non ha idea di come sia la mia vita.»

«No,» disse scuotendo la testa. «È vero. Ma non mi interessa, non voglio nemmeno sapere dove alloggi. Ti conviene sparire dalla circolazione, non sei il benvenuto qui.»

Poi si incamminò verso il bar. Quando aprì la porta si voltò. «Sarei sorpreso di saperti benvenuto in qualsiasi posto.»

Il rumore della porta che si richiudeva dietro di lui lasciò solo la pioggia.

Nietzsche ha detto che gli uomini e le donne di carattere hanno esperienze tipiche, sono protagonisti di avvenimenti che sembrano destinati a vivere ripetutamente: cose che ti fanno dire: «Sì, io sono così.» Perlomeno, credo che l’abbia detto lui; ma potrebbe anche averlo detto Homer Simpson. A ogni modo, chiunque sia stato a dirlo, certo aveva in mente qualcosa di più positivo delle risse in posti di cui nessuno ha mai sentito parlare, e in cui si riversano le proprie paranoie su persone che non lo meritano. È incredibile, ma mi ero comportato nello stesso modo la notte del funerale dei miei genitori, quando avevo tirato fuori la pistola nel bar di un hotel e avevo spaventato un gruppo di manager e me stesso.

Relent alla fine mi dimostrò che questo non era un modo di vivere. Come una ragazzina mi aveva detto tre mesi prima — una ragazzina che aveva avuto un’esperienza diretta di ciò di cui era capace l’Homo Erectus — c’era solo una persona che poteva portare a termine il mio compito. Dovevo smetterla di scappare. Dovevo fermarmi e partire all’inseguimento.

Alle quattro del giorno dopo mi trovavo a San Francisco, e verso la fine della serata avevo finalmente una traccia.

Capitolo tre

L’alba colse Tom ranicchiato ai piedi di un albero, con gli occhi spalancati e rigido come un pezzo di ghiaccio. Lo trovò e cercò di riportarlo indietro, ma lui era sveglio e non poteva tornare indietro. Non gli sarebbe stata negata una nuova mattina, anche se era quella di un giorno che lui non si aspettava di vedere.

Quando si era svegliato nella notte era accaduto tutto in fretta: la sua mente aveva trovato il pedale della fuga e lo aveva pigiato con tutte le forze. Ma questo presupponeva che le altre zone del corpo funzionassero bene, e Tom cadde ancora prima di rimettersi in piedi. Una volta recuperata la lucidità, arrivò la terribile consapevolezza delle sue pessime condizioni, ma poi quell’odore tornò di nuovo e l’area del suo cervello preposta alla comunicazione si risvegliò come una sirena — UN ORSO! UN ORSO! UN ORSO! — e l’uomo cominciò a muoversi.

All’inizio si mosse poggiando più sulle mani e sulle ginocchia che sui piedi, ma la paura degli artigli lo fece ben presto mettere in posizione eretta. Si ritrasse allontanandosi dalle pareti della gola fino a che non raggiunse il folto della foresta, poi si arrampicò sul ciglio fangoso e fu in grado di andarsene. Si allontanò.

Era facile non guardare indietro, perché non voleva vedere cosa c’era dietro di lui. Nel frattempo raccoglieva i rapporti che gli giungevano dagli avamposti delle sue estremità — la testa confusa, la caviglia in fiamme, la perdita della torcia — ma non li ascoltò e continuò a vagare nell’oscurità. Tutti i dolori e i dispiaceri erano ben poca cosa se confrontati all’essere divorati da un orso! E corse in un modo che mandò in corto circuito tutto ciò che la sua specie aveva imparato a partire dalla penultima era glaciale. Corse come un animale, guidato da una semplice magia corporale. Corse come per un attacco di convulsioni, di diarrea. Rimbalzò tra i cespugli e i tronchi, incespicando e correndo, e finendo per spuntare in un’area dove gli alberi erano maggiormente distanziati.

Si rese conto che aveva nuovamente nevicato mentre si arrampicava per raggiungere l’altura, molto tempo dopo che l’informazione gli era arrivata dal rumoroso crocchiare dei suoi passi. Quel fatto, combinato con lo spezzarsi dei rami sottili e il lamento dei suoi polmoni, componeva una tale cacofonia di panico che gli ci volle un po’ per capire che quelli erano gli unici suoni che riusciva a sentire. Scivolò, cadendo sulle mani e su un ginocchio. Tentò di rialzarsi ma scivolò di nuovo. Si fermò e si voltò. Era vicino alla sommità di un piccolo rialzo del terreno nella foresta ed era pronto a correre ancora o a morire, a seconda di cosa arrivava per primo.

Nessun orso in vista.

Diede una rapida occhiata per tutta la bassa collina. C’era un leggero chiarore lunare, riflessi bianchi e blu, nessuna profondità di campo. Non riusciva a vedere e nemmeno a sentire nulla anche quando trattenne il fiato per smettere di ansimare. Il suo petto sembrò andare a fuoco.

Indietreggiò un po’ avvicinandosi a un grande albero. Sapeva che tentare di arrampicarsi non sarebbe servito a nulla: l’orso sarebbe stato molto più bravo di lui, non da ultimo per il fatto che non era come lui sul punto di perdere i sensi. Ma il fatto di essere vicino all’albero lo fece sentire meglio.

Aspettò. Tutto era tranquillo.

Poi gli parve di udire qualcosa più sotto, ai piedi della collina, immerso nell’oscurità e nelle ombre ghiacciate. Un rumore di ramoscelli spezzati.

Il suo corpo si gelò dalla disperazione, ma non riuscì a muoversi. Aveva esaurito il panico e gli era rimasto solo un terrore che non sapeva come far funzionare le membra.

Tom rimase semplicemente fermo, completamente immobile, ma non sentì il rumore una seconda volta.