Si allontanò passando attraverso un cortile assolato ancora più affollato di poliziotti e di corpi eccitati di cittadini che pensavano che sarebbero riusciti a dare un’occhiata rapida a questo luogo di morte per poi tornare immediatamente alle loro vite anonime, ma che in realtà erano sul punto di passare un gran numero di ore a rispondere a poche domande. Quella sera avrebbero visto in televisione il posto in cui avevano passato la notte precedente, mentre i media avrebbero ripetuto quel nome a oltranza, fino a farlo diventare uno di quelli di cui ci si sarebbe ricordati ancora per anni, se non per decenni. Nessuna delle persone coinvolte avrebbe dimenticato in fretta gli avvenimenti, meno di chiunque altro la donna che Nina scorse quando lasciò il cortile per tornare nel parcheggio. L’agente di pattuglia Peterson era ancora seduto sulla panchina. Due dei suoi colleghi stavano cercando di trattenere quella donna, il cui nome era Monica, che al suo arrivo aveva scoperto che il corpo di suo marito era già stato portato all’obitorio e che stava urlando all’indirizzo dell’ex partner del marito, visto che non c’era altro da fare.
Quando fu lontana dall’entrata e a una certa distanza da chiunque, Nina tirò fuori il cellulare. Si fermò in un punto dove nessuno avrebbe potuto ascoltarla e selezionò il numero di John Zandt nella ricerca rapida. Dopo una dozzina di squilli si inserì il servizio di segreteria telefonica.
«Ciao, sono io,» disse alla segreteria. «Lo so che non vuoi parlare più di queste cose, ma potrei aver bisogno di te.» Esitò, incerta su cosa dire, poi aggiunse: «Spero tu stia bene.»
Poi interruppe la comunicazione e rimase indecisa sul da farsi. Per una frazione di secondo avvertì una strana sensazione, un brivido alla base del collo, come se qualcuno la stesse osservando.
Si voltò, ma non c’era nessuno. O almeno, nessuno che lei potesse vedere.
Poco dopo le due Nina era intenta a rimescolare un caffè mentre il suo capo parlava al telefono. Si erano installati sulla terrazza di un bar malconcio a mezzo isolato dal Knights. Tutte le auto di pattuglia, eccetto una, erano partite, ma da dove stava seduta Nina aveva notato la presenza di quattro auto civetta che evidentemente partecipavano all’indagine. Mentre beveva il suo caffè osservava gli altri reperti della stanza 11 che venivano portati fuori per essere analizzati in dettaglio. Era stato stabilito che la stanza era stata affittata cinque giorni prima, pagamento in contanti anticipato. Nina sperava che in quel momento l’impiegato-direttore fosse di nuovo sotto torchio e si augurava che questo avvenisse in qualche posto senz’aria e caldo, e che gli agenti se la prendessero comoda.
Monroe riattaccò. «Fatto,» disse con evidente soddisfazione. «Olbrich sta organizzando una vera e propria task force, oltre al nostro gruppo. Bisogna essere affiatati, c’è un sacco di agenti incarogniti in giro e non vorrei essere nei panni di qualcuno pescato a strisciare sul retro della casa di qualcuno stanotte.»
«Fare secco un poliziotto in pieno giorno. È qualcosa di estremamente insolito, anche considerando gli standard di uno svitato.»
«Svitato?»
«Dai, Charles.» Nina aveva perso la pazienza per l’uso della nomenclatura ufficiale da quella volta in cui aveva assistito al ritrovamento di un ragazzino di colore in un cassonetto della spazzatura. Il giovane era rimasto lì per una settimana con un tempo afoso come oggi. Sua madre identificò il corpo e si suicidò tre settimane dopo buttandosi dalle Palisades. Il tutto era successo qualche anno prima. Monroe continuava a impiegare senza entusiasmo una terminologia impersonale e distaccata per descrivere persone che avevano distrutto intere famiglie con le loro mani sporche. «Tu come lo definiresti? Disadattato sociale?»
«Bisognerà fare presto,» disse Monroe, ignorandola. «L’assassinio di uno sbirro in pieno giorno. Qui stiamo parlando di qualcuno che ha perso il controllo. Dobbiamo muoverci in fretta.»
Nina alzò gli occhi al cielo. Fuori controllo, impaziente di essere catturato. Però introvabile. L’indagine di profilo più elevato cui aveva preso parte — almeno ufficialmente — era stata quella dei cosiddetti «omicidi del Ragazzo delle Consegne», risalenti al 1999/2000 e sempre a Los Angeles, e anche quella volta sotto la guida di Charles Monroe. Anche allora aveva fatto un’analoga supposizione, a proposito di un uomo che aveva tolto la vita a tre giovani donne brillanti e di mondo senza lasciar traccia. Aveva ucciso di nuovo, più di una volta e poi era sparito, senza essere mai catturato. Monroe era passato a occuparsi di altro. I genitori delle vittime contano ancora i giorni uno alla volta. «Il punto è: ce ne saranno altri?»
«È possibile, certo. È proprio quello che sto dicendo. A meno che noi…»
«No, quello che intendo dire è se ce ne sono stati altri prima di questo. Se questa è la conclusione, come tu credi, dov’è l’inizio? Cosa lo ha portato qui? Da cosa sta fuggendo?»
«Se ne stanno occupando. Mentre parliamo la polizia di Los Angeles sta facendo controlli incrociati.»
«E noi non sappiamo nemmeno chi sia la donna.»
«Niente borsa, nessun effetto personale eccettuati alcuni vecchi pigiami, il testa di cazzo dietro il bancone dice di non averla mai vista prima che fosse morta. Dopo che l’avranno ripulita un po’ sarà preparata una foto: nel tardo pomeriggio manderemo in giro un po’ di gente per mostrarla. Sai che cos’era quell’oggetto che aveva in bocca?»
Nina scosse la testa, e un retrogusto di metallo invase la sua bocca. Aveva visto molti cadaveri, alcuni dei quali ridotti in modi tali che era stata costretta a erigere delle barriere nel suo cervello per evitare che il loro ricordo spuntasse fuori inaspettatamente. Ma in quelli in cui veniva fatto qualcosa alla bocca delle vittime c’era qualcosa di diverso. Davi quasi per scontate le mutilazioni agli organi genitali. Ma straziare una parte del corpo visibile a tutti, come gli occhi, la bocca, il naso, sembrava in un certo senso un’offesa sociale più grande. Quello sessuale era un attacco privato, personale, quello pubblico urlava: «Ehi gente, guardate cosa ho fatto.» Era un gesto rivolto all’esterno, una formula magica ideata per cambiare il mondo. O almeno, questo è quello che sembrava a Nina.
«È un hard disk,» disse Monroe. «È del tipo piccolo, come quelli dei portatili. Uno dei tecnici l’ha riconosciuto ancora prima che fosse estratto dalla bocca della donna.»
«Niente impronte?»
Scosse la testa. «Pulito. Ma c’è qualcuno in laboratorio che sta cercando se per caso può dirci qualche altra cosa. C’è un numero di serie, per iniziare. Proviene da qualche parte, è stato comprato in qualche posto. E naturalmente potrebbe esserci rimasto qualcosa sopra. Stasera ne sapremo di più.»
Questa volta l’uomo colse l’espressione sul volto di Nina. «L’ha lasciato per una ragione, Nina. Rimettiamoci al lavoro.»
Si alzò, mentre il pollice stava già digitando un altro numero sul cellulare. Thunk thunk thunk. Non vorrei essere il telefono di Charles Monroe, pensò Nina. Quello era un compito per un cellulare con addominali di ferro.
Finì il suo caffè in un sorso, consapevole dello sguardo inquisitore posato su di lei. «Cosa c’è, Charles?»
«Come va il tuo braccio?»
«Bene,» rispose con tono irritato. Lui non le stava chiedendo del suo braccio. Le stava ricordando un lavoro lasciato incompiuto e la ragione per la quale il loro rapporto professionale rischiava per la seconda volta di incrinarsi. Lei recepì il messaggio. «Come nuovo.»