In ogni caso, non tentare nulla era la cosa peggiore. Osservai la tenda che si illuminava sempre di più e sentii i rumori del mondo esterno che si svegliava: la ghiaia sotto le ruote, scoppi di risa in lontananza, urti, fischiettii, colpi di tosse. Sentii aumentare gradualmente il dolore alla schiena e le spalle cominciarono a bruciarmi. Guardavo la sveglia digitale accanto al letto, nell’attesa che ogni numero aumentasse di un’unità — a volte pensavo che fosse rotta da quanto ci mettevano — ma quando accadeva, nulla era cambiato.
Questa attesa lunghissima si protrasse fino alle 12:51, quando finalmente Nina buttò giù la porta insieme a due uomini che non avevo mai visto.
«Le assomigliava, eccome!» disse il più grosso. Mi era stato detto che era lo sceriffo Connelly. L’altro si chiamava Phil, era giovane, in forma e con i capelli chiari. «Ma si vede comunque che non siete la stessa persona.»
«Si chiama Paul.»
«Qualcuno ha sentito Mr. Kozelek chiamarlo Jim.»
«Forse utilizzava il cognome Henrickson.»
Connelly annuì lentamente. «Sì, era lui.»
Gli occhi di Phil sembravano due palle da biliardo. «È un serial-killer?»
«E non solo.»
Eravamo nella stazione di polizia e stavamo bevendo del caffè. Avevo le mani ancora intorpidite e non riuscivo a tenere bene la tazza. Nina non se la cavava meglio. La cameriera del motel l’aveva trovata legata e aveva chiamato la polizia prima ancora di pensare a slegarla. Era pallida in volto e appariva magra ed esausta. Desideravo trovare John Zandt e prenderlo a pugni, e non solo per la notte precedente.
In mezz’ora avevamo dato ai poliziotti una descrizione molto sommaria dell’accaduto, e di ciò che sapevamo. In questa versione avevamo detto che era stato l’Homo Erectus a legarci, non John. Nina aveva rivelato di essere un agente federale ed era riuscita a dissuadere lo sceriffo dal fare una telefonata di conferma, almeno per il momento. Una dottoressa con un bel sorriso ci aveva visitato e aveva bendato la mia ferita alla spalla, poi se n’era andata. Sentivo gli occhi secchi e dilatati, e la luce della stanza mi sembrava quasi accecante.
Phil scosse la testa. «Porca puttana.»
«Cosa ci fa qui a Sheffer?» chiese Connelly. «E dove è andato?»
«Non lo so,» risposi. «Ma…» Guardai Nina. «La notte scorsa ha detto alcune cose strane, su un sacrificio. Sembra essere una sorta di rito di purificazione. Sta di fatto che ha già ucciso chiunque sia stato coinvolto nel suo passato, quindi non so chi potrebbe essere il prossimo della lista. A meno che non abbia a che fare con le persone per cui lavorava.»
Connelly stava guardando al di sopra della mia spalla con una strana espressione in volto.
«Mr. Kozelek ha passato qualche giorno nei boschi,» disse. «È tornato piuttosto malconcio dicendo di aver visto alcune cose.»
«Che genere di cose?» chiese Nina.
«Dice di aver visto Bigfoot.»
Scoppiai involontariamente a ridere. «Bella questa.»
Connelly fece un sorriso tirato. «Esatto. Naturalmente si trattava di un orso. Ma suo fratello ha passato molto tempo con Mr. Kozelek e non riesco a comprenderne il motivo, a meno che il racconto di quest’ultimo non fosse per lui di un qualche interesse. Riesce a pensare a un qualche motivo?»
Non ne avevo idea. Scossi la testa.
Connelly distolse lo sguardo mordendosi il labbro, «Phil, potresti chiamare Mrs. Anders da parte mia?»
«Perché?»
«Chiamala e basta, il numero è 4931.»
Il poliziotto più giovane afferrò il telefono e compose il numero. Lasciò squillare per un po’ e poi scosse la testa. «Non risponde.»
«Prova sul cellulare.» Gli sciorinò anche quest’altro numero e il suo vice chiamò, restò in attesa, e poi scosse di nuovo la testa. Lo sceriffo si morse il labbro, pensieroso. «L’hai vista in giro stamattina?»
«No.»
«Neanch’io.» Connelly si alzò. «E la notte scorsa ho fatto il suo nome. Credo che faremmo meglio a dare un’occhiata. Phil, prendi dei cappotti e dei guanti per questi signori. Guarda anche se ci sono degli scarponi delle taglie giuste.»
«Va bene.»
«E poi prendi dall’armadio qualche fucile.»
«Quali?»
Connelly mi guardò e io annuii.
«Quelli di grosso calibro.»
Uscimmo rapidamente nel parcheggio sul retro della stazione di polizia e ci accorgemmo che aveva cominciato a piovere. Nessuno dei due poliziotti sembrò farci caso. Evidentemente, se vivi nel Nord-ovest la pioggia fa parte del gioco. Connelly ci indicò un’auto e il suo vice andò a un’altra.
«Non cercare di arrivare lì prima di me,» gli disse. «Resta dietro di me e seguimi, d’accordo?»
Io e Nina ci sistemammo sul sedile posteriore. Connelly si mise al posto di guida e chiuse la portiera. Accese il motore e poi si girò per guardarci.
«La cosa strana,» disse, «è che ho visto Henrickson e Kozelek lasciare la città all’incirca alle 20:30 l’altra sera, quando ho preso nota del suo numero di targa. Ho controllato al motel poco tempo dopo e non c’era traccia della sua auto. Ma quando siete arrivati a notte fonda lui era qui, pronto a legarvi e imbavagliarvi.»
Nessuno di noi due aprì bocca.
Connelly sospirò. «È quello che pensavo. Quest’altro tizio sarà un problema per noi?»
«Non lo so,» risposi.»
«Sta con voi o con gli altri?»
«Non sta con nessuno.»
«A parte questo, il resto è tutto vero?»
Fu Nina a rispondere: «In gran parte.»
Connelly rivolse la propria attenzione alla strada e mise in marcia l’auto. «Fantastico. Sono proprio contento che siate venuti nella nostra città.»
Svoltò rapidamente sul manto bagnato della strada principale, aspettò che il suo vice si avvicinasse e poi accelerò. Qualche minuto dopo giunse una chiamata via radio che ci informava che due minuti dopo la partenza delle due auto di pattuglia, una donna nella caffetteria Izzy aveva visto una macchina uscire dal retro di un bar chiamato Big Frank’s, e seguirci fuori città.
Passai il quarto d’ora successivo a tentare di ridare sensibilità alle mie mani. Nina fece lo stesso. Volevo dirle qualcosa di più sulla mia conversazione con John, ma non sembrava il momento adatto. Connelly guidò lungo una strada scarsamente trafficata. Sebbene fossero da poco passate le due, l’aspetto del cielo sembrava suggerire che fosse più tardi. La pioggia cessò, ma questo non era un segno positivo, perché stava diventando ancora più freddo.
Svoltammo subito dopo una piccola caffetteria, in una strada stretta, apparentemente senza nome. Eravamo lì da soli trenta secondi quando la voce del vice iniziò a gracchiare alla radio.
«Capo,» disse. «Ha sbagliato strada. Cascade Falls è più indietro…»
«Tieni gli occhi sulla strada e seguimi,» disse Connelly. «Faremo un’altra strada.»
Guidò per più tempo di quanto mi aspettassi. Da quello che avevo capito, la donna cui dovevamo far visita viveva in un complesso residenziale non molto lontano dalla strada principale. La strada che stavamo percorrendo non sembrava condurre da nessuna parte. Dopo venti minuti divenne a una sola corsia e lo sceriffo fu costretto a rallentare per via della neve che ancora la copriva. Ai lati c’erano alberi imponenti e non c’era il minimo segno di una qualche manutenzione stradale. Comunque, procedemmo. Ogni tanto guardavo dal lunotto posteriore e vedevo il vice di Connelly che ci tallonava tenacemente. Rimaneva a una distanza di sicurezza accettabile, ma era comunque abbastanza vicino per permettermi di cogliere l’espressione perplessa sul suo volto.