Una domanda così semplice. E io sono rimasto ad ascoltare il rumore della pioggia sulla tenda e i singhiozzi dei feriti, e ho pensato a Nathaniel che era venuto a cavalcare con me, e sono stato sul punto di piangere ma non ho osato farlo. Non perché mi vergognassi. Nickelberry è un brav’uomo; non mi preoccuperebbe piangere davanti a lui. Non ho osato piangere per paura che non sarei più riuscito a smettere.
Gli ho detto in tutta onestà: “Un tempo avrei detto che dobbiamo combattere fino alla morte per dimostrare che la nostra è una giusta causa. Ma ora penso che niente a questo mondo sia puro o lo sia mai stato, e che moriremo inutilmente proprio come abbiamo vissuto”.
Ho già detto che lui era leggermente ubriaco? Penso che lo fosse. Ma in qualche modo la mia ultima affermazione lo ha reso d’improvviso lucido e si è congedato, dicendo che sarebbe tornato da me domani per dettarmi la lettera per sua madre, e che ora mi avrebbe lasciato dormire.
Ma non ci riesco. Penso a quello che mi ha chiesto e a quello che ho risposto e mi chiedo se non farei meglio a sbarazzarmi di questa uniforme e della causa per cui ero pronto a morire, per cominciare a vivere come un uomo e non come un soldato; andandomene per la mia strada.
Stento a credere di aver scritto queste parole. Ma penso che sia per questo che Nathaniel è venuto a prendere il cavallo: è stato il suo modo di scuotermi dal mio torpore; di farmi smettere di marciare verso la morte. Per cosa sarei morto? Per niente.
Rachel guardò l’orologio. Era ora di andare ma non voleva smettere di leggere, così infilò le lettere e le fotografie in una busta, il diario nell’altra, e le portò entrambe con sé. Come spesso accade in questa città, il tempo era cambiato bruscamente: un vento caldo aveva spinto via le nuvole e una volta tanto le strade avevano un profumo dolce. Mentre il taxi avanzava verso Soho, Rachel riprese il diario e continuò a leggere.
Nove
1
La battaglia di Bentonville cominciò lunedì 21 marzo 1865. Non fu, rispetto agli standard della guerra tra gli stati, una battaglia particolarmente decisiva o sanguinosa, ma ha una sua peculiarità: fu l’ultima vittoria della Confederazione del Sud. Trentasei giorni dopo, il generale Joseph E. Johnston si sarebbe incontrato con William T. Sherman alla fattoria Bennett e si sarebbe arreso, segnando così la fine della guerra.
Il capitano Charles Rainwill Holt non disertò la notte prima della battaglia come aveva deciso di fare; preferì aspettare. Il tempo, che durante tutta la marcia era stato inclemente, era ancora peggiorato, e Holt pensò che le chance di potersi allontanare nell’oscurità senza essere scoperto fossero esigue.
Il giorno successivo iniziò la battaglia, e fin dal principio fu il caos. Il terreno su cui si combatteva in certi punti era coperto da una foresta e in altri da rovi e paludi. I soldati di entrambi gli eserciti erano esausti e gli scontri di quel primo giorno e di quella prima notte furono tragicamente confusi. Gli uomini si perdevano nel fumo, nella pioggia e nell’oscurità e sparavano ai loro stessi compagni d’armi. Le trincee venivano abbandonate ancora prima di essere completate. I feriti venivano lasciati nei boschi (illuminati dal fuoco dei cannoni nonostante la pioggia) e bruciati vivi a pochi metri dai loro compagni.
Ma il peggio doveva ancora venire, e il capitano lo sapeva bene. Tuttavia, col passare delle ore, la sensazione di straniamento, che si era impossessata di lui quando suo figlio gli era apparso, tornò. Più di una volta vide un’opportunità di fuga e non riuscì a coglierla. Non era la paura di una pallottola vagante a impedirgli di muoversi. C’era qualcosa di pesante in lui, qualcosa con cui la guerra lo aveva infettato, che lo allontanava dalla fuga.
Fu Nickelberry il cuoco, alla fine, a persuaderlo ad andarsene. Non con le parole ma con il suo esempio.
Il sole era tramontato sul secondo giorno, e Charles si era allontanato dall’accampamento per cercare di rimettere in ordine le idee. Alle sue spalle, gli uomini si radunavano attorno a fuochi cauti, cercando in ogni modo di non perdersi d’animo. Qualcuno stava strimpellando un banjo; un paio di voci sfinite cominciarono a intonare una canzone. Charles cercò di ripensare al giardino di Charleston in cui aveva chiesto ad Adina di sposarlo; si era calmato già molte altre volte ripensando a quell’episodio. La fragranza dell’aria; gli uccelli che cantavano tra gli alberi. Ma quella notte non riusciva più a ricordare il profumo di quel luogo né la sua musica. Era come se quell’eden non fosse mai veramente esistito.
Mentre fissava l’oscurità perso in quei pensieri malinconici, si accorse di una figura che si muoveva tra gli alberi a meno di dieci metri da lui. Stava per ordinargli di identificarsi, quando riconobbe il cuoco.
“Nickelberry…?” sussurrò.
La figura rimase immobile, a tal punto che il capitano quasi non riuscì più a distinguerla dagli alberi tra cui si nascondeva.
“Sei tu, Nickelberry?”
Non ottenne risposta, ma era certo che si trattasse del cuoco, così si incamminò verso di lui. “Nickelberry? Sono il capitano Holt.”
Nickelberry non disse nulla e si limitò ad allontanarsi.
“Dove stai andando?” domandò il capitano, allungando il passo per raggiungerlo. I rovi rallentavano l’avanzata di entrambi ma soprattutto di Nickelberry. Ben presto il cuoco rimase bloccato in un punto in cui i rovi erano particolarmente fitti e cominciò a imprecare, frustrato.
Il capitano lo aveva quasi raggiunto.
“Non si avvicini!” gli intimò Nickelberry. “Non voglio farle del male ma non ho intenzione di restare, e lei non può farci niente. Nossignore.”
“Va tutto bene, Nub. Calmati.”
“Ho chiuso con questa dannata guerra.”
“Abbassa la voce o ci sentiranno.”
“Non ha intenzione di fermarmi, allora?”
“No.”
“Se ci prova”, il capitano vide l’argento pallido di uno dei coltelli per la carne di Nub tra di loro, “la ucciderò senza pensarci due volte.”
“Ne sono sicuro.”
“Non m’importa più di niente. Mi ha sentito? Preferisco correre i miei rischi piuttosto che restare e farmi uccidere.”
Il capitano fissò il cuoco. Riusciva a malapena a scorgere l’espressione del suo viso nell’oscurità, ma con l’occhio della mente vedeva benissimo il suo volto largo ed espressivo. Quello era un uomo astuto e tenace. Non sarebbe stato poi tanto male come compagno di fuga, pensò Charles.
“Vuoi scappare da solo?” disse Holt.
“Cosa?”
“Potremmo andarcene insieme.”
“Insieme?”
“Perché no?”
“Un capitano e un cuoco?”
“Non farà differenza, una volta che saremo scappati. Saremo entrambi disertori.”
“Sta cercando di imbrogliarmi?”
“No. Io ho deciso di andarmene. Se vuoi venire con me, sei il benvenuto. Altrimenti…”
“Vengo”, disse Nickelberry.
“Allora metti via quel coltello.” Holt poteva sentire su di sé lo sguardo del cuoco, ancora dubbioso. “Mettilo via, Nub.” Vi fu un ultimo momento di incertezza, poi Nickelberry si assicurò il coltello alla cintura. “Bene”, disse Charles. “Ora… sai che ti stavi dirigendo verso le linee nemiche?”