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“Pensavo che fossero a est.”

“No. Sono proprio laggiù”, disse Holt, indicando il fitto della foresta. “Se guardi con attenzione, noterai i loro fuochi.”

Nickelberry guardò. Era davvero possibile scorgere i fuochi; guizzi gialli circondati dalla notte.

“Dio mio, sarei finito dritto tra le loro braccia.” Anche le sue ultime perplessità adesso erano svanite. “Allora, da che parte andiamo?”

“A mio avviso”, rispose il capitano, “avremo più possibilità di farcela dirigendoci a sud. Io voglio tornare a Charleston.”

“Allora verrò con lei”, annunciò Nickelberry. “Non ho un altro posto dove andare.”

2

Niente di ciò che ho appena raccontato è mai stato riportato nelle pagine del diario di Holt. Il capitano non scrisse nulla per quasi due settimane, e quando riprese la battaglia di Bentonville era finita da tempo.

Questo è ciò che Rachel lesse mentre il taxi la portava lungo Madison Avenue.

La notte scorsa siamo arrivati a Charleston. Non riesco quasi a riconoscerla, tali sono state le violenze che gli Yankee hanno inflitto alla città. Nickelberry mi ha tempestato di domande per tutto il viaggio, ma io non avevo più la forza, di rispondergli. Quando penso a com’era questa nobile città prima della guerra e a come è ridotta ora, cado preda della disperazione, perché tutto ciò che un tempo era bello ora non esiste più. Questa città che era così splendida, adesso è una specie d’inferno: annerita dal fuoco e infestata dai morti. Sono state spazzate via intere strade. Le persone si aggirano tra le macerie, i volti inespressivi, le mani insanguinate per aver frugato tra i mattoni, incessantemente, in cerca di qualcosa che potesse ricordare loro la vita prima della guerra.

Ci siamo diretti verso Tradd Street aspettandoci il peggio, ma abbiamo trovato invece qualcosa di strano. Anche se gran parte della strada era in rovina, la mia casa era quasi intatta. Il tetto era danneggiato e le finestre erano rotte e il giardino naturalmente era avvizzito, ma niente di più.

Ma, oh, quando sono entrato, ho quasi desiderato che una cannonata l’avesse mandata in mille pezzi. La mia casa, la mia preziosa casa, era stata usata come asilo per i moribondi e per i morti. Non so perché fosse stata scelta — non sono disposto a credere che Adina avrebbe accettato una cosa simile; devo pensare che questo sia accaduto dopo la sua partenza per la Georgia. L’unica cosa che so è che ai miei occhi era offerto uno spettacolo orribile.

La sala era stata svuotata di tutti i mobili a parte un grande tavolo di mogano che era stato usato come tavolo chirurgico. Il pavimento attorno al tavolo era nero di sangue vecchio, così come il legno del ripiano. Nella stanza erano sparpagliati gli attrezzi da lavoro del chirurgo: seghetti, martelli e coltelli. La cucina era stata utilizzata per preparare cataplasmi e cose simili, e il fetore che emanava era talmente orribile che Nickelberry, che ha uno stomaco più forte della maggior parte della gente, ha vomitato. E lo stesso ho fatto io, ma poi ho continuato ad aggirarmi per la casa anche se Nub continuava a ripetermi che non avrei dovuto farlo.

Al piano di sopra, in quella che un tempo era la camera da letto in cui Adina e io avevamo dormito — la camera da letto dove Nathaniel era stato concepito e anche Evangeline e Miles — ho trovato una bara vuota. Il letto era scomparso; rubato, presumo, o usato come legna da ardere. Nelle altre camere da letto c’erano materassi sudici, coperte, recipienti e altre attrezzature mediche. Non riesco nemmeno a continuare la descrizione delle misere tracce che ho trovato delle anime che avevano passato lì i loro ultimi istanti.

Nickelberry continuava a insistere perché me ne andassi, e alla fine mi sono allontanato. Ma prima di lasciare la casa, ho voluto uscire in giardino. Mi ha pregato di non farlo, ha detto che gli piaceva la mia compagnia ormai e che temeva per la mia sanità mentale. Ma io non mi sono lasciato persuadere. In qualche modo sapevo che era lì che avrei trovato il peggio, ed ero intenzionato a vederlo, qualunque cosa fosse.

Non conosco nessun altro luogo che profumasse come quel giardino: gelsomini e magnolie, melaleuche e banani diffondevano una fragranza e una dolcezza tali da far girare la testa nelle sere d’estate. E ora, nonostante la devastazione, la natura stava ancora facendo del suo meglio per ingentilire l’aria. Alcune delle piante più piccole erano sopravvissute alla distruzione e i loro rami si stavano riempiendo di boccioli. C’era persino qualche fiore.

Ma quelle piccole vittorie non potevano competere con lo spettacolo terribile che attendeva al centro del giardino. Gli aiutanti dei chirurghi avevano scavato fosse lì per seppellire le parti cancrenose che erano state amputate ai feriti. Avevano fatto un lavoro sommario. Quando se ne erano andati, i cani avevano dissotterrato quella carne putrescente e se ne erano cibati. Lì, dove avevano giocato i miei bambini e la mia adorata Adina aveva passeggiato, c’erano decine e decine di ossa umane. Penso che il mio arrivo abbia disturbato alcuni animali, perché in certi punti la terra era stata smossa da poco a rivelare trofei non ancora divorati. Una gamba con tanto di stivale. Un braccio amputato all’altezza del bicipite. E molto altro a cui non sono riuscito nemmeno a dare un senso, né ho voluto.

In questi tre anni, ho assistito a ogni genere di miseria, facendo appello a tutte le mie forze per sopportare l’orrore. Ma trovare cose ancora peggiori nel luogo in cui i miei bambini avevano giocato, in cui avevo pronunciato parole d’amore per mia moglie, in cui — in breve - avevo costruito il mio paradiso, è stato più di quanto potessi tollerare.

Se non fosse stato per Nub, mi sarei senz’altro tolto la vita.

Dice che dovremmo andarcene domani stesso. Io sono d’accordo con lui. Passeremo questa notte qui, sui gradini della Chiesa di St. Michael, dove sto scrivendo queste righe. Nub è andato a elemosinare o a rubare del cibo (cosa che gli riesce molto bene), ma il pensiero di ciò che ho visto mi torce a tal punto lo stomaco che dubito che sarò in grado di mangiare.

3

Il piccolo club in cui Rachel e Danny si erano dati appuntamento era molto affollato, e lei impiegò diversi minuti a trovare il giovane. Si sentiva stranamente dislocata, come se una parte di lei fosse rimasta tra le pagine del diario del capitano Holt. Non aveva mai assistito a niente di nemmeno paragonabile agli orrori che il capitano aveva descritto, ma il semplice fatto di tenere tra le mani il diario, che era stato nella tasca dell’uomo quando era entrato nella sua casa di Tradd Street, rendeva quella visione ancora più tangibile. Era la folla che la circondava a sembrarle irreale, erano quei volti arrossati dall’alcool.

Persino Danny, quando alla fine riuscì a trovarlo, le sembrava remoto.

“Cominciavo a pensare che non sarebbe più venuta”, disse lui. Aveva la voce leggermente strascicata. “Vuole qualcosa da bere?”

“Prenderò un brandy”, disse Rachel. “Doppio, grazie.”

“Perché non si siede? Mi dispiace per tutta questa confusione. Penso che si tratti di una festa di compleanno. Vuole andare da qualche altra parte?”

“No, voglio solo bere qualcosa, darle le lettere e poi…”

“… non mi vedrà mai più”, concluse Danny. “È una promessa.” Non diede a Rachel il tempo di protestare, cosa che avrebbe fatto solo per educazione, e si addentrò nella folla per raggiungere il bar.