Ma lui rispose in modo inaspettato.
“Voglio raccontarti una storia”, disse.
Lei scoppiò in una risata leggera. “Non ti sembra che sia un po’ troppo cresciuta per queste cose?”
“No”, replicò Galilee dolcemente. “Non lo si è mai.”
E aveva ragione. Rachel era pronta ad ascoltarlo tessere una storia per lei; pronta a permettere alla musica profonda della sua voce di dare forma ai colori che aveva nella mente: di dare loro vita, di dare loro un destino.
“Prima però”, lo invitò, “vieni alla luce dove posso vederti.”
“Anche questo fa parte della storia”, disse lui. “E sempre così.”
“Oh…” mormorò lei, confusa ma pronta ad accettare le sue parole. “Allora racconta.”
“Sarà un piacere. Da dove cominciare?” Vi fu una piccola pausa mentre rifletteva. Quando riprese a parlare, la sua voce era cambiata impercettibilmente; aveva assunto un ritmo melodioso, come se stesse cantando.
“Immagina, ti prego”, cominciò, “un paese molto lontano da qui, in un tempo di prosperità in cui i potenti erano giusti e i poveri avevano Dio. In quel paese viveva una ragazza di nome Jerusha, e questa è la sua storia. Aveva quindici anni e non c’era una ragazza più felice di lei in tutto il mondo. Perché? Perché era amata. Suo padre possedeva una grande casa piena di tesori che provenivano dagli angoli più remoti dell’impero, ma amava la sua Jerusha più di qualunque cosa possedesse, più di qualunque cosa avesse mai sognato di possedere. E non passava giorno senza che glielo dicesse. Ora, in quel giorno in particolare, un giorno di fine estate, Jerusha si era incamminata lungo un sentiero che serpeggiava tra i boschi per raggiungere uno dei suoi luoghi preferiti; un punto sulle rive del fiume Zun che segnava il confine meridionale delle terre di suo padre.
“Quando si recava al fiume di mattina, spesso le capitava di trovarvi le donne del villaggio intente a lavare i panni, ma più tardi andava più probabilità aveva di essere sola. Quel giorno, comunque, benché fosse pomeriggio inoltrato, Jerusha si accorse che c’era qualcuno seduto nell’acqua. Era un uomo o qualcosa di simile a un uomo, e stava fissando il proprio riflesso nelle acque del fiume. Ho detto simile a un uomo perché, anche se quella creatura aveva la forma di un uomo, il suo corpo luccicava in modo strano alla luce del sole e sembrava argenteo un istante e scuro l’istante successivo.
“Ora, Lord Laurent, il padre di Jerusha, le aveva insegnato a non avere paura di nulla. Era un uomo razionale. Non credeva nel Diavolo e nel corso degli anni aveva punito così rapidamente e così severamente chiunque commettesse un crimine nelle sue terre, che nessun delinquente avrebbe mai osato avventurarvisi. Aveva anche insegnato a sua figlia che al mondo esistevano cose più strane di quante ne potessero contenere i libri di scuola. Cose perfettamente naturali, le aveva detto, che un giorno la scienza sarebbe stata in grado di spiegare anche se a prima vista potevano sembrare insolite.
“E così Jerusha non si spaventò quando vide lo sconosciuto. Raggiunse la riva del fiume e lo salutò. Lui alzò lo sguardo. Era completamente glabro, non aveva capelli né ciglia né sopracciglia; ma possedeva una bellezza eccezionale che risvegliò in Jerusha sentimenti che fino a quel momento erano rimasti assopiti. Lui la guardò con occhi scintillanti e sorrise. Ma non disse nulla.
“ ‘Chi sei?’ domandò la ragazza.
“ ‘Non ho un nome’, rispose lui.
“ ‘Impossibile’, disse Jerusha.
“ ‘No, te lo giuro, è proprio così’, ripeté lo sconosciuto.
“ ‘Non sei stato battezzato?’ domandò lei.
“ ‘Non che mi ricordi. E tu?’
“ ‘Naturalmente.’
“ ‘Nel fiume?’
“ ‘No. In chiesa. Lo ha voluto mia madre. Adesso è morta…’
“ ‘Se sei stata battezzata in chiesa, allora non è stato un vero battesimo’, la interruppe lo sconosciuto. ‘Dovresti venire con me nel fiume. Potrei darti un nuovo nome.’
“ ‘Mi piace quello che ho.’
“ ‘E sarebbe?’
“ ‘Jerusha.’
“Allora, Jerusha, vieni nel fiume con me, ti prego.’ In quel momento, lo sconosciuto si alzò e la ragazza si accorse che là dove un uomo normale avrebbe avuto il pene, quella creatura aveva una colonna d’acqua che sgorgava da lui come acqua da una canna, colorata e scintillante, e dall’apparenza quasi solida alla luce del sole…”
Fino a quel momento Rachel era rimasta assolutamente immobile, rapita dalle immagini evocate da quelle semplici parole: la ragazza, il giorno d’estate, la riva del fiume. Ma ora si sollevò su un gomito e cominciò a scrutare l’uomo in piedi tra le ombre della stanza. Che tipo di storia le stava narrando? Non si trattava certo di una favola.
Lui percepì il suo disagio. “Non preoccuparti”, la tranquillizzò. “Non è un racconto osceno.”
“Ne sei sicuro?”
“Perché me lo chiedi? Preferiresti che lo fosse?”
“Voglio solo essere pronta.”
“ ‘’Non temere.’ ”
“Non ho paura”, disse Rachel.
“ ‘Vieni nel fiume.’ ”
Oh, pensò lei, ha ricominciato.
“ ‘Che cos’è quello?’ chiese Jerusha, indicando l’inguine dello sconosciuto.
“ ‘Non hai dei fratelli?’
“ ‘Sono partiti per la guerra’, rispose Jerusha. ‘E dovrebbero tornare prima o poi, ma ogni volta che lo chiedo a mio padre, lui mi dà un bacio e mi dice di essere paziente.’
“ ‘E tu cosa ne pensi?’
“ ‘Che forse sono morti”, sospirò la ragazza.
“Lo sconosciuto scoppiò a ridere. ‘Intendevo dire di questo’, ribatté, abbassando lo sguardo sull’acqua che sgorgava dal suo corpo. ‘Cosa ne pensi di questo?’
“Jerusha scrollò le spatte. Non era molto colpita ma preferì non dire niente. ”
Rachel sorrise. “Che ragazza educata”, commentò.
“Tu non saresti così educata?” volle sapere Galilee.
“No. Mi comporterei nello stesso modo. Non vorrei spezzargli il cuore dicendogli la verità.”
“E qual è la verità?”
“È che non è così bello come…”
“Come?”
“…come ci si aspetterebbe.”
“Non era questo che stavi per dire.” Rachel rimase in silenzio. “Ti prego, dimmi quello che stavi per dire.”
“Prima voglio vederti in faccia.”
Seguì un istante in cui nessuno dei due si mosse, nessuno dei due parlò. Alla fine, Galilee emise un morbido sospiro, quasi rassegnato, e fece un passo verso il letto. La luce della luna gli illuminò il viso ma così debolmente che Rachel poté a malapena distinguere i suoi lineamenti. La sua pelle era color terra d’ombra e aveva le guance scurite dalla barba di diversi giorni. Aveva il cranio rasato. Lei non poté scorgere i suoi occhi: la luce non riusciva a svelarli. La sua bocca doveva essere bellissima, i suoi zigomi erano alti; forse aveva qualche cicatrice sulla fronte ma Rachel non poteva esserne sicura.