Perciò bevvi tutte le pozioni che beveva Enkidu, e la maggior parte era fetida. Boccheggiavo, soffocavo, avevo conati di vomito, ma bevevo tutto, sebbene spesso restassi stordito per tutta l’ora successiva. Ottenni il mio scopo prendendo quelle medicine? Chi lo sa? Le vie degli Dei sono aldilà della nostra comprensione. I loro pensieri sono come le acque profonde: chi può sondarle?
Alcuni giorni Enkidu sembrava più forte, altri sembrava più debole. Per tre giorni consecutivi restò con gli occhi chiusi a gemere e a delirare, poi si svegliò e mi mandò a chiamare. Era pallido e aveva un’espressione strana. La febbre aveva devastato il suo corpo: aveva le guance incavate e la pelle era floscia. Mi guardò. I suoi occhi erano due stelle nere e splendenti nelle caverne del volto. Improvvisamente vidi l’inconfondibile mano della morte posata sulla sua spalla, e mi venne voglia di piangere.
Mi sentivo completamente impotente. Io, il figlio del divino Lugalbanda, io il Re, l’Eroe, il Dio: impotente, nonostante tutto il mio potere. Impotente.
Mi disse: «Stanotte ho sognato, Gilgamesh.»
«Raccontami il tuo sogno.»
La sua voce era calma. Parlò come se si trovasse a dodicimila leghe di distanza.
«Ho sentito il cielo gemere,» disse, «e ho udito la terra rispondere. Ero solo, e davanti a me c’era una creatura spaventosa. Aveva una faccia scura come quella dell’uccello nero della tempesta, e aveva gli artigli di un’aquila. Mi afferrava e mi teneva tra li suoi artigli: mi schiacciava e mi soffocava. Poi mi trasformava, fratello: trasformava le mie braccia in ali coperte di piume come quelle di un uccello. Mi guardava, e mi portava via, nella Casa delle Tenebre, nella dimora di Ereshkigal la Regina dell’Inferno. Mi portava lungo la strada dalla quale non c’è ritorno alla casa che nessuno lascia. Mi portava in quel luogo oscuro nel quale gli abitanti vivono al buio e mangiano polvere e argilla invece del pane e della carne.»
Lo guardai. Non potevo dire niente.
«Ho visto i morti. Sono vestiti come uccelli, con le ali per abito. Non vedono la luce, vivono nel buio. Sono andato nella Casa della Polvere e ho visto i Re della terra, Gilgamesh, i Signori, i Tiranni, e nessuno portava la corona. Servivano i Demoni come schiavi: portavano loro carni cotte, versavano l’acqua fresca dalle ghirbe. Ho visto i Sacerdoti e le Sacerdotesse, i veggenti, i cantori, tutti i santi: a che cosa è giovata loro la santità? Erano tutti schiavi dei Demoni.»
Gli occhi di Enkidu erano duri e scintillanti, come frammenti brillanti di ossidiana. «Sai chi ho visto? Ho visto Etana di Kish, che fuggì in cielo: era lì, laggiù! Ho visto Dei lì: avevano corna sulla corona, erano preceduti dal tuono quando camminavano. E ho visto Ereshkigal la Regina dell’Inferno e il suo cavaliere Belit-seri, che è inginocchiato davanti a lei e tiene il conto dei morti su una tavoletta. Quando la Regina mi ha visto, ha alzato la testa e ha detto: “Chi ha portato qui quest’uomo?” Allora mi sono svegliato e mi sono sentito come un uomo che vaghi da solo in una terra terribile e desolata, o come chi sia stato preso e catturato e il cui cuore palpiti di paura. O fratello, lascia arrivare un Dio alla tua porta, cancella il mio nome e scrivi il suo al posto del mio!»
Quando sentii tutto questo, la mia anima fu trafitta da mille dolori, e anche il mio petto. Dissi: «Pregherò gli Dei Maggiori per te. È un sogno spaventoso.»
«Morirò presto, Gilgamesh. Tu sarai di nuovo solo.»
Che cosa potevo dire io? Che cosa potevo fare? Il dispiacere mi paralizzò. Di nuovo solo, sì. Non avevo dimenticato quei giorni di desolazione prima dell’arrivo del mio amico e fratello. Di nuovo solo, com’ero prima. Quelle parole suonarono come una campana a morto per la mia gioia. Ero agghiacciato, non avevo forze.
Continuò: «Sarà strano per te, fratello. Viaggerai qui e lì, e arriverà un momento in cui ti girerai verso di me e dirai: Enkidu vedi l’elefante nella palude? Enkidu, scaliamo le mura di quella città? E io non ti risponderò. Non sarò accanto a te. Dovrai fare tutte queste cose senza di me.»
Una mano mi strozzava la gola.
«Sarà molto strano, sì.»
Si alzò a sedere nel letto e girò la testa verso di me.
«I tuoi occhi sembrano diversi oggi. Stai piangendo? Non credo di averti mai visto piangere, fratello.» Sorrise. «Non sento più molto dolore.»
Annuii. Sapevo il perché. Il dispiacere mi piegò come un masso pesante.
Poi il sorriso svanì e con voce rauca e cupa Enkidu disse: «Sai di che cosa mi rammarico di più, fratello, oltre al fatto di lasciarti solo? Mi rammarico che, a causa della maledizione della Dea, io debba morire in questo modo ignominioso, nel mio letto, consumandomi lentamente. Chi cade in battaglia muore di una morte felice: ma io debbo morire nell’ignominia.»
A me questo non importava quanto a lui. Il sentimento con cui stavo lottando non aveva nulla a che fare con questioni delicate come l’ignominia e l’orgoglio. Lo piangevo quando era ancora vivo. Soffrivo di quella perdita. Non faceva molta differenza per me come o dove quella perdita mi sarebbe stata inflitta.
«La morte è la morte, comunque arrivi,» dissi, stringendomi nelle spalle.
«Avrei voluto che arrivasse in una maniera diversa,» disse Enkidu.
Non potevo dire niente. Era nella morsa della morte, entrambi lo sapevamo, e le parole non potevano cambiare niente. Il Sacerdote-baru, Namennaduma, l’aveva capito subito, e aveva tentato di dirmelo, ma nella mia cecità non avevo visto la verità. La morte era venuta a prendere Enkidu, e Gilgamesh, il Re, era impotente contro di essa.
27
Sopravvisse ancora undici giorni. Le sue sofferenze aumentarono di giorno in giorno, finché non ebbi più il coraggio di guardarlo. Ma gli restai accanto fino alla fine.
All’alba del dodicesimo giorno vidi la vita lasciarlo. All’ultimo momento mi parve che nel buio ci fosse un debole bagliore rossastro attorno a lui; poi il bagliore si alzò e volò via, e tutto fu buio. Capii che era morto. Restai in silenzio, sentendo la solitudine rotolare verso di me. Sulle prime, non piansi. Pensai che l’asino selvaggio e la gazzella stessero piangendo in quel momento. Tutte le creature selvagge della steppa stavano piangendo Enkidu, pensai: anche l’orso, la iena, la pantera. I sentieri della foresta che Enkidu soleva percorrere avrebbero pianto per lui. E avrebbero pianto anche i fiumi, i ruscelli, le colline.
Allungai una mano e lo toccai. Si stava già raffreddando? Non avrei saputo dirlo. Sembrava che stesse solo dormendo, ma sapevo che quello non era sonno. Le febbri che l’avevano arso, avevano lasciato il segno sui suoi tratti in quei dodici giorni: era dimagrito e avvizzito. Ma in quel momento aveva quasi ritrovato il suo aspetto di sempre, la sua calma, il suo volto disteso. Gli poggiai una mano sul cuore. Non lo sentii battere.
Mi alzai e lo coprii con il lenzuolo di lino, con tenerezza, come un marito coprirebbe la propria sposa. Solo che quello non era un lenzuolo, ma un sudario. E allora scoppiai a piangere. Le lacrime scesero lentamente. In principio erano una cosa insolita per me: tirai su con il naso, poi sentii qualcosa di caldo all’angolo degli occhi, e le labbra si serrarono l’una contro l’altra. Quindi tutto diventò più facile. Dentro di me si ruppe una diga, e il mio dolore si sfogò senza ostacoli. Camminai avanti e indietro di fronte al letto, come una leonessa che sia stata privata dei cuccioli. Mi tirai i capelli. Mi strappai di dosso le vesti e le gettai a terra come se fossero state sporche. Infuriai, smaniai, ruggii. Nessuno osava avvicinarmi. Fui lasciato solo con il mio terribile dolore. Restai accanto al corpo tutto il giorno, e poi un altro, e poi un altro ancora, finché non mi accorsi che i servi di Ereshkigal lo reclamavano. Allora capii che dovevo farlo seppellire.