Per Enlil, era veramente strana! Credo fosse più uomo che altro, ma aveva la pelle scura, dura e coriacea, dove riuscivo a scorgerla, molto simile alla crosta di un animale marino, oppure, al duro rivestimento di uno scorpione. Quando la vidi mi fermai subito, ricordando quello che avevo sentito dire dei guardiani di quella montagna e del loro sguardo letale. Mi coprii rapidamente gli occhi con le mani e abbassai lo sguardo. Il cuore mi balzò in petto per la disperazione.
In una lingua molto simile a quella del popolo del deserto, la creatura-scorpione disse: «Non hai nulla da temere da me, straniero. Arrivano pochi visitatori qui: sarebbe un peccato ammazzarli.»
Quelle parole mi diedero sicurezza. Mi calmai, abbassai le mani e guardai senza timore la creatura.
«Questa è la montagna chiamata Mashu?», chiesi.
«Sì.»
«Allora sono molto lontano da casa.»
«Qual è il tuo paese, e perché l’hai lasciato?»
«Sono della città di Uruk,» replicai, «e mi chiamo Gilgamesh. Ho lasciato il mio paese perché cerco qualcosa che lì non c’è.»
«Gilgamesh? Non è il nome del Re di Uruk?»
«Come fai a saperlo, dal momento che vivi su queste montagne remote?»
«Ah, amico mio, tutti conoscono Gilgamesh il Re, che è per due terzi un Dio e per un terzo mortale! Sulla Terra ci può essere un uomo più felice di lui?»
«Penso che dovrebbe esserci,» dissi. Avanzai lentamente lungo il sentiero cosparso di rocce finché non arrivai all’altezza della creatura scorpione. Dissi in tono tranquillo: «Sono Gilgamesh il Re. Anzi, lo ero, perché ho lasciato il regno alle mie spalle.»
Ci osservammo attentamente, faccia a faccia, e nessuno di noi due, credo, sapeva che cosa pensare dell’altro. Il mio terrore per quella creatura era scomparso, sebbene la stranezza della sua pelle mi facesse rabbrividire. Non saprei dirvi se Tessere-scorpione fosse in parte un Demone, oppure solo una disgraziata creatura deforme dalla nascita. Ma gli occhi, che guardavano da quella faccia orribile, erano occhi tristi e gentili, e non ho mai visto nessun Demone i cui occhi siano tristi e gentili.
Dopo un po’ di tempo, la creatura si girò e mi fece cenno di seguirla. Con uno zoppichio lento e goffo superò la curva che formava la montagna. Aldilà c’era una piccola capanna fatta di rocce piatte e rami intrecciati: vicino alla capanna c’era un secondo essere-scorpione, una donna ancora più spaventosa, con una pelle spessa e giallastra che si alzava in creste frastagliate come una pesante corazza.
L’uomo-scorpione, in qualche modo, era riuscito a trovare una compagna cui era stata inflitta la sua stessa disgrazia? Oppure quella donna era una sua sorella, che aveva ereditato quella deformità dallo stesso sangue? Non seppi mai quale fosse la verità. Forse la donna era sia compagna sia sorella: che gli Dei non concedano a quella coppia di generare una stirpe della loro razza! Per orribile che fosse, la donna era gentile, e subito si apprestò a prepararmi una specie di tè di ortica e di arachidi. Era tardi, l’aria era rarefatta, la temperatura stava scendendo. Le stelle erano visibili sullo sfondo cupo e grigio del cielo pomeridiano.
L’uomo-scorpione mi presentò: «Questo viandante è Gilgamesh, Re di Uruk, il cui corpo è fatto della carne degli Dei.»
«Ah,» disse lei, indifferente come se l’uomo le avesse detto: “Questo è il capraio Kish-adul,” oppure “Questo è il pescatore Ur-shuhadak.”. Versò il tè in una rozza coppa di argilla e me lo porse. “Anche se è un Dio, vorrà qualcosa di caldo da bere,” disse.
«Non sono un Dio,» le dissi. «In me scorre sangue divino, ma sono mortale.»
«Ah,» fu la risposta.
L’altro disse: «È venuto qui in cerca di qualcosa, ma non mi ha detto di che cosa si tratti.»
La donna si strinse nelle spalle.
«Non la troverà qui, qualunque cosa sia.» E a me: «Qui non c’è assolutamente niente. Questo è un luogo brullo e vuoto.»
«Quello che cerco si trova oltre questo luogo.»
La donna si strinse di nuovo nelle spalle e sorseggiò in silenzio il tè. Sembrava non importarle niente che io fossi lì, né che cosa cercassi. Beh, perché avrebbe dovuto importarle? Che cosa significavano per lei Gilgamesh e il suo dolore? Viveva in quel luogo terribile, in quel corpo disgustoso, e che cosa le importava se un Re vagabondo e afflitto arrivava in un freddo e grigio pomeriggio, in cerca di misteri e fantasie?
La osservai attentamente per qualche istante. La sua faccia era tutta pieghe e fossi, mostruosa e repellente. Ma vidi che all’interno di quel brutto guscio i suoi occhi erano dolci e caldi, occhi teneri, occhi di una donna. Era come se fosse stata attaccata e divorata per intero da qualcosa di strano e spettrale, e adesso guardasse dall’interno del guscio che l’aveva ingoiata.
Ma l’altro era più curioso.
«Che cosa cerchi, Gilgamesh?», chiese.
«Ad Uruk,» dissi, «conobbi uno straniero… si chiamava Enkidu. Con Enkidu strinsi un’amicizia che ci unì in un legame più stretto di qualsiasi altro, più forte persino di un legame tra amante e amata. Era mio amico. Insieme sopportavamo tutte le privazioni e le fatiche, e ci amavamo teneramente.»
«E poi è morto?»
«Sai anche questo?», dissi sorpreso.
«Non so niente. Ma la sofferenza ti avvolge come un mantello nero.»
«Piansi per lui notte e giorno. Non volli nemmeno dare il suo corpo per farlo seppellire, finché non capii che era indispensabile. Forse pensavo che, se avessi pianto abbastanza, il mio amico sarebbe tornato in vita. Ma non accadde. E da quando Enkidu è morto, la mia vita è vuota. Da quando è morto, vago nelle regioni selvagge come un cacciatore. No, come un folle. Non vedo nient’altro davanti a me, oltre la morte, e il pensiero della morte priva di vita la mia vita. La morte è la mia nemica.» Guardai l’uomo-scorpione negli occhi. «Voglio sconfiggere la morte!», gridai.
«Tutti dobbiamo morire,» disse la donna in tono apatico e abbattuto. «Non arriva mai troppo presto.»
Con rabbia, le risposi: «Per te, forse!»
«Arriva, che lo vogliamo oppure no. Secondo me, è meglio accettarla piuttosto che combatterla. È una battaglia che nessuno può vincere.»
Scossi la testa.
«Ti sbagli. Quanto tempo fa c’è stato il Diluvio? Ziusudra è ancora vivo!»
«Per un favore particolare che gli hanno concesso gli Dei,» disse la donna. «È l’unico. Non accadrà una seconda volta.»
Le sue parole furono acqua gelata sulla mia faccia.
«Sei sicura? Come fai a saperlo?»
L’uomo-scorpione allungò una mano a toccarmi. Era ruvida come legno contro la mia pelle.
«Con calma, con calma, amico. Ti ecciti troppo, ti verrà la febbre. Se gli Dei hanno deciso di risparmiare Ziusudra, a te cosa ne viene?»
«Molto,» dissi. «Dimmi: è lontana da qui la terra di Dilmun?»
«Molto lontana, penso. Devi superare la cima della montagna, scendere il difficile versante che arriva fino al mare, e poi…»
«Mi puoi indicare la strada?»
«Posso dirti quello che so. Ma quello che so è che nessuno è mai arrivato a Dilmun da qui, e nessuno ci arriverà mai. Il versante opposto della montagna è una zona selvaggia e oscura. Morirai di caldo e di sete. Cadrai nei precipizi. Oppure verrai mangiato dalle bestie feroci. O ti perderai nell’oscurità e morirai di fame.»
«Indicami solo la strada, e io troverò Dilmun.»
«E che cosa farai allora, Gilgamesh?», mi chiese con calma l’uomo-scorpione.
«Voglio scovare Ziusudra. Ho delle domande da fargli, sulla morte, sulla vita. Vive da centinaia d’anni, o forse da migliaia: deve conoscere i segreti di tutte le cose. Mi dirà in che modo si può sconfiggere la morte,» risposi.
Entrambe le creature mi guardarono: i loro occhi esprimevano pietà, come se il mostro fossi io. Ma non dissero niente. La donna mi offrì altro tè. L’uomo si alzò e zoppicò verso il retro della capanna. Mi portò una specie di pane, fatto con qualche seme selvatico di montagna. Aveva il sapore della sabbia cotta, ma lo mangiai tutto.