Impartimmo istruzioni affinché fossero acquistati cento litri di acido muriatico, servivano contenitori metallici da duecento litri, normalmente destinati alla conservazione dell'olio e tagliati nella parte superiore. Secondo la nostra esperienza era necessario che in ogni contenitore fossero versati cinquanta litri di acido, ed essendo prevista la soppressione di due persone facemmo preparare due bidoni.
I Nuvoletta, federati con i sottoclan dei Nettuno e dei Polverino, avevano anche rinnovato il meccanismo degli investimenti nel narcotraffico, creando un vero e proprio sistema di azionariato popolare della cocaina. La DPA di Napoli in un'indagine del 2004 aveva dimostrato che il clan attraverso degli intermediari aveva permesso a tutti di partecipare all'acquisto delle partite di coca. Pensionati, impiegati, piccoli imprenditori davano danaro ad alcuni agenti che poi lo reinvestivano per l'acquisto di partite di droga. Investire una pensione di seicento euro in coca dopo un mese significava ricevere il doppio. Non c'erano garanzie oltre la parola dei mediatori, ma l'investimento era sistematicamente vantaggioso. H rischio di perdere dei soldi non era paragonabile al profitto ricevuto, soprattutto se comparato agli interessi che in alternativa avrebbero ricevuto se avessero versato il danaro in banca. Gli unici svantaggi erano organizzativi, i panetti di coca spesso venivano fatti custodire dai piccoli investitori, un modo per dislocare i depositi e rendere praticamente impossibile i sequestri. I clan camorristici erano così riusciti ad allargare il giro di capitali da investire, coinvolgendo anche una piccola borghesia lontana dai meccanismi criminali ma stanca di affidare alle banche i propri averi. Avevano anche metamorfiz-zato la distribuzione al dettaglio. I Nuvoletta-Polverino fecero dei barbieri e dei centri abbronzanti i nuovi dettaglianti della coca. I profitti del narcotraffico venivano poi reinvestiti, attraverso alcuni prestanome, nell'acquisto di appartamenti, alberghi, quote di società di servizi, scuole private e perfino gallerie d'arte.
La persona che coordinava i capitali più consistenti dei Nuvoletta era, secondo le accuse, Pietro Nocera. Un manager tra i più potenti del territorio, girava sistematicamente in Ferrari e disponeva di un aereo personale. Il Tribunale di Napoli nel 2005 ha disposto il sequestro di beni immobili e società per oltre trenta milioni di euro; in realtà soltanto il 5 per cento del suo impero economico. Il collaboratore di giustizia Salvatore Speranza ha rivelato che Nocera è l'amministratore di tutti i soldi del clan Nuvoletta e cura "l'investìmento dei soldi dell'organizzazione nei terreni e nell'edilizia in genere". I Nuvoletta investono in Emilia Romagna, Veneto, Marche, e Lazio attraverso l'Enea, cooperativa di produzione e lavoro gestita da Nocera anche durante la latitanza. Fatturavano cifre elevatissime, dato che l'Enea aveva ottenuto appalti pubblici per milioni di euro a Bologna, Reggio Emilia, Modena, Venezia, Ascoli Piceno e Fresinone. Gli affari dei Nuvoletta da anni si erano dislocati anche in Spagna. Tenerife era la città dove Nocera si era recato per contestare ad Armando Orlando, considerato dagli investigatori ai vertici del clan, le spese sostenute nella costruzione di un imponente complesso edilizio, il Marina Palace. Nocera gli contestò di star spendendo troppo perché usavano materiali troppo costosi. Il Marina Palace l'ho visto soltanto sul web, il suo sito è eloquente, un enorme agglomerato turistico, piscine e cemento che i Nuvoletta avevano costruito per partecipare e alimentare il business del turismo in Spagna.
Paolo Di Lauro veniva dalla scuola dei maranesi, la sua carriera criminale iniziò come loro luogotenente. Lentamente Di Lauro si allontanò dai Nuvoletta divenendo, negli anni '90, braccio destro del boss di Castellammare Michele D'Alessandro, e occupandosi direttamente della sua latitanza. Il suo progetto era quello di poter coordinare le piazze di spaccio con la stessa logica con cui aveva gestito le catene di negozi e le fabbriche di giacche. Il boss comprese che, dopo la morte in carcere di Gennaro Licciardi, il territorio di Napoli
nord poteva divenire il più grande mercato di droga a cielo aperto che si era mai visto in Italia e in Europa. Tutto gestito dai suoi uomini. Paolo Di Lauro aveva sempre agito silenziosamente con qualità più finanziarie che militari, non invadeva apparentemente i territori di altri boss, non veniva rintracciato da indagini e perquisizioni.
Tra i primi a svelare rorganigramma della sua organizzazione c'era stato il pentito Gaetano Conte. Un pentito dalla storia particolarmente interessante. Era un carabiniere, era stato in servizio a Roma, guardia del corpo di Francesco Cos-siga. Le sue qualità di uomo della scorta di un Presidente della Repubblica l'avevano promosso a sodale del boss Di Lauro. Conte, dopo aver gestito per conto del clan estorsioni e narcotraffico, aveva deciso di collaborare con i magistrati con dovizia di informazioni e particolari che solo un carabiniere avrebbe saputo dare.
Paolo Di Lauro è conosciuto come "Ciruzzo 'o milionario": un contronome ridicolo, ma soprannomi e contronomi hanno una precisa logica, una sedimentazione calibrata. Ho sempre sentito chiamare gli appartenenti al Sistema con il soprannome, al punto che il nome e il cognome in molti casi arriva a diluirsi, a essere dimenticato. Non si sceglie un proprio contronome, spunta d'improvviso da qualcosa, per qualche motivo, e qualcuno lo riprende. Così per mero fato nascono i soprannomi di camorra. Paolo Di Lauro è stato ribattezzato "Ciruzzo 'o milionario" dal boss Luigi Giuliano che lo vide una sera presentarsi al tavolo da poker mentre lasciava cadere dalle tasche decine di biglietti da centomila lire. Giuliano esclamò: "E chi è venuto, Ciruzzo 'o milionario?". Un nome uscito in una serata brilla, un attimo, una trovata giusta.
Ma il florilegio di contronomi è infinito. Carmine Alfieri "'o 'ntufato", l'arrabbiato, il boss della Nuova Famiglia, venne chiamato così per il ghigno di insoddisfazione e rabbia sempre presente sul suo viso. Poi ci sono i contronomi che provengono dai soprannomi degli avi di famiglia e che si appiccicano anche agli eredi, come il boss Mario Fabbrocino detto "'o graunar'", il carbonaio: i suoi avi vendevano il carbone e tanto era bastato per definire così il boss che aveva colonizzato l'Argentina con i capitali della camorra vesuviana. Ci sono soprannomi dovuti alle passioni dei singoli camorristi come Nicola Luongo, detto "'o wrangler", un affiliato fissato con i fuoristrada Wrangler, divenuti veri e propri modelli prediletti dagli uomini di Sistema. Poi i contronomi nati sulla scorta di particolari tratti fisici, Giovanni Birra "'a mazza" per il suo corpo secco e lungo, Costantino Iacomino "capaianca" per i capelli bianchi che gli spuntarono prestissimo in testa, Ciro Mazzarella "'o scellone" dalle scapole visibili, Nicola Pianese chiamato "'o mussuto" ossia il baccalà per la sua pelle bianchissima, Rosario Privato "mignolino", Dario De Simone "'o nano" il nano. Contronomi inspiegabili come Antonio Di Fraia detto "'u urpacchiello" un termine che sta per frustino, di quelli ricavati essiccando il pene dell'asino. E poi Carmine Di Girolamo detto "'o sbirro" per la capacità di coinvolgere nelle sue operazioni poliziotti e carabinieri. Ciro Monteriso "'o mago" per chissà quale ragione. Pasquale Gallo di Torre Annunziata dal viso grazioso detto "'o bellillo", i Lo Russo definiti "i capitoni" come i Maliardo i "Carlantoni" e i Belforte i "Mazzacane" e i Piccolo i "Quaq-quaroni", vecchi nomi dei ceppi di famiglia. Vincenzo Mazzarella "'o pazzo" e Antonio Di Biasi, soprannominato "pavesino" perché quando usciva a fare operazioni militari si portava sempre dietro i biscotti pavesini da sgranocchiare. Domenico Russo, soprannominato "Mimi dei cani" boss dei Quartieri Spagnoli, chiamato così perché da ragazzino vendeva cuccioli di cane lungo via Toledo. E poi Antonio Carlo D'Onofrio "Carlucciello 'o mangiavatt'" ossia Carletto il mangiagatti, leggenda vuole che avesse imparato a sparare usando i gatti randagi come bersaglio. Gennaro Di Chiara che scattava violentemente ogni qual volta qualcuno gli toccava il viso era detto "file scupierto", filo scoperto. Poi ci sono contronomi dovuti a espressioni onomatopeiche intraducibili come Agostino Tardi detto "picc pocc" o Domenico di Ronza "scipp scipp" o la famiglia De Simone detta "quaglia quaglia", gli Aversano detti "zig zag", Raffaele Giuliano '"o zuì", Antonio Bifone "zuzù".