Gli è bastato ordinare spesso la stessa bevanda e Antonio Di Vicino è divenuto "lemon", Vincenzo Benitozzi con un viso tondo veniva chiamato "Cicciobello", Gennaro Lauro, forse per il numero civico dove abitava, detto "'o diciassette", poi Giovanni Aprea "punt 'e curtiello" perché il nonno, nel 1974, partecipò al film di Pasquale Squitieri I guappi, interpretando il ruolo del vecchio camorrista che allenava i "guaglioni" a tirare di coltello.
Ci sono invece contronomi calibrati che possono fare la fortuna o sfortuna mediatica di un boss come quello celebre di Francesco Schiavone detto Sandokan, un contronome feroce scelto per la sua somiglianza con Kabir Bedi, l'attore che interpretò l'eroe salgariano. Pasquale Tavoletta detto Zorro per la somiglianza, a sua volta, con l'attore del telefilm televisivo, o quello di Luigi Giuliano "'o re", detto anche Lovigino, contronome ispirato dalle sue amanti americane che nell'intimità gli sussurravano "I love Luigino". Da qui Lovigino. Il contronome di suo fratello Carmine "'o lione", e quello di Francesco Verde alias "'o negus" come l'imperatore di Etiopia per la sua ieraticità e per il suo essere boss da lungo tempo. Mario Schiavone chiamato "Menelik" come il famoso imperatore etiope che si oppose alle truppe italiane, e Vincenzo Carobene detto "Gheddafi" per la sua straordinaria somiglianza con il figlio del generale libico. Il boss Francesco Bidognetti è conosciuto come "Cicciotto di Mezzanotte", un contronome nato dal fatto che chiunque si fosse frapposto tra lui e un suo affare avrebbe visto calare su di sé la mezzanotte anche all'alba. Qualcuno sostiene che il soprannome gli fu affibbiato perché da ragazzo aveva iniziato la scalata ai vertici del clan proteggendo le puttane. Tutto il suo clan veniva definito ormai "il clan dei Mezzanotte".
Quasi tutti i boss hanno un contronome: è in assoluto il tratto unico, identificatore. Il soprannome per il boss è come le stimmate per un santo. La dimostrazione dell'appartenenza al Sistema. Tutti possono essere Francesco Schiavone, ma solo uno sarà Sandokan, tutti possono chiamarsi Carmine Alfieri, ma uno solo si girerà quando verrà chiamato "'o 'ntufato", chiunque può chiamarsi Francesco Verde, solo uno risponderà al nome di "'o negus", tutti possono essere stati iscritti all'anagrafe come Paolo Di Lauro, uno solo sarà "Ciruzzo 'o milionario".
Ciruzzo aveva deciso per un'organizzazione silenziosa dei suoi affari, con un profilo militare capillare ma a bassa intensità. Era stato un boss sconosciuto per lungo tempo persino alle forze di polizia. L'unica volta, prima di darsi alla latitanza, che era stato convocato dai magistrati era stato a causa di suo figlio Nunzio che aveva aggredito un professore perché aveva osato rimproverarlo. Paolo Di Lauro era in grado di connettersi direttamente ai cartelli sudamericani e di creare reti di grossa distribuzione attraverso l'alleanza con i cartelli albanesi. La strada del narcotraffico negli ultimi anni ha rotte precise. La coca parte dal Sudamerica, giunge in Spagna e qui o viene direttamente prelevata, o viene smistata in Albania via terra. L'eroina invece parte dall'Afghanistan e prende le strade della Bulgaria, del Kosovo, dell'Albania; l'hashish e la marijuana partono dal Maghreb e hanno la mediazione dei turchi e degli albanesi nel Mediterraneo. Di Lauro era riuscito ad avere contatti diretti per ogni accesso ai mercati delle droghe, era riuscito dopo una strategia certosina a divenire a pieno titolo imprenditore delle pelli e del narcotraffico. Aveva fondato nel 1989 la celebre impresa Confezioni Valent di Paolo Di Lauro & C, che secondo lo statuto avrebbe dovuto terminare le sue attività nel 2002, ma nel novembre 2001 fu sequestrata dal Tribunale di Napoli. La Valent si era aggiudicata diversi appalti in tutt'Italia per l'installazione di cash and carry. Aveva come oggetto sociale un enorme potenziale di attività: dal commercio di mobili al settore tessile, dalle confezioni al commercio delle carni e alla distribuzione delle acque minerali. La Valent forniva pasti a diverse strutture pubbliche e private, e provvedeva alla macellazione di carni di qualsiasi specie. Inoltre, sempre secondo l'oggetto sociale, la Valent di Paolo Di Lauro si poneva l'obiettivo di costruire attività alberghiere, catene di ristorazione, ristoranti e quanto "opportuno per il tempo libero". Nello stesso tempo dichiarava che: "la società potrà acquistare terreni, costruire sia direttamente che indirettamente fabbricati, centri commerciali o case per civili abitazioni". La licenza commerciale fu rilasciata dal comune di Napoli nel '93, la società era amministrata dal figlio di Di Lauro, Cosimo. Paolo Di Lauro, per cause legate al clan, era uscito di scena nel '96, dando le sue quote alla moglie Luisa. I Di Lauro sono una dinastia, costruita con abnegazione. Luisa Di Lauro aveva generato dieci figli, e come le grandi matrone dell'industria italiana, aveva aumentato progressivamente la prole in base al successo industriale. Tutti inseriti nel clan, Cosimo, Vincenzo, Ciro, Marco, Nunzio, Salvatore, e poi i piccoli, quelli ancora minorenni. Paolo Di Lauro aveva una sorta di predilezione per gli investimenti in Francia, suoi negozi si trovavano a Nizza, ma anche a Parigi, a rue Charenton 129 e a Lione al 22 di Quai Perrache. Voleva che la moda italiana in Francia fosse veicolata dai suoi negozi, trasportata dai suoi camion, che gli Champs Elysées emanassero l'odore del potere di Scampia.
Ma a Secondigliano l'enorme azienda dei Di Lauro scricchiolava. Era cresciuta in fretta e in grande autonomia in ogni sua parte, nelle piazze dello spaccio l'aria iniziava ad appesantirsi. A Scampia invece c'era la speranza che tutto si sarebbe risolto come l'ultima volta. Quando, con una bevuta, ogni crisi trovò soluzione. Una bevuta particolare, che avvenne mentre Domenico, uno dei figli di Di Lauro, dopo un gravissimo incidente stradale, agonizzava in ospedale. Domenico era un ragazzo inquieto. Spesso i figli dei boss cadono in una sorta di delirio d'onnipotenza e ritengono di poter disporre di intere città e delle persone che le abitano. Secondo le indagini della polizia, nell'ottobre 2003, Domenico assieme alla sua scorta e un gruppo di amici, assaltò di notte un'intera cittadina, Casoria, sfasciando finestre, garage, auto, bruciando cassonetti, inzaccherando portoni con lo spray e squagliando con gli accendini i pulsanti di plastica dei citofoni. Danni che il padre seppe rimborsare in silenzio, con la diplomazia delle famiglie che devono rimediare ai disastri dei rampolli senza pregiudicare la propria autorevolezza. Domenico stava correndo in moto quando a una curva perse il controllo, cadde e per le gravi ferite morì dopo alcuni giorni trascorsi in coma all'ospedale. Quest'episodio tragico generò un incontro di vertice, una punizione e al contempo un'amnistia. A Scampia tutti conoscono questa storia, una storia leggendaria, forse inventata, ma importante per comprendere come i conflitti trovano mediazione all'interno delle dinamiche di camorra.