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Si racconta che Gennaro Marino, detto McKay, delfino di Paolo Di Lauro, andò in ospedale dove si trovava il ragazzo morente, per confortare il boss. Il suo conforto venne accolto. Di Lauro poi lo tirò in disparte e gli offrì da bere. Pisciò in un bicchiere e glielo porse. Al boss erano giunte all'orecchio notizie circa alcuni comportamenti del suo prediletto che non poteva avallare in nessun modo. McKay aveva fatto alcune scelte economiche senza discuterne, alcune somme di danaro erano state sottratte senza renderne conto. Il boss si era accorto della volontà del suo delfino di rendersi autonomo ma lo volle perdonare, come un eccesso di esuberanza di chi è troppo bravo nel proprio mestiere. Si racconta che McKay bevve tutto, sino alla posa. Un lungo sorso di piscio risolse il primo sisma avvenuto all'interno delle dirigenze del cartello del clan Di Lauro. Una tregua labile, che nessun rene successivamente avrebbe potuto drenare.

La guerra di Secondigliano

McKay e Angioletto avevano deciso. Volevano ufficializzare la formazione di un proprio gruppo, erano d'accordo tutti i dirigenti più anziani, avevano chiaramente detto di non voler entrare in conflitto con l'organizzazione ma di volerne diventare concorrenti. Leali concorrenti sul vasto mercato. Fianco a fianco, ma in autonomia. E così — secondo le dichiarazioni del pentito Pietro Esposito — mandarono il messaggio a Cosimo Di Lauro, il reggente del cartello. Volevano incontrare Paolo, il padre, il dirigente massimo, il vertice, il referente primo del sodalizio. Parlargli di persona, dirgli che non condividevano le scelte di ristrutturazione, che avevano fatto i figli, volevano fissarlo negli occhi smettendola di far passare parola su parola da gola a gola, facendo impastare i messaggi dalla saliva di molte lingue, visto che i cellulari non erano utilizzabili per non far risalire al percorso della sua latitanza. Genny McKay voleva incontrare Paolo Di Lauro, il boss che aveva permesso la sua ascesa imprenditoriale.

Cosimo accetta formalmente la richiesta dell'incontro, si tratta del resto di riunire tutti i vertici dell'organizzazione, capi, dirigenti, capizona. Non si può rifiutare. Ma Cosimo ha già tutto in mente, o così sembra. Pare davvero che sappia verso cosa sta orientando la sua gestione degli affari, e come deve organizzarne la difesa. E così, ascoltando quanto dicono indagini e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, Cosimo all'appuntamento non manda sottoposti. Non manda il "cavallaro", Giovanni Cortese il portavoce ufficiale, colui che ha sempre curato i rapporti della famiglia Di Lauro con l'esterno. Cosimo manda i suoi fratelli, Marco e Ciro, a perlustrare il luogo dell'incontro. Loro vanno a vedere, controllano che aria tira, non avvertono nessuno del loro passaggio. Passano senza scorta, forse in auto. Veloci, ma non troppo. Osservano le vie di fuga preparate, le sentinelle appostate, senza dare nell'occhio. Riferiscono a Cosimo, gli raccontano i dettagli. Cosimo comprende. Avevano preparato tutto per un agguato. Per ammazzare Paolo e chiunque l'avesse accompagnato. L'incontro era un tranello, era un modo per uccidere e sancire una nuova era nella gestione del cartello. Del resto un impero non si scinde allentando una stretta di mano, ma tagliandola con una lama. Questo si racconta, questo raccontano indagini e pentiti.

Cosimo, il figlio a cui Paolo ha dato in gestione il controllo del narcotraffico con ruolo di massima responsabilità, deve decidere. Sarà guerra, ma non la dichiara, conserva tutto in mente, aspetta di comprendere le mosse, non vuole allarmare i rivali. Sa che a breve gli salteranno addosso, che deve aspettarsi gli artigli sulla carne, ma deve temporeggiare, decidere una strategia precisa, infallibile, vincente. Capire su chi può contare, quali forze può gestire. Chi è con lui e chi è contro di lui. Non c'è altro spazio sulla scacchiera.

I Di Lauro giustificano l'assenza del padre con la difficoltà di muoversi a causa delle ricerche della polizia. Latitante, ricercato da oltre dieci anni. Saltare un incontro non è grave per uno inserito fra i trenta latitanti più pericolosi d'Italia. La più grande holding imprenditoriale del narcotraffico, una delle più forti sul piano nazionale e internazionale, sta per attraversare la più letale delle crisi, dopo decenni di perfetto funzionamento.

II clan Di Lauro è stato sempre un'impresa perfettamente organizzata. Il boss lo ha strutturato con un disegno d'azienda multilevel. L'organizzazione è composta da un primo livello di promotori e finanziatori, costituito dai dirigenti del clan che provvedono a controllare l'attività di traffico e spaccio tramite i loro affiliati diretti, e formato, secondo la Procura Antimafia di Napoli, da Rosario Pariante, Raffaele Abbinante, Enrico D'Avanzo e Arcangelo Valentino. Il secondo livello comprende chi materialmente tratta la droga, l'acquista e la confeziona e gestisce i rapporti con gli spacciatori, ai quali garantisce difesa legale in caso di arresto. Gli elementi di maggiore spicco sono Gennaro Marino, Lucio De Lucia, Pasquale Gargiulo. Il terzo livello è rappresentato dai capi-piazza, ossia membri del clan che sono a diretto contatto con gli spacciatori, che coordinano i pali e le vie di fuga e curano anche l'incolumità dei magazzini dove viene stoccata la merce e i luoghi dove viene tagliata. Il quarto livello, il più esposto, è costituito dagli spacciatori. Ogni livello ha in sé dei sottolivelli che si relazionano esclusivamente con il proprio dirigente di riferimento e non con l'intera struttura. Quest'organizzazione permette di avere un profitto pari al 500 per cento dell'investimento iniziale.

Dinanzi al modello dell'impresa dei Di Lauro mi è sempre venuto in mente il concetto matematico di frattale, come lo spiegano nei manuali, ovvero un casco di banane cui ogni banana è a sua volta un casco di banane le cui banane sono caschi di banane e così all'infinito. Il clan Di Lauro solo col narcotraffico fattura cinquecentomila euro al giorno. Spacciatori, gestori dei magazzini, staffette, spesso non sono parte dell'organizzazione ma semplici stipendiati. L'indotto dello spaccio è enorme, migliaia di persone ci lavorano ma non sanno da chi sono dirette. Intuiscono genericamente per quale famiglia camorristica lavorano, ma nulla di più. Qualora qualche arrestato decidesse di pentirsi, la conoscenza della struttura sarà limitata a un perimetro specifico, minimo, senza riuscire a comprendere e conoscere l'intero organigramma, l'enorme periplo del potere economico e militare dell'organizzazione.

Tutto l'assetto economico finanziario ha il suo team militare: un feroce gruppo di fuoco e una capillare rete di fiancheggiatori. Nel manipolo di killer figuravano Emanuele D'Ambra, Ugo De Lucia, detto "Ugariello", Nando Emolo, detto "'o schizzato", Antonio Ferrara, detto "'o tavano", Salvatore Tamburino, Salvatore Petriccione, Umberto La Monica, Antonio Mennetta. Al di sotto, i fiancheggiatori, cioè i capizona: Gennaro Aruta, Ciro Saggese, Fulvio Montanino, Antonio Galeota, Giuseppe Prezioso, guardaspalle personale di Cosimo, e Costantino Sorrentino. Un'organizzazione che complessivamente contava su almeno trecento persone, tutte tenute a stipendio. Una struttura complessa, dove tutto era inserito in un ordine preciso. C'era il parco macchine e moto, enorme, sempre disponibile, come una struttura d'emergenza. C'era l'armeria, nascosta e collegata a una rete di fabbri pronti a distruggere le armi appena usate per gli omicidi. C'era una rete logistica che consentiva ai killer di andare, subito dopo l'agguato, ad allenarsi in un regolare poligono di tiro dove venivano registrati gli ingressi, in modo da confondere le tracce di polvere da sparo e costruirsi un alibi per eventuali prove da stub. Lo stub è ciò che ogni killer teme di più; la polvere da sparo che non viene mai via e che è la prova più schiacciante. C'era addirittura una rete che forniva l'abbigliamento ai gruppi di fuoco: tute da ginnastica anonime e casco integrale da motociclista, da distruggere subito dopo. Un'azienda inattaccabile, dai congegni perfetti o quasi. Non si tenta di occultare un'azione, un omicidio, un investimento ma semplicemente di non renderlo dimostrabile in tribunale.