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In realtà dopo ogni agguato il sospetto grava su tutti. Troppo perfetta è la macchina dei clan. Non c'è errore. C'è punizione. E così è al clan che viene data fiducia, non ai familiari che non capiscono, non ai colleghi di lavoro che lo conoscono, non alla biografia di un individuo. In questa guerra le persone vengono stritolate senza colpa alcuna, vengono rubricate negli effetti collaterali o nei probabili colpevoli.

Un ragazzo, Dario Scherillo, ventisei anni, ucciso il 26 dicembre 2004, mentre camminava in motocicletta viene colpito in faccia, al petto, lasciato morire a terra nel suo sangue che ha il tempo di impregnare completamente la camicia. Un ragazzo innocente. Gli è bastato essere di Casavatore, un paese martoriato da questo conflitto. Per lui ancora silenzio, incomprensione. Nessuna epigrafe, né targa, né ricordo. "Quando si è uccisi dalla camorra, non si sa mai" mi dice un vecchio che si fa il segno della croce nei pressi del luogo dove Dario è caduto. Il sangue a terra è di un rosso vivo. Non tutto il sangue ha lo stesso colore. Quello di Dario è porpora, sembra ancora scorrere. I mucchi di segatura stentano ad assorbirlo. Un'auto dopo un po', approfittando dello spazio vuoto, parcheggia sulla macchia di sangue. E tutto finisce. Tutto si copre. È stato ammazzato per dare un messaggio al paese, un messaggio di carne chiuso in una busta di sangue. Come in Bosnia, come in Algeria, come in Somalia, come in qualsiasi confusa guerra interna, quando è difficile capire a che parte appartieni, basta uccidere il tuo vicino, il cane, l'amico, o un tuo familiare. Una voce di parentela, una somiglianza è condizione sufficiente per diventare bersaglio. Basta che passi per una strada per ricevere subito un'identità di piombo. L'importante è concentrare il più possibile dolore, tragedia e terrore. Con l'unico obiettivo di mostrare la forza assoluta, il dominio incontrastato, l'impossibilità di opporsi al potere vero, reale, imperante. Sino ad abituarsi a pensare come coloro che potrebbero risentirsi di un gesto o di una parola. Stare attenti, guardinghi, silenziosi, per salvarsi la vita, per non toccare il filo ad alta tensione della vendetta. Mentre mi allontanavo, mentre portavano via Attilio Romano, iniziai a capire. A capire perché non c'è momento in cui mia madre non mi guardi con preoccupazione, non comprendendo perché non me ne vado, perché non fuggo via, perché continuo a vivere in questi luoghi d'inferno. Cercavo di ricordare da quando sono nato quanti sono i caduti, gli ammazzati, i colpiti.

Non bisognerebbe contare i morti per comprendere le economie della camorra, anzi sono l'elemento meno indicativo del potere reale, ma sono la traccia più visibile e quella che riesce d'immediato a far ragionare con lo stomaco. Inizio la conta: nel 1979 cento morti, nel 1980 centoquaranta, nel 1981 centodieci, nel 1982 duecentosessantaquattro, nel 1983 duecentoquattro, nel 1984 centocinquantacinque, nel 1986 centosette, nel 1987 centoventisette, nel 1988 centosessantotto, nel 1989 duecentoventotto, nel 1990 duecentoventidue, nel 1991 duecentoventitré, nel 1992 centosessanta, nel 1993 centoventi, nel 1994 centoquindici, nel 1995 centoquarantotto, nel 1996 cento-quarantasette, nel 1997 centotrenta, nel 1998 centotrentadue, nel 1999 novantuno, nel 2000 centodiciotto, nel 2001 ottanta, nel 2002 sessantatré, nel 2003 ottantatré, nel 2004 centoquaran-tadue, nel 2005 novanta.

Tremilaseicento morti da quando sono nato. La camorra ha ucciso più della mafia siciliana, più della 'ndrangheta, più della mafia russa, più delle famiglie albanesi, più della somma dei morti fatti dall'ETA in Spagna e dell'iRA in Irlanda, più delle Brigate Rosse, dei NAR e più di tutte le stragi di Stato avvenute in Italia. La camorra ha ucciso più di tutti. Mi viene in mente un'immagine. Quella della cartina del mondo che spesso compare sui giornali. Campeggia sempre in qualche numero di "Le Monde Diplomatique", quella mappa che indica con un bagliore di fiamma tutti i luoghi della terra dove c'è un conflitto. Kurdistan, Sudan, Kosovo, Timor Est. Viene di gettare l'occhio sull'Italia del sud. Di sommare i cumuli di carne che si accatastano in ogni guerra che riguardi la camorra, la mafia, la 'ndrangheta, i Sacristi in Puglia o i Basilischi in Lucania. Ma non c'è traccia di lampo, non v'è disegnato alcun fuocherello. Qui è il cuore d'Europa. Qui si foggia la parte maggiore dell'economia della nazione. Quali ne siano le strategie d'estrazione, poco importa. Necessario è che la carne da macello rimanga impantanata nelle periferie, schiattata nei grovigli di cemento e monnezza, nelle fabbriche in nero e nei magazzini di coca. E che nessuno ne faccia cenno, che tutto sembri una guerra di bande, una guerra tra straccioni. E allora comprendi anche il ghigno dei tuoi amici che sono emigrati, che tornano da Milano o da Padova e non sanno tu chi sia diventato. TI squadrano dall'alluce alla fronte per cercare di soppesare il tuo peso specifico e intuire se sei un chiachiello o uno bbuono. Un fallito o un camorrista. E dinanzi alla biforcazione delle strade sai quale stai già percorrendo e non vedi nulla di buono al termine del percorso.

Tornai a casa, ma non riuscii a stare fermo. Scesi e iniziai a correre, forte, sempre più forte, le ginocchia si torcevano, i talloni tamburellavano i glutei, le braccia sembravano snodate e si agitavano come quelle di un burattino. Correre, correre, correre ancora. Il cuore pompava, in bocca la saliva annegava la lingua e sommergeva i denti. Sentivo il sangue che gonfiava la carotide, tracimava nel petto, non avevo più fiato, dal naso presi tutta l'aria possibile che subito rigettai come un toro. Ripresi a correre, sentendo le mani gelide, il viso bollente, chiudendo gli occhi. Sentivo che tutto quel sangue visto a terra, perso come rubinetto aperto sino a spanare la manopola, l'avevo ripreso, lo risentivo nel corpo.

Arrivai finalmente al mare. Saltai sugli scogli, il buio era impastato di foschia, non si vedevano neanche i fari delle navi che incrociano nel golfo. Il mare si increspava, alcune onde iniziarono ad alzarsi, sembravano non voler toccare la fanghiglia della battigia ma non tornavano neanche nel gorgo lontano dell'alto mare. Rimangono immobili nell'andirivieni dell'acqua, resistono ostinate in un'impossibile fissità aggrappandosi alla loro cresta di schiuma. Ferme, non sapendo più dove il mare è ancora mare.

Dopo qualche settimana iniziarono ad arrivare giornalisti. Da ogni luogo, d'improvviso la camorra era tornata a esistere nella regione dove si credeva esistessero ormai solo bande e scippatori. Secondigliano divenne in poche ore il centro dell'attenzione. Inviati speciali, fotoreporter delle più importanti agenzie, persino un presidio perenne della BBC, qualche ragazzino si fa fotografare accanto a un cameraman che tiene in spalla una telecamera con ben in evidenza il logo della CNN. "Gli stessi che stanno da Saddam" ridacchiano a Scampia. Ripresi da quelle telecamere si sentono trasportati nel baricentro del mondo. Un'attenzione che sembra per la prima volta concedere a quei luoghi un'esistenza reale. La mattanza di Secondigliano raccoglie un'attenzione che mancava dalle dinamiche di camorra da vent'anni. A nord di Napoli la guerra ammazza in breve tempo, rispetta i criteri giornalistici di cronaca, in poco più di un mese accumula decine e decine di vittime. Sembra fatta apposta per dare il suo morto a ogni inviato. Il successo a tutti. Stagiste vennero inviate a frotte a farsi le ossa. Microfoni spuntarono ovunque a fare interviste a spacciatori, a riprendere il tetro profilo spigoloso delle Vele. Qualcuna riesce persino a intervistare presunti pusher, inquadrandoli di spalle. Quasi tutti invece danno qualche spicciolo agli eroinomani che biascicano la loro storia. Due ragazze, due giornaliste si fecero fotografare dal loro operatore davanti a una carcassa di auto bruciata non ancora rimossa. La loro prima guerra minore da croniste ha il suo souvenir. Un giornalista francese mi telefonò chiedendomi se doveva portare il giubbotto antiproiettile visto che voleva andare a fotografare la villa di Cosimo Di Lauro. Le troupe giravano in auto, fotografavano, riprendevano, come esploratori in una foresta dove tutto ormai si stava mutando in scenografia. Qualche altro giornalista si muoveva con la scorta. Il peggior modo per raccontare Secondigliano era farsi scortare dalla polizia. Scampia non è un luogo inaccessibile, la forza di questa piazza del narcotraffico è proprio l'accessibilità totale e garantita a chiunque. I giornalisti che vanno con la scorta non possono che raccogliere con lo sguardo ciò che trovano in qualsiasi notizia battuta dalle agenzie stampa. Come stare davanti al loro pc redazionale, con la differenza di essere in movimento.