"Fa ammore" non significa fare l'amore, ma fidanzarsi. Questo Angelo era da poco entrato nel Sistema e non sembrava ricoprire cariche poco importanti. Presto secondo il bidello sarebbe finito nel carcere di Poggioreale. Prima ancora che la ragazzina tentasse di difendere il suo ragazzo, aveva pronta una risposta. Una risposta di quelle che sembrano trovarsi in tasca: "E qual è il problema perché non mi dà lo stesso la mesata? Quello mi vuole bene veramente…".
La mesata. Questo il primo successo della ragazza. Qualora fosse finito in galera il suo ragazzo, avrebbe conquistato un salario. La mesata è il salario mensile che i clan danno alle famiglie degli affiliati. Fidanzandosi, la mesata viene girata alla fidanzata anche se conviene, per essere certi della reversibilità, essere incinta. Non necessariamente sposata, basta un bambino, anche solo nella pancia. Se sei soltanto fidanzata rischi che si presenti al clan qualche altra ragazza, magari sino ad allora tenuta nascosta, ragazze che non sanno l'una dell'altra. In questo caso o è il responsabile di zona del clan che decide se dividere la mesata tra due donne, cosa rischiosa perché genera molta tensione tra famiglie, o si fa decidere all'affiliato a quale ragazza darla. Si decide nella maggior parte delle volte di non dare la mesata a nessuna delle due, girandola direttamente alla famiglia del carcerato e risolvendo così di netto il problema. Matrimonio o puerperio, sono gli elementi che garantiscono con certezza gli stipendi. I soldi vengono portati quasi sempre a mano, evitando così di lasciare troppe tracce sui conti correnti. Vengono portati dai "sottomarini". H sottomarino è la persona che viene incaricata di distribuire le mensilità. Li chiamano così perché strisciano sul fondo delle strade. Non si fanno mai vedere, non devono essere facilmente rintracciabili perché possono essere ricattati, messi sotto pressione, rapinati. Emergono dalla strada d'improvviso, arrivando alle stesse case seguendo percorsi sempre diversi. Il sottomarino cura gli stipendi dei livelli più bassi del clan. I dirigenti invece chiedono la somma di cui hanno bisogno di volta in volta e trattano direttamente con i cassieri. I sottomarini non sono parte del Sistema, non vengono affiliati; potrebbero, gestendo i salari, sfruttare questo ruolo fondamentale e aspirare a crescere nel clan. Sono quasi sempre pensionati, ragionieri di negozio, vecchi contabili di bottega, che lavorando per i clan incassano un altro stipendio arrotondando la pensione e soprattutto riuscendo a uscire di casa senza marcire davanti alla televisione. Bussano il 28 di ogni mese, poggiano le loro buste di plastica sui tavoli e poi dall'interno della giacca, da una tasca gonfissima, cacciano una busta di carta con sopra scritto il cognome dell'affiliato morto o in galera e la danno alla moglie, o se non c'è al figlio più grande. Quasi sempre assieme alla mesata portano anche un po' di spesa. Prosciutto, frutta, pasta, uova, un po' di pane. Salgono le scale strusciando le buste vicino alle pareti. Quello struscio continuo, i piedi pesanti, quello è il campanello del sottomarino. Sono sempre carichi come asini, comprano la spesa nelle stesse salumerie e dai medesimi fruttivendoli, fanno un unico carico che poi portano a tutte le famiglie. Si comprende quante mogli di carcerati o vedove di camorristi vivono in una strada da come il sottomarino è carico.
Don Ciro è stato l'unico sottomarino che sono riuscito a conoscere. È del centro storico, ha curato gli stipendi di clan ormai allo sbando ma che lentamente, in questa nuova fase fertile, stanno cercando di riorganizzarsi e non soltanto di sopravvivere. I clan dei Quartieri Spagnoli e per alcuni anni anche quelli di Forcella. Ora lavorava saltuariamente per il clan del quartiere Sanità. Don Ciro era talmente capace di trovare nel dedalo dei vicoli napoletani case, bassi, seminterrati, palazzi senza numero civico, case ricavate negli angoli dei pianerottoli, che a volte i postini, che si perdevano continuamente, gli affidavano la posta da portare ai suoi clienti. Don Ciro aveva le scarpe sfondate, nel senso che l'alluce gli faceva un bozzo, come un bubbone, in punta e le suole erano consumate sul tallone. Quelle scarpe erano davvero l'emblema del sottomarino e simboli autentici dei chilometri macinati a piedi per vicoli e salite, di percorsi resi più lunghi nelle strade del corpo di Napoli, assaliti dalla paranoia di inseguimento o rapine. Don Ciro indossava pantaloni maltrattati, sembravano puliti ma non stirati. Non aveva più moglie e la sua nuova compagna moldava era troppo giovane per occuparsi davvero di lui. Pauroso sin nel midollo, guardava sempre per terra anche quando mi parlava, aveva i baffi gialli, laccati dalla nicotina così come l'indice e il medio della mano destra. I sottomarini danno la mesata anche agli uomini delle donne finite dentro. È umiliante per loro ricevere la mesata della moglie carcerata, così in genere i sottomarini per evitare finti rimproveri, urla sui pianerottoli, plateali cacciate di casa fatte però senza dimenticare mai di prendere prima la busta coi soldi, per evitare tutto questo, vanno in casa delle madri delle affiliate, e recapitano a loro il mensile da girare alla famiglia della detenuta. I sottomarini ascoltano ogni tipo di lamentela dalle mogli degli affiliati. Lamentele sull'aumento delle bollette, del fitto, sui figli che si fanno bocciare o che vogliono andare all'università. Ascoltano ogni richiesta, ogni inciucio sulle mogli degli altri affiliati che hanno più soldi perché i mariti più furbi sono riusciti a crescere di grado all'interno dei clan. Mentre parlano, il sottomarino ripete continuamente "lo so, lo so, lo so". Come per far sfogare meglio le signore, a fine discorso pronuncia soltanto due tipi di risposte: "Non dipende da me" oppure "Io porto solo i soldi: chi decide non sono io". Le mogli sanno bene che i sottomarini non decidono nulla, ma sperano che riempiendoli di lamentele prima o poi qualcosa dalla bocca del sottomarino uscirà dinanzi a qualche capozona, e forse si decideranno ad aumentare i salari e a concedere maggiori favori. Don Ciro era talmente abituato a dire "lo so lo so", che ogni qual volta
si parlava con lui, su qualsiasi argomento lui cantilenava "lo so, lo so, lo so". Aveva portato le mesate a centinaia di donne di camorra, avrebbe potuto tracciare memorie precise di generazioni di donne, di mogli e fidanzate e anche di uomini soli. Storiografie dei commenti critici a boss e politici, ma don Ciro era un sottomarino silenzioso e malinconico che davvero aveva fatto della sua testa un corpo vuoto dove rimbombava, senza lasciar traccia, ogni parola ascoltata. Mentre gli parlavo mi aveva trascinato dal centro alla periferia di Napoli, poi mi salutò e prese un bus che l'avrebbe fatto tornare al punto da dove eravamo partiti. Era tutto parte della strategia di depistaggio per evitare che intuissi, anche soltanto lontanamente, dove abitasse.
Per molte donne sposare un camorrista spesso è come ricevere un prestito, come un capitale conquistato. Se destino e capacità lo permetteranno quel capitale frutterà, e le donne diventeranno imprenditrici, dirigenti, generalesse di un potere illimitato. Può andare male e rimarranno solo ore in sala d'attesa nelle carceri e preghiere umilianti per andare a fare la colf in concorrenza con le slave, per poter pagare gli avvocati e dare da mangiare ai figli, se il clan va in rovina e non riesce più a dare la mesata. Le donne di camorra attraverso il loro corpo concedono fondamento ad alleanze, il loro volto e il loro comportamento raccolgono e dimostrano il potere della famiglia, in pubblico si riconoscono i loro veli neri ai funerali, le urla durante gli arresti, i baci lanciati oltre le sbarre durante le udienze ai processi.
L'immagine delle donne di camorra sembra comporsi divisioni scontate, donne capaci di fare da eco solo al dolore e alle volontà dei maschi: fratelli, mariti, figli. Non è così. La trasformazione del mondo camorristico negli ultimi anni ha portato anche a una metamorfosi del ruolo femminile che da identità materna, da assistente di sventura è divenuta vera e propria figura manageriale, impegnata quasi esclusivamente nell'attività imprenditoriale e finanziaria, delegando ad altri le imprese militari e i traffici illegali.