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Antonio Bardellino aveva creato un sistema complesso di dominio e tutte le cellule imprenditoriali che si erano generate nel suo seno non potevano restare ancora per lungo tempo compattate negli scompartimenti da lui diretti. Erano giunte a maturazione, dovevano esprimere tutto il loro potere, senza più vincoli di gerarchia. Sandokan Schiavone divenne così il leader. Aveva messo su un sistema efficientissimo legato tutto alla sua famiglia. Il fratello Walter coordinava le batterie di fuoco, il cugino Carmine gestiva l'aspetto economico e finanziario, il cugino Francesco fu eletto sindaco di Casal di Principe e l'altro cugino Nicola assessore alle Finanze. Passaggi importanti per riuscire ad affermarsi in paese, che nella fase d'ascesa significa molto. Il potere di Sandokan si affermò nei primi anni del suo dominio anche attraverso stretti legami politici. Per un conflitto con la vecchia Democrazia Cristiana, a Casal di Principe i clan appoggiarono nel 1992 il Partito Liberale Italiano che ebbe la più grande impennata della sua storia: da un risicato 1 per cento balzò, dopo il sostegno del clan, al 30 per cento. Ma tutti gli altri uomini di primo piano del clan erano ostili alla leadership assoluta di Sandokan. Soprattutto i De Falco, gruppo capace di avere dalla propria carabinieri e poliziotti, alleanze imprenditoriali e politiche. Nel 1990 ci furono diverse riunioni dei dirigenti Casalesi. A una fu invitato anche Vincenzo De Falco, soprannominato *"o fuggiasco". I boss avrebbero voluto eliminarlo. Lui non arrivò. Arrivarono invece i carabinieri che arrestarono i convitati. Nel 1991 Vincenzo De Falco venne ucciso, lo crivellarono di colpi nella sua macchina. La polizia lo trovò accasciato su se stesso con lo stereo a palla e una cassetta di Modugno che ancora girava. Dopo questa morte ci fu una spaccatura tra tutte le famiglie della confederazione dei Casalesi. Da un lato le famiglie vicine a Sandokan-Iovine: Zaga-ria, Reccia, Bidognetti, e Caterino; dall'altra le famiglie vicine ai De Falco: Quadrano, La Torre, Luise, Salzillo. I De Falco risposero alla morte del "fuggiasco" ammazzando Mario Iovi-ne a Cascais, in Portogallo nel 1991. Lo crivellarono di colpi mentre era in una cabina telefonica. Con la morte di Iovine fu terreno aperto per Sandokan Schiavone. Ci furono quattro anni di guerre, massacri, quattro anni di mattanze continue tra le famiglie vicine a Schiavone e quelle dei De Falco. Anni di stravolgimenti di alleanze, di clan che passavano da una parte all'altra dello schieramento, non ci fu una vera e propria soluzione, ma una spartizione di territori e poteri. Sandokan divenne l'emblema della vittoria del suo cartello sulle altre famiglie. Dopo, tutti i suoi nemici si riconvertirono in suoi alleati. Cemento e narcotraffico, racket, trasporti, rifiuti e monopolio nel commercio e nelle imposizioni di forniture. Questo era il territorio aziendale dei Casalesi di Sandokan. I consorzi del cemento divennero un'arma fondamentale per i clan Casalesi.

Ogni impresa edile deve rifornirsi di cemento dai consorzi, e così questo meccanismo diventava fondamentale per mettere in relazione i clan con tutti gli imprenditori edili esistenti sul territorio e con tutti gli affari possibili. Il prezzo del cemento dei consorzi gestiti dai clan, come dichiarato spesso da Carmine Schiavone, riusciva ad avere vantaggi esponenziali perché, oltre al cemento, le navi dei consorzi distribuivano armi ai paesi mediorientali con embargo. Questo secondo livello di commercio permetteva di abbattere i costi del livello legale. I clan Casalesi guadagnavano in ogni passaggio dell'economia dell'edilizia. Fornendo cemento, fornendo ditte in subappalto per la costruzione e ricevendo una tangente sui grossi affari. Tangente che risultava essere il punto di partenza, poiché senza versarla, le loro ditte economiche ed efficienti non avrebbero lavorato, e nessun'altra ditta avrebbe potuto farlo senza danno alcuno e a buon mercato. Il giro d'affari che la famiglia Schiavone gestisce è quantificabile in cinque miliardi di euro. L'intera potenza economica del cartello delle famiglie Casalesi tra beni immobili, masserie, azioni, liquidità, ditte edili, zuccherifici, cementifici, usura, traffico di droga e di armi, si aggira intorno ai trenta miliardi di euro. La camorra casalese è diventata un'impresa polivalente; la più affidabile della Campania, in grado di partecipare a tutti gli affari. La quantità di capitali accumulati illegalmente le consente di avere spesso un credito agevolato che permette alle sue imprese di sbaragliare la concorrenza con prezzi bassi o con intimidazioni. La nuova borghesia camorrista casalese ha trasformato il rapporto estorsivo in una sorta di servizio aggiuntivo, il racket in una partecipazione all'impresa di camorra. Pagare un mensile al clan può significare concedergli esclusivamente danaro per i suoi affari, ma al contempo può significare anche ricevere protezione economica con le banche, camion in orario, agenti commerciali rispettati. Il racket come un acquisto imposto di servizi. Questa nuova concezione del racket emerge da un'indagine del 2004 della Questura di Caserta, conclusasi con l'arresto di diciotto persone. Francesco Schiavone San-dokan, Michele Zagaria e il clan Moccia erano i più importanti soci di Cirio e Parmalat in Campania. In tutto il casertano, in parte consistente del napoletano, in tutto il basso Lazio, in parte delle Marche e dell'Abruzzo, in parte della Lucania, il latte distribuito dalla Cirio e poi dalla Parmalat aveva conquistato il 90 per cento del mercato. Un risultato ottenuto grazie all'alleanza stretta con la camorra casalese e alle tangenti che le aziende pagavano ai clan per mantenere una posizione di preminenza. Diversi i marchi coinvolti tutti riconducibili all'impero Eurolat, l'azienda passata nel 1999 dalla Cirio di Cragnotti alla Parmalat di Tanzi.

I magistrati avevano disposto il sequestro di tre concessionarie e diverse aziende per la distribuzione e la vendita del latte, tutte, secondo l'accusa, controllate dalla camorra casalese. Le aziende del latte erano intestate a prestanome che agivano per conto dei Casalesi. Prima Cirio, e poi Parmalat, per ottenere il ruolo di cliente speciale, avevano trattato direttamente con il cognato di Michele Zagaria, latitante da un decennio e reggente del clan dei Casalesi. Il trattamento di favore era conquistato innanzitutto attraverso politiche commerciali. I marchi della Cirio e della Parmalat concedevano ai distributori uno sconto speciale — dal 4 al 6,5 per cento, invece del consueto 3 per cento circa — oltre a vari premi di produzione, così anche i supermercati e i dettaglianti potevano strappare buoni sconti sui prezzi: i Casalesi costruivano in questo modo un consenso diffuso nei confronti del loro predominio commerciale. Dove poi non arrivavano il pacifico convincimento e l'interesse comune, entrava in azione la violenza: minacce, estorsioni, distruzione dei camion per il trasporto delle merci. Pestavano i camionisti, rapinavano i Tir delle aziende concorrenti, bruciavano i depositi. Un clima di paura diffusa, tanto che nelle zone controllate dai clan era impossibile non solo distribuire, ma anche trovare qualcuno che fosse disposto a vendere marchi diversi da quelli imposti dai Casalesi. A pagare, alla fine, erano i consumatori: perché in una situazione di monopolio e di mercato bloccato, i prezzi finali erano fuori da ogni controllo per mancanza di una vera concorrenza.