Don Peppino Diana
Quando penso alla lotta ai clan di Casal di Principe, di San Cipriano, di Casapesenna e in tutti i territori egemonizzati da loro, da Parete a Formia, penso sempre ai lenzuoli bianchi. Ai lenzuoli bianchi che pendono da ogni balcone, legati a ogni ringhiera, annodati a tutte le finestre. Bianco, tutto bianco, una pioggia di stoffe candide. Furono il rabbioso lutto issato quando si svolsero i funerali di don Peppino Diana. Avevo sedici anni, era il marzo 1994. Mi svegliò mia zia, come sempre, ma con una violenza strana, mi svegliò tirandomi il lenzuolo in cui ero rannicchiato, come si fa quando si srotola un salame dalla carta. Quasi cascai giù dal letto. Mia zia non disse niente e camminava facendo un rumore fortissimo, come se sfogasse tutto il nervosismo sui talloni. Annodava questi lenzuoli alle ringhiere di casa, stretti, neanche un tornado avrebbe potuto scioglierli. Spalancava le finestre, faceva entrare le voci, uscire i rumori di casa, persino gli stipi dei mobili erano aperti. Ricordo il fiume di scout che avevano dismesso la loro aria scanzonata da bravi figli di famiglia e sembravano portare annodata ai loro bizzarri foulard gialli e verdi una rabbia forte, perché don Peppino era uno di loro. Mai più mi è capitato di rivedere scout così nervosi e così poco attenti a tutte quelle forme di ordine e compostezza che invece li accompagnano sempre nelle loro lunghe marce. Di quel giorno ho solo ricordi a chiazze, una memoria a pelle di dalmata. Don Peppino Diana ha avuto una storia strana, una di quelle che una volta conosciuta, bisogna poi conservarla da qualche parte del proprio corpo. In fondo alla gola, stretta nel pugno, vicino al muscolo del petto, sulle coronarie. Una storia rara, sconosciuta ai più.
Don Peppino aveva studiato a Roma e lì doveva rimanere a fare carriera lontano dal paese, lontano dalla terra di provincia, lontano dagli affari sporchi. Una carriera clericale, da buon figlio borghese. Ma aveva d'improvviso deciso di tornare a Casal di Principe come chi non riesce a togliersi di dosso un ricordo, un'abitudine, un odore. Forse come chi ha perennemente la sensazione smaniosa di dover fare qualcosa e di non riuscire a trovare pace fin quando non la realizza o almeno tenta di farlo. Don Peppino divenne giovanissimo sacerdote della chiesa di San Nicola di Bari, una chiesa dalla struttura moderna che sembrava, anche nell'estetica, perfetta per la sua idea di impegno. Girava per il paese in jeans e non in tonaca come era accaduto sino ad allora ai preti che si portavano addosso un'autorità cupa come l'abito talare. Don Peppino non orecchiava le beghe delle famiglie, non disciplinava le scappatelle dei maschi, né andava confortando donne cornute, aveva cambiato con naturalezza il ruolo del prete di provincia. Aveva deciso di interessarsi delle dinamiche di potere: non solo dei corollari della miseria, non voleva soltanto nettare la ferita, ma comprendere i meccanismi della metastasi, bloccare la cancrena, fermare l'origine di ciò che rendeva la sua terra una miniera di capitali e un tracciato di cadaveri. Fumava anche il sigaro ogni tanto in pubblico, altrove poteva sembrare un gesto innocuo. Da queste parti i preti tendevano ad avere atteggiamenti di finta privazione del superfluo e nelle loro stanze davano sfogo alle pigre debolezze. Don Peppino aveva deciso di lasciare somigliare la sua faccia sempre più a se stesso, come una garanzia di trasparenza in una terra dove i volti invece devono orientarsi in smorfie pronte a mimare ciò che si rappresenta, aiutati dai soprannomi che caricano il proprio corpo del potere che si vuole suturare alla propria epidermide. Aveva l'ossessione del fare, aveva iniziato a realizzare un centro di accoglienza dove offrire vitto e alloggio ai primi immigrati africani. Era necessario accoglierli, evitare — come poi accadrà — che i clan potessero iniziare a farne dei perfetti soldati. Per realizzare il progetto aveva devoluto anche alcuni risparmi personali accumulati con l'insegnamento. Attendere aiuti istituzionali può essere cosa così lenta e complicata da divenire il più reale dei motivi per l'immobilità. Da quando era sacerdote aveva visto l'avvicendarsi dei boss, l'eliminazione di Bardellino e il potere di Sandokan e di Cicciotto di Mezzanotte, i massacri tra bardelliniani e Casalesi poi tra i dirigenti vincenti.
Un episodio rimasto famoso nelle cronache di quel periodo fu un corteo di diverse automobili che sfilò per le strade del paese. Erano circa le sei del pomeriggio quando una decina di auto fecero una sorta di carosello sotto le case dei nemici. I gruppi vincenti di Schiavone andarono a sfidare sotto le loro case gli avversari. Ero un ragazzino, ma i miei cugini giurano di averlo visto con i propri occhi. Le auto procedevano lentamente per le strade di San Cipriano, Casapesenna e Casal di Principe, e gli uomini sedevano cavalcioni sui finestrini con una gamba dentro l'auto e l'altra penzoloni. Tutti con i mitra in mano e il volto scoperto. Procedendo a passo lento, il corteo raccoglieva progressivamente altri affiliati che scendevano di casa con fucili e semiautomatiche, e proseguivano a piedi dietro le auto. Una vera e propria manifestazione pubblica armata di affiliati contro altri. Si fermavano sotto le case degli avversari. Di chi aveva osato opporsi al loro predominio.
"Scendete uomini di merda! Scendete di casa… se avete le palle!"
Durò almeno un'ora questo corteo. Girò indisturbato mentre le saracinesche dei negozi, dei bar, si abbassavano all'istante. Per due giorni ci fu un coprifuoco totale. Nessuno uscì di casa, neanche per comprare il pane. Don Peppino comprese che era necessario programmare un piano di lotta.
Era necessario tracciare apertamente un percorso da seguire, non più testimoniare singolarmente, ma organizzare la testimonianza e coordinare un nuovo impegno delle chiese del territorio. Scrisse, firmandolo assieme a tutti i preti della fo-ranìa di Casal di Principe, un documento inaspettato, un testo religioso, cristiano, con una traccia di disperata dignità umana, che rese quelle parole universali, capaci di superare i perimetri religiosi e di far tremare sin nella voce le sicurezze dei boss, che arrivarono a temere quelle parole più di un blitz dell'Antimafia, più del sequestro delle cave e delle betoniere, più delle intercettazioni telefoniche che tracciano un ordine di morte. Era un documento vivo con un titolo romanticamente forte: "Per amore del mio popolo non tacerò". Distribuì lo scritto il giorno di Natale, non appese le pagine alle porte della sua chiesa, non doveva come Lutero riformare nessuna chiesa romana, aveva altro cui pensare don Pep-pino. Tentare di comprendere come poter creare una strada trasversale ai poteri, l'unica in grado di mettere in crisi l'autorità economica e criminale delle famiglie di camorra.