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Don Peppino scavò un percorso nella crosta della parola, erose dalle cave della sintassi quella potenza che la parola pubblica, pronunciata chiaramente, poteva ancora concedere. Non ebbe l'indolenza intellettuale di chi crede che la parola ormai abbia esaurito ogni sua risorsa che risulta capace solo di riempire gli spazi tra un timpano e l'altro. La parola come concretezza, materia aggregata di atomi per intervenire nei meccanismi delle cose, come malta per costruire, come punta di piccone. Don Peppino cercava una parola necessaria come secchiata d'acqua sugli sguardi imbrattati. Il tacere in queste terre non è la banale omertà silenziosa che si rappresenta di coppole e sguardo abbassato. Ha molto più a che fare col "non mi riguarda". L'atteggiamento solito in questi luoghi, e non solo, una scelta di chiusura che è il vero voto messo nel seggio dello stato di cose. La parola diviene un urlo. Controllato e lanciato acuto e alto contro un vetro blindato: con la volontà di farlo esplodere.

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. […] La camorra oggi è ima forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l'imprenditore più temerario, traffici illeciti per l'acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce schiere di giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato […]

Don Peppino aveva come priorità ricordare che bisognava, dinanzi all'ondata del potere dei clan, non più contenere l'attività nel silenzio del confessionale. Setacciò così la voce dei profeti per sostenere la necessità prioritaria di scendere per le strade, di denunciare, di agire come condizione assoluta per dare ancora un senso al proprio essere.

II nostro impegno profetico di denuncia non deve le non può venire meno, Dio ci chiama a essere profeti.

Il Profeta fa da sentinella: vede l'ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16–18);

Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);

Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive la solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18–23);

Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 — Isaia 58).

Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie e in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla chiesa che non rinunci al suo ruolo "profetico" affinché gli strumenti della denuncia e dell'annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà dei valori etici e civili.

Il documento non aveva la volontà di risultare corretto verso il potere politico, che non considerava soltanto sostenuto dai clan ma anzi persino determinato da scopi comuni, né accondiscendente verso la realtà sociale. Don Peppino non voleva credere che il clan fosse la scelta del male fatta da qualcuno, ma era invece il risultato di condizioni precise, di meccanismi determinati, di cause identificabili e incancrenite. Mai la Chiesa, mai nessuno in questi territori aveva avuto un tale impegno chiarificatore.

La diffidenza e la sfiducia dell'uomo del sud nei confronti delle istituzioni per la secolare insufficienza di una politica atta a risolvere i pesanti problemi che travagliano il Mezzogiorno, particolarmente quelli relativi al lavoro, alla casa, alla sanità e all'istruzione;

il sospetto, non sempre infondato, di una complicità con la camorra da parte di uomini politici che, in cambio del sostegno elettorale, o addirittura per scopi comuni, assicurano copertura e favori;

il diffuso senso di insicurezza personale e di rischio permanente, derivante dalla insufficiente tutela giuridica delle persone e dei beni, dalla lentezza della macchina giudiziaria, dalle ambiguità degli strumenti legislativi.[…] il che determina, non di rado, il ricorso alla difesa organizzata per clan o all'accettazione della protezione camorristica;

la mancanza di chiarezza nel mercato del lavoro, per cui trovare una occupazione è più una operazione di tipo ca-morristico-clientelare che il perseguimento di un diritto fondato sulla legge del collocamento;

la carenza o l'insufficienza, anche nell'azione pastorale, di una vera educazione sociale, quasi che si possa formare un cristiano maturo senza formare l'uomo e il cittadino maturo.

Don Peppino aveva organizzato una marcia anticamorra alla fine degli anni '80, dopo che c'era stato un assalto di massa alla caserma dei carabinieri di San Cipriano d'Aversa. Decine di persone volevano distruggere gli uffici e pestare gli ufficiali perché alcuni carabinieri avevano osato intervenire durante un litigio tra due ragazzi del paese nel bel mezzo di una serata di spettacolo per i festeggiamenti del santo patrono. La caserma di San Cipriano è schiacciata in un vicolo, non c'era via di salvezza per marescialli e appuntati. Dovettero intervenire i capizona del clan per sedare la rivolta, mandati direttamente dai boss a salvare il manipolo di carabinieri. All'epoca dominava ancora Antonio Bardellino, e suo fratello Ernesto era il sindaco del paese.

Noi, Pastori delle Chiese della Campania, non intendiamo, però, limitarci a denunciare queste situazioni; ma, nell'ambito delle nostre competenze e possibilità, intendiamo contribuire al loro superamento, anche mediante una revisione e integrazione dei contenuti e dei metodi dell'azione pastorale.

Don Peppino iniziò a mettere in dubbio la fede cristiana dei boss, a negare esplicitamente che ci potesse essere alleanza tra il credo cristiano e il potere imprenditoriale, militare e politico dei clan. In terra di camorra il messaggio cristiano non viene visto in contraddizione con l'attività camorristica: il clan che finalizza la propria attività al vantaggio di tutti gli affiliati considera il bene cristiano rispettato e perseguito dall'organizzazione. La necessità di uccidere i nemici e i traditori viene vista come una trasgressione lecita, il non uccidere inscritto nelle tavole di Mosè può nell'argomentazione dei boss essere sospeso se l'omicidio avviene per un motivo superiore, ovvero la salvaguardia del clan, degli interessi dei suoi dirigenti, del bene del gruppo e quindi di tutti. Ammazzare è un peccato che verrà compreso e perdonato da Cristo in nome della necessità dell'atto.

A San Cipriano d'Aversa Antonio Bardellino affiliava con il rituale della pungitura, usato anche da Cosa Nostra: una modalità che apparteneva a rituali che progressivamente sono andati scomparendo. Il polpastrello destro dell'aspirante veniva punto con uno spillo e il sangue fatto colare sull'immagine della Madonna di Pompei. Poi questa veniva fatta bruciare su una candela e passata di mano in mano a tutti i dirigenti del clan che erano disposti in piedi lungo il perimetro di una tavola. Se tutti gli affiliati baciavano la Madonna, il nuovo presentato diveniva ufficialmente parte del clan. La religione è un riferimento costante per l'organizzazione camorristica, non soltanto come forma scaramantica o residuo culturale ma come forza spirituale che ne determina le scelte più intime. Le famiglie camorristiche, e in particolar modo i boss maggiormente carismatici, spesso considerano il proprio agire come un calvario, un assumersi sulla propria coscienza il dolore e il peso del peccato per il benessere del gruppo e degli uomini su cui regnano.