Della Medaglia non si presentò all'appuntamento, ma riuscì nella notte a contattare un'altra persona da mandare, Vincenzo Verde. Gli altri componenti del gruppo non furono particolarmente felici della scelta, Verde aveva spesso crisi epilettiche. Rischiava, dopo aver sparato, di sciogliersi a terra in convulsioni, crisi, lingua tagliata dai denti e bava alla bocca. Avevano tentato così di coinvolgere al suo posto Nicola Gaglione, ma lui aveva categoricamente rifiutato. Santoro iniziò ad avere crisi di labirintite. Non riusciva a tenere a mente nessun percorso, così Quadrano mandò suo fratello Armando ad accompagnare Santoro. Un'operazione semplice, un auto davanti alla chiesa che aspetta e i killer che tornano a passo lento dopo aver fatto il servizio. Come una preghiera a prima mattina. Dopo l'esecuzione il gruppo di fuoco non ebbe fretta di fuggire. Quadrano fu invitato la sera stessa ad andare in Spagna, ma rifiutò. Si sentiva tutelato dal fatto che l'assassinio di don Peppino era un'azione del tutto slegata dalla prassi militare sino ad allora seguita. E come non era noto a loro il motivo di quell'uccisione non sarebbe stata nota neanche ai carabinieri. Appena però le indagini di polizia iniziarono a orientarsi in ogni direzione, Quadrano si trasferì in Spagna. Lui stesso dichiarò che Francesco Piacenti gli aveva rivelato che Nunzio De Falco, Sebastiano Caterino e Mario Santoro dovevano farlo fuori, forse perché nutrivano il sospetto che volesse pentirsi ma il giorno dell'agguato lo videro in macchina assieme al figlio piccolo e lo risparmiarono.
A Casal di Principe, Sandokan sentiva sempre più spesso il suo nome associato aU'eliminazione del sacerdote. Così fece sapere ai familiari di don Peppino che se i suoi uomini avessero messo le mani su Quadrano prima della polizia, l'avrebbero tagliato in tre pezzi e gettato sul sagrato della chiesa. Più che una vendetta era un chiaro messaggio di non responsabilità nell'agguato a don Diana. Poco dopo, per reagire alle dichiarazioni di estraneità di Francesco Schiavone, in Spagna avvenne un incontro tra gli uomini del clan De Falco, in cui Giuseppe Quadrano propose di ammazzare un parente di Schiavone, tagliarlo a pezzi e lasciarlo in un sacco fuori alla chiesa di don Peppino. Un modo per far cadere la responsabilità su Sandokan. Entrambe le fazioni, pur non conoscendo l'una le intenzioni dell'altra, erano giunte alla medesima soluzione. Tagliare cadaveri e spargerne i pezzi è il miglior modo per rendere indelebile un messaggio. Mentre i suoi assassini parlavano di tagliare la carne per suggellare una posizione, pensavo ancora una volta alla battaglia di don Peppino, alla priorità della parola. A quanto fosse davvero incredibilmente nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta contro i meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili. E non metaforicamente. Realmente. Lì a denunciare, testimoniare, esserci. La parola con l'unica sua armatura: pronunciarsi. Una parola che è sentinella, testimone: vera a patto di non smettere mai di tracciare. Una parola orientata in tal senso la puoi eliminare solo ammazzando.
Il tribunale di Santa Maria Capua Vetere nel 2001 condannò con sentenza di primo grado all'ergastolo Vincenzo Verde, Francesco Piacenti, Giuseppe Della Medaglia. Giuseppe Quadrano aveva iniziato da tempo un'opera finalizzata a screditare la figura di don Peppino. Durante gli interrogatori almanaccava su una serie di moventi dell'omicidio volti a strozzare l'impegno di don Peppino dentro un cappio di interpretazioni criminali. Raccontò che Nunzio De Falco aveva dato a don Diana delle armi, poi girate senza autorizzazione a Walter Schiavone: e per questo grave sgarro era stato punito. Inoltre si raccontò di un delitto passionale, cioè che l'avevano ammazzato perché aveva insidiato la cugina di un boss. Come per interrompere ogni tipo di riflessione su una donna è sufficiente definirla "mignotta", così accusare un prete di essere mignottaro è il modo più veloce per chiudere un giudizio. Alla fine uscì fuori la storia che don Peppi-no era stato ucciso per non aver fatto il suo dovere di prete, per non aver voluto celebrare in chiesa i funerali di un parente di Quadrano. Moventi inverosimili, risibili, finalizzati al tentativo di evitare di fare di don Peppino un martire, a non voler far diffondere i suoi scritti, a non considerarlo una vittima di camorra ma un soldato dei clan. Chi non conosce le dinamiche di potere della camorra spesso crede che uccidere un innocente sia un gesto di terribile ingenuità da parte dei clan perché legittima e amplifica il suo esempio, le sue parole. Come una conferma alle sue verità. Errore. Non è mai così. Appena muori in terra di camorra, vieni avvolto da molteplici sospetti, e l'innocenza è un'ipotesi lontana, l'ultima possibile. Sei colpevole sino a prova contraria. La teoria del diritto moderno nella terra dei clan è capovolta.
L'attenzione è talmente poca che basta un sospetto, e le agenzie di stampa non battono la notizia della morte di un innocente. E poi, se non ci sono più morti nessuno tornerà sul caso. E così distruggere l'immagine di don Peppino Diana è stata una strategia fondamentale per alleggerire le pressioni sui clan, l'assillo di un interesse nazionale che avrebbe gravato troppo.
Un quotidiano locale fece da cassa di risonanza alla campagna di screditamento di don Peppino. Con titoli così carichi di grassetto che le lettere ti rimanevano stampate sui polpastrelli quando sfogliavi il giornale: "Don Diana era un camorrista" e pochi giorni dopo: "Don Diana a letto con due donne". Il messaggio era chiaro: nessuno può schierarsi contro la camorra. Chi lo fa ha sempre un interesse personale, una bega, una questione privata che rotola nello stesso lerciume.