Il rischio del pentimento di Augusto La Torre e del suo stato maggiore è che possano esserci forti sconti di pena per il racconto di ciò che è stato, in cambio della possibilità di uscire tutti dal carcere dopo una manciata di anni e conservare un potere economico legale, avendo ormai demandato il potere militare ad altri, soprattutto alle famiglie albanesi. Come se al fine di evitare ergastoli e faide interne per l'avvicendamento dei poteri, avessero deciso di usare la loro conoscenza dei fatti, riportati con precisione e veridicità, come mediazione per continuare a vivere soltanto del potere legale delle proprie attività. Augusto la cella non l'aveva mai sopportata, non riusciva a resistere a decenni di galera come i grandi boss vicino a cui era cresciuto. Aveva preteso che la mensa del carcere rispettasse la sua dieta vegetariana e siccome amava il cinema, ma non era possibile avere un videoregistratore in cella, più volte chiese a un editore di un'emittente locale dell'Umbria, dove si trovava detenuto, di mandare in onda quando ne aveva voglia, le tre parti de II Padrino, di sera, prima di addormentarsi.
Il pentimento di La Torre ha sempre grondato ambiguità secondo i magistrati, non è riuscito a rinunciare al suo ruolo di boss. E che le rivelazioni da pentito siano state un'estensione del suo potere, lo mostra una lettera che Augusto fece recapitare a suo zio dove lo rassicurava di averlo "salvato" da ogni coinvolgimento nelle vicende del clan, ma da abile narratore non risparmia una chiara minaccia a lui e altri due suoi parenti, scongiurando l'ipotesi che possa nascere a Mon-dragone un'alleanza contro il boss:
"Tuo genero e suo padre si sentono protetti da persone che portano a spasso il loro cadavere."
Il boss, pur se pentito, dal carcere dell'Aquila chiedeva anche danaro, aggirando i controlli scriveva lettere di ordini e richieste che consegnava sempre al suo autista Pietro Scuttini, e alla madre. Quelle richieste, secondo la magistratura, erano estorsioni. Un biglietto dai toni cortesi, indirizzato al titolare di uno dei più grandi caseifici della costa domizia, è la prova che Augusto continuava a ritenerlo a sua disposizione.
"Caro Peppe ti chiedo un grosso favore perché sto rovinato, se vuoi aiutarmi, ma te lo chiedo soltanto in nome della nostra vecchia amicizia e non per altri motivi e anche se mi dirai di no, stai tranquillo ti salverò sempre! Mi servono urgentemente diecimila euro e poi devi dirmi se puoi darmi mille euro al mese, mi servono per vivere con i miei figli…"
Il tenore di vita a cui era abituata la famiglia La Torre andava ben oltre l'assistenza economica che lo Stato garantisce ai collaboratori di giustizia. Riuscii a comprendere il giro d'affari della famiglia solo dopo aver letto le carte del megasequestro eseguito su disposizione della magistratura di Santa Maria Capua Vetere nel 1992. Sequestrarono beni immobili per il valore attuale di circa duecentotrenta milioni di euro, diciannove imprese per un valore di trecentoventitré milioni di euro, ai quali si aggiunsero altri centotrentatré milioni di euro relativi agli impianti di lavorazione e ai macchinari. Si trattava di numerosi opifici, ubicati tra Napoli e Gaeta, lungo la zona domizia, tra i quali un caseificio, uno zuccherificio, quattro supermercati, nove ville sul mare, fabbricati con annessi terreni, oltre a vetture di grossa cilindrata e motociclette. Ogni azienda aveva circa sessanta dipendenti. I giudici disposero inoltre il sequestro della società che aveva in appalto la raccolta dei rifiuti nel comune di Mon-dragone. Fu un'operazione gigantesca che annullava un potere economico esponenziale, eppure microscopico rispetto al reale giro d'affari del clan. Sequestrarono anche una villa immensa, una villa la cui fama era arrivata anche ad Aberdeen. Quattro livelli a picco sul mare, piscina arredata con un labirinto subacqueo, costruita in zona Ariana di Gaeta, progettata come la villa di Tiberio, non il capostipite del clan di Mondragone, ma l'imperatore che si era ritirato a governare a Capri. Non sono mai riuscito a entrare in questa villa e la leggenda e le carte giudiziarie sono state le lenti attraverso cui ho saputo dell'esistenza di questo mausoleo imperiale, posto a guardia delle proprietà italiane del clan. La zona costiera avrebbe potuto essere una sorta di infinito spazio sul mare, capace di concedere ogni sorta di fantasia all'architettura. Invece col tempo la costa casertana è divenuta un'accozzaglia di case e villette costruite velocemente per invogliare un turismo enorme dal basso Lazio a Napoli. Nessun piano regolatore sulla costa domizia, nessuna licenza. Allora le villette da Castelvolturno a Mondragone sono divenute i nuovi alloggi dove stivare decine di africani e i parchi progettati, le terre che dovevano ospitare nuovi agglomerati di villette e palazzotti per vacanze e turismo sono diventate discariche incontrollate. Nessun depuratore posseduto dai paesi costieri. Un mare marroncino bagna ormai spiagge mischiate a monnezza. In una manciata di anni, ogni lontanissima penombra di bellezza è stata eliminata. D'estate alcuni locali domiziani divenivano veri e propri bordelli, alcuni miei amici si preparavano alla caccia serale mostrando il portafogli vuoto. Non di danaro, ma del francobollo di lamina con anima circolare, ossia del preservativo. Mostravano che andare a Mondragone a scopare senza preservativo era cosa tranquilla: "Stasera si fa senza!".
Il preservativo mondragonese era Augusto La Torre. Il boss aveva deciso di vegliare anche sulla salute dei suoi sudditi. Mondragone divenne una sorta di tempio per la sicurezza totale dalla più temuta delle malattie infettive. Mentre il mondo s'appestava di HIV, il nord del casertano era strettamente sotto controllo. Il clan era attentissimo e così teneva sott'osservazione le analisi di tutti. Per quel che poteva, aveva l'elenco completo dei malati, il territorio non doveva infettarsi. Così seppero subito che un uomo vicino ad Augusto, Fernando Brodella si era beccato I'HIV. Poteva essere rischioso, frequentava le ragazze del paese. Non pensarono di affidarlo a qualche buon medico né di pagargli delle cure adeguate: non fecero come il clan Bidognetti che pagava le operazioni nelle migliori cliniche europee ai propri affiliati, affidandoli ai medici più abili. Brodella fu avvicinato e ucciso a sangue freddo. Eliminare i malati per bloccare l'epidemia: era questo l'ordine del clan. Una malattia infettiva e per di più trasmessa con l'atto meno controllabile, il sesso, poteva essere fermata solo arginando per sempre gli infetti. I malati non avrebbero contagiato nessuno con certezza solo se gli si toglieva la possibilità di vivere.