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Un altro braccio si alzò per la gioia della donna dietro la scrivania. Un imprenditore ben vestito, elegantissimo.

"Venti euro in venticinque giorni."

Alla fine accettarono quest'ultima proposta. Si accodarono a lui nove su venti. Neanche Xian osò dirsi disponibile. Non poteva coordinare velocità e qualità in tempi così brevi e con prezzi così bassi. Finita l'asta la donna scrisse in un file i nomi degli imprenditori, l'indirizzo delle fabbriche, i numeri di telefono. Il vincitore offrì un pranzo a casa sua. Aveva la fabbrica al piano terra; al primo piano viveva con la moglie, e al secondo piano c'era suo figlio. Orgogliosamente raccontava:

"Ora sto chiedendo il permesso per tirare su un altro piano. Il mio secondo figlio si sta per sposare."

Salendo continuava a raccontarci della sua famiglia, in costruzione come la sua villetta.

"Non mettete mai maschi a controllare le operaie, fanno solo guai. Due figli maschi ho, e tutte e due si sono sposati con nostre dipendenti. Mettete i ricchioni. Mettete i ricchioni a gestire turni e controllare il lavoro, come si faceva una volta…"

Le operaie e gli operai salirono a brindare per l'appalto. Avrebbero dovuto fare turnazioni molto rigide: dalle sei alle ventuno, con uno stacco di un'ora a pranzo e un secondo turno dalle ventuno alle sei del mattino. Le operaie erano tutte truccate, con gli orecchini e il grembiule per proteggersi dalle colle, dalla polvere, dal grasso dei macchinari. Come Superman che si toglie la camicia e sotto ha già la sua tuta azzurra, queste ragazze tolto il grembiule erano pronte per una cena fuori. Gli operai invece erano abbastanza trasandati, con fel-pacce e pantaloni da lavoro. Dopo il brindisi il padrone di casa si appartò con un invitato. Si defilò insieme agli altri che avevano accettato il prezzo d'asta. Non stavano nascondendosi, ma rispettavano l'antica usanza di non parlare di danaro a tavola. Xian mi spiegò sin nel dettaglio chi fosse quella persona. Era identico a come nell'immaginario appaiono i cassieri di banca. Doveva anticipare liquidità e stava discutendo i tassi d'interesse. Ma non rappresentava una banca. Le griffe italiane pagano solo a lavoro ultimato. Anzi, solo dopo aver approvato il lavoro. Stipendi, costi di produzione, e persino di spedizione: tutto viene anticipato dai produttori. I clan, a seconda della loro influenza territoriale, danno liquidità in prestito alle fabbriche. Ad Arzano i Di Lauro, a Sant'Antimo i Verde, i Cerniamo a Crispano, e così in ogni territorio. Queste aziende ricevono liquidità dalla camorra con tassi bassi. Dal 2 al 4 per cento. Nessuna azienda più delle loro potrebbe accedere ai crediti bancari: producono per l'eccellenza italiana, per il mercato dei mercati. Ma sono fabbriche buie, e gli spettri non vengono ricevuti dai direttori di banca. La liquidità della camorra è anche l'unica possibilità per i dipendenti per accedere a un mutuo. Così, in comuni dove oltre il 40 per cento dei residenti vive di lavoro nero, sei famiglie su dieci riescono ugualmente a comprare una casa. Anche gli imprenditori che non soddisfano le esigenze delle griffe troveranno un acquirente. Venderanno tutto ai clan per farlo entrare nel mercato del falso. Tutta la moda delle passerelle, tutta la luce delle prime più mondane proviene da qui. Dal napoletano e dal Salente. I centri principali del tessile in nero. I paesi di Las Vegas e quelli "dintra lu Capu". Casarano, Tricase, Taviano, Melissano ossia Capo di Leuca, il basso Salente. Da qui partono. Da questo buco. Tutte le merci hanno origine oscura. È la legge del capitalismo. Ma osservare il buco, tenerlo davanti insomma, dà una sensazione strana. Una pesantezza ansiosa. Come avere la verità sullo stomaco.

Tra gli operai dell'imprenditore vincente ne incontrai uno particolarmente abile. Pasquale. Aveva una figura allampanata. Alto, inagrissimo e un po' "scuffato": la sua altezza si piegava sulle spalle, dietro il collo. Un fisico a uncino. Lavorava su capi e disegni spediti direttamente dagli stilisti. Modelli inviati solo per le sue mani. Il suo stipendio non fluttuava ma variavano gli incarichi. In qualche modo aveva una certa aria di soddisfazione. Pasquale mi divenne simpatico subito. Appena fissai il suo nasone. Aveva una faccia anziana, anche se era un ragazzone. Una faccia ficcata sempre tra forbici, tagli di stoffe, polpastrelli strusciati sulle cuciture. Pasquale era uno dei pochi che poteva comprare direttamente la stoffa. Alcune griffe — fidandosi della sua capacità — gli facevano ordinare direttamente i materiali dalla Cina, e lui stesso poi ne verificava la qualità. Per questo motivo Xian e Pasquale si erano conosciuti. Al porto dove una volta ci trovammo a mangiare insieme. Finito il pranzo Xian e Pasquale si salutarono e noi subito salimmo in macchina. Stavamo andando verso il Vesuvio. Di solito si rappresentano i vulcani con colori scuri. Il Vesuvio è verde. Un manto infinito di muschio, sembra a vederlo da lontano. Prima però di prendere la strada per i paesi vesuviani, l'auto entrò nell'androne di una casa. Lì c'era Pasquale ad aspettarci. Non capivo cosa stesse accadendo. Uscì dalla sua auto e direttamente si ficcò nel portabagagli dell'auto di Xian. Tentai di chiedere spiegazioni:

"Cosa succede? Perché nel cofano?"

"Non preoccuparti. Adesso andiamo a Terzigno, alla fabbrica."

Alla guida si mise una specie di Minotauro. Era uscito dall'auto di Pasquale e sembrava sapesse a memoria cosa fare. Fece marcia indietro, uscì dal cancello, e prima di immettersi sulla strada cacciò una pistola. Una semiautomatica. Scarrellò e se la mise tra le gambe. Io non fiatai, ma il Minotauro, guardando nello specchietto retrovisore, vedeva che lo fissavo preoccupato:

"Una volta ci stavano facendo la pelle."

"Ma chi?"

Cercavo di farmi spiegare tutto dall'inizio.

"Sono quelli che non vogliono che i cinesi imparino a lavorare sull'alta moda. Quelli che dalla Cina vogliono le stoffe, punto e basta."

Non capivo. Continuavo a non capire. Intervenne Xian col suo solito tono tranquillizzante.

"Pasquale ci aiuta a imparare. A imparare a lavorare sui capi di qualità che ancora non ci affidano. Impariamo da lui come fare i vestiti…"

Il Minotauro, dopo la sintesi di Xian, cercò di motivare la pistola:

"Allora… una volta uno è sbucato lì, proprio lì vedi, in mezzo alla piazza, e ha sparato contro la macchina. Hanno colpito il motore e il tergicristalli. Se volevano farci fuori ci facevano fuori. Ma era un avvertimento. Se lo rifanno questa volta però sono pronto."

Il Minotauro poi mi spiegò che quando si guida tenere la pistola tra le cosce è la tecnica migliore, poggiarla sul cruscotto rallenterebbe i gesti, i movimenti per prenderla. Per arrivare a Terzigno la strada era in salita, la frizione gettava un odore puzzolentissimo. Piuttosto che temere per qualche sventagliata di mitra temevo che il rinculo dell'auto potesse far sparare la pistola nello scroto dell'autista. Arrivammo tranquillamente. Appena ferma la macchina Xian andò ad aprire il cofano. Pasquale uscì. Sembrava un kleenex appallottolato che tentava di stiracchiarsi. Mi si avvicinò e disse:

"Ogni volta questa storia, manco fossi un latitante. Però meglio che non mi vedono in macchina. Altrimenti…"

E fece il gesto della lama sulla gola. Il capannone era grande. Non enorme. Xian me lo descriveva orgoglioso. Era di sua proprietà, ma all'interno c'erano nove microfabbriche affidate a nove imprenditori cinesi. Entrando infatti sembrava di vedere una scacchiera. Ogni singola fabbrica aveva i propri operai e i propri banchi da lavoro ben circoscritti nei quadrati. A ogni fabbrica Xian aveva concesso lo stesso spazio delle fabbriche di Las Vegas. Ogni appalto lo concedeva per asta. Il metodo era lo stesso. Aveva deciso di non far stare i bambini nella zona di lavorazione, e i turni li aveva organizzati come facevano le fabbriche italiane. In più, quando lavoravano per altre aziende, non chiedevano liquidità anticipata. Xian insomma stava diventando un vero e proprio imprenditore della moda italiana.

Le fabbriche cinesi in Cina stavano facendo concorrenza alle fabbriche cinesi in Italia. E così Prato, Roma, e le China-town di mezza Italia stavano crollando miseramente: avevano avuto un boom di crescita così veloce da rendere la caduta ancora più repentina. In un unico modo si sarebbero potute salvare le fabbriche cinesi: fare diventare gli operai esperti dell'alta moda, capaci di lavorare in Italia sull'eccellenza. Imparare dagli italiani, dai padroncini sparsi per Las Vegas, divenire non più produttori di paccottiglia ma referenti nel sud Italia delle griffe. Prendere il posto, le logiche, gli spazi, i linguaggi delle fabbriche in nero italiane e cercare di fare lo stesso lavoro. Solo a un po' di meno e a qualche ora in più.