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Michelis guardò la moglie, poi accennò di sì col capo. I due uscirono.

Il crollo dello Stato Rifugio era cominciato.

CAPITOLO DICIOTTESIMO

Per tre giorni consecutivi il gran Mostro Caos si scatenò ruggendo. Ruiz-Sanchez poté seguirne la folle corsa fin dal principio, davanti al televisore di Michelis. A volte gli sarebbe piaciuto guardare dal balcone della veranda, ma il ruggito della folla, i colpi d’arma da fuoco, le esplosioni, i fischi della polizia, le sirene, avevano inferocito le api; in tali condizioni, Ruiz non si sarebbe fidato nemmeno della tuta protettiva di Liu, anche se fosse stata abbastanza grande per lui.

Sebbene i battaglioni dell’ONU avessero fatto un tentativo massiccio e bene organizzato per impadronirsi di Egtverchi direttamente nella stazione trasmittente, Egtverchi non c’era. In realtà non c’era mai stato: i segnali audio, video e 3D erano stati inviati alla stazione mediante cavo coassiale, da un luogo imprecisato. I collegamenti necessari erano stati effettuati all’ultimo momento, quando ormai era chiaro che Egtverchi non si sarebbe presentato alla stazione, da un tecnico che aveva volontariamente fornito il vero ritratto della situazione: una pedina da sacrificare nella partita di Egtverchi. La rete televisiva aveva immediatamente trasmesso un avviso ai funzionari dell’ONU interessati, ma un’altra pedina votata al sacrificio aveva fatto ritardare la comunicazione.

Era occorsa buona parte della notte per farsi dire dal tecnico televisivo la località in cui aveva sede lo studio di Egtverchi (la pedina situata agli uffici dell’ONU, com’era prevedibile, non lo conosceva), e ormai, com’era prevedibile, Egtverchi non si trovava più laggiù. E ormai, inoltre, la notizia del tentativo di arresto e del suo insuccesso era stata diffusa in tutti i Rifugi.

Ma neppure queste poche notizie giunsero subito a Ruiz-Sanchez: egli venne a conoscerle soltanto qualche tempo dopo, perché i tumulti nelle strade cominciarono immediatamente dopo il primo annuncio. Dapprima i tumulti furono degli avvenimenti isolati, sorti qui e là senza uno schema preciso, come se le strade si stessero riempiendo gradualmente di persone scosse e inferocite, ma che non sapevano bene né i motivi del chiasso né le cose da farsi. Poi ci fu un cambiamento improvviso nella qualità del chiasso, e Ruiz-Sanchez capì che la folla aveva fatto il passo che separa la manifestazione pacifica del tumulto sfrenato. Le grida, in verità, erano già al massimo dell’intensità, ma improvvisamente si trasformarono in un ruggito uniforme e spaventoso, simile alla gigantesca voce di un singolo animale.

Ruiz-Sanchez non aveva modo di sapere che cosa avesse operato la trasformazione, e probabilmente la folla stessa lo ignorava. Ma ora cominciavano gli spari: pochi, all’inizio, ma basta un singolo sparo per dare l’impressione di una scarica di fucileria, se prima non ce ne sono stati. Una parte del ruggito si staccò dal clamore generale e assunse un tono cupo e ancor più spaventoso: quando il pavimento tremò leggermente sotto i suoi piedi, Ruiz ne comprese il significato.

Un tentacolo della Bestia si era spinto all’interno dell’edificio. Ruiz-Sanchez comprese che era quanto ci si doveva aspettare. Vivere al di sopra del livello del suolo era ancora sostanzialmente un privilegio, riservato a quei funzionari dell’ONU che sapevano come ottenerne il permesso (autorizzazioni complicate, sottoposte a una lunga trafila burocratica) e che inoltre avevano un reddito sufficiente a permettersi una sistemazione così fuori del normale; era la versione stile ventunesimo secolo della villa in campagna: «Ecco, è qui che vivono quelli là…».

Ruiz-Sanchez si affrettò a controllare la porta d’ingresso. Aveva una serratura robusta: un rimasuglio degli ultimi periodi della corsa al Rifugio, quando i grandi grattacieli incustoditi erano divenuti il bersaglio naturale dei ladri. La serratura non veniva usata da decenni: Ruiz-Sanchez tornò a usarla.

Appena in tempo. Ci fu un chiasso spaventoso nel corridoio, quasi davanti alla porta, quando parte della folla vi traboccò, proveniente dalle scale antincendio. La folla aveva evitato gli ascensori per istinto: erano troppo lenti per la sua ferocia, troppo stretti per la sua assenza di leggi, troppo meccanici per uomini che ormai lasciavano ai muscoli le loro facoltà di raziocinio.

Qualcuno afferrò la maniglia della porta e la scosse violentemente.

— Chiusa! — esclamò una voce.

— Buttiamola giù. Spostatevi.

La porta tremò, ma non fece fatica a resistere. Si udì un altro tonfo, più forte, come se parecchi uomini vi si fossero gettati contro, tutti insieme; Ruiz-Sanchez sentì che qualcuno si lamentava di essersi fatto male nell’urto. Poi dei colpi più secchi, come delle mazzate.

— Apri, bastardo! Apri, schifoso puzzone del governo, altrimenti ti bruciamo vivo.

La minaccia parve stupire tutti, compreso colui che l’aveva pronunciata. Si sentì borbottare qualcuno. Poi un altro disse con voce rauca: — Sì, d’accordo, ma bisogna trovare della carta o qualcosa di simile.

Ruiz-Sanchez pensò confusamente a cercare un recipiente e a riempirlo d’acqua, anche se non vedeva alcun modo in cui il fuoco sarebbe potuto penetrare all’interno dell’appartamento: la porta non aveva finestrelle, e la soglia faceva buona tenuta. Tuttavia, nello stesso istante, un grido risuonato più avanti, nel corridoio, fece accorrere tutti. I rumori successivi spiegarono la cosa: o avevano trovato un appartamento disabitato, con la porta aperta, oppure ne avevano trovato uno abitato, chiuso in modo inefficiente, e momentaneamente privo dei proprietari. Sì, la seconda ipotesi era giusta: l’appartamento era occupato; Ruiz-Sanchez sentì rumore di finestre e di vasellame che andavano in frantumi.

Poi, con un brivido di terrore, gli parve che le voci provenissero da un punto alle sue spalle. Si girò, ma nell’appartamento non pareva esserci nessuno; le voci provenivano dalla veranda allestita a serra, ma era chiaro che anche laggiù non poteva, esserci nessuno.

— Cristo! Guarda questo bastardo, si è fatto mettere i vetri su tutto il balcone. Ci ha fatto un porco giardino.

— Giù nel Rifugio non ci permettono di avere nessun giardino, quei bastardi!

— E sappiamo tutti chi paga per queste cose. Noi paghiamo.

Allora comprese che si trovavano sul balcone dell’appartamento confinante con il suo. Provò un sollievo totalmente irrazionale. Il fatto che fosse irrazionale venne confermato dalle parole che udì subito dopo:

— Portate un po’ di quella roba che bruciava. No, qualcosa di più pesante. Qualcosa da gettare, stronzi che non siete altro.

— Possiamo passare da qui?

— Basterebbe avere una scala…

— Sì, ma se scivoli c’è un bel salto!

La gamba di una sedia infranse i vetri della serra. Poi fu seguita da un pesante vaso.

Le api si precipitarono verso l’esterno. Ruiz-Sanchez non s’era mai reso conto, fino a quel momento, di quanto fossero numerose: la veranda n’era diventata tutta nera. Per un attimo lo sciame rimase librato nell’aria, come incerto. Avrebbe trovato quasi subito le brecce nei vetri, in qualsiasi caso, ma le persone ch’erano sull’altro balcone (e che, senza dubbio, non avevano capito cos’era successo) fornirono ai grossi insetti il miglior suggerimento. Qualcosa di piccolo e pesante, probabilmente un pezzo di qualche impianto idraulico, infranse un altro vetro e piombò nel bel mezzo dello sciame. Ronzando come un antico aeroplano, le api uscirono dal nuovo varco.

Un istante di silenzio mortale, quindi un urlo d’agonia e di orrore che contorse i visceri a Ruiz-Sanchez. S’erano messi a urlare tutti insieme. In un lampo, Ruiz ne vide uno saltare nel vuoto, agitando le braccia, con il volto e il petto ricoperti di quei terribili corpicini pelosi, neri e oro. Dei passi risuonarono correndo davanti alla porta, qualcuno cadde. Il sordo ronzio sonoro si aprì la via al loro inseguimento nei corridoi.