— Già — disse lui. Bisogna farcela nei primi due minuti, o si è fregati. — Era molto laconico. Drogato.
Il soldato semplice Collins mi si avvicinò insieme alla Halliday. Quelle due si tenevano ancora per la manina, quasi senza rendersene conto. — Tenente Mandella? — La sua voce si spezzò. — Possiamo avere un minuto? Un minuto solo?
— Un solo minuto — dissi io, troppo bruscamente. Dobbiamo partire fra cinque, mi dispiace.
Mi era difficile guardare quelle due insieme, adesso. Nessuna aveva la minima esperienza di combattimento. Ma sapevano tutti: che avevano pochissime probabilità di rivedersi ancora. Si accasciarono in un angolo e si scambiarono mormorii e carezze meccaniche, senza passione, persino senza conforto. La Collins aveva gli occhi lucidi, ma non piangeva. La Halliday era tetra, stordita. In condizioni normali, era di gran lunga la più carina delle due, ma tutto il fuoco in lei si era spento, e aveva lasciato un guscio ben fatto ma opaco.
Mi ero abituato alle femmine omosessuali, nei mesi passati da quando avevamo lasciato la Terra. Avevo persino smesso di risentirmi per la perdita di compagne potenziali. Però gli uomini che si mettevano insieme mi davano ancora i brividi.
Mi spogliai ed entrai a ritroso nello scafandro, aperto davanti a me come un’ostrica. Quelli nuovi erano maledettamente più complicati, con tutti quei nuovi sistemi biometrici e servizi antitrauma. Ma valeva la pena di averli addosso, nel caso il nemico ti dovesse spaccare un pochino. Te ne tornavi a casa con una buona pensione e la protesi dell’eroe. Stavano parlando addirittura della possibilità di rigenerare le braccia e le gambe perdute. Sarebbe stato opportuno che si sbrigassero presto, prima che il pianeta Paradiso si riempisse di gente ridotta ai minimi termini. Paradiso era il nuovo pianeta ospedale, centro di riposo e di ricreazione.
Finii la sequenza di assestamento e lo scafandro si chiuse da sé. Digrignai i denti per prepararmi al dolore che non veniva mai, quando i sensori interni e i tubicini interni dei fluidi entravano nel corpo. Grazie a dei bypass neurali condizionati, ci si sentiva solo lievemente frastornati. Meglio quello che la sofferenza di mille piccole ferite.
Intanto la Collins e la Halliday si stavano infilando negli scafandri, e gli altri erano già quasi a posto: andai nell’area di vestizione del Terzo plotone, per salutare di nuovo Marygay.
Ella aveva già lo scafandro addosso, e veniva verso di me. Accostammo gli elmi, invece di servirci della radio. C’era più intimità.
— Come va, tesoro?
— Tutto bene — disse lei. — Ho preso la pillola.
— Già, questi sono tempi felici. — Anch’io avevo preso la mia: doveva rendere ottimisti senza interferire con la capacità di giudizio. Sapevo che molti di noi probabilmente ci avrebbero lasciato la vita, ma non ne ero molto rattristato. — Dormi con me, stanotte?
— Se saremo ancora qui tutti e due — disse lei, in tono neutro. — Dovrò prendere una pillola anche per quello. — Cercò di ridere. Per dormire, voglio dire. I nuovi come vanno? Ne hai dieci, vero?
— Dieci, sicuro. Vanno bene. Drogati, a un quarto di dose.
— L’ho fatto anch’io, per cercare di tenerli un po’ su.
In effetti, Santesteban era l’unico reduce di guerra del mio plotone, a parte me. I quattro caporali erano nella FENU da un po’, ma non avevano mai combattuto.
L’altoparlante che avevo nello zigomo crepitò e il comandante Cortez disse: — Due minuti. Mettete in fila i vostri uomini.
Ci dicemmo addio e io tornai a sorvegliare il mio gregge. A quanto pareva, tutti si erano infilati gli scafandri senza difficoltà, perciò li misi in fila. Aspettammo parecchio.
— Bene, caricateli. — Alla parola "caricateli" il portellone davanti a me si aprì (intanto la zona vestizione era già stata svuotata dell’aria) e io guidai i miei, uomini e donne, dentro l’astronave d’assalto.
Quelle astronavi nuove erano brutte come il peccato. Un’intelaiatura aperta, con delle morse per tenerti a posto, laser girevoli a poppa e a prua, e piccole centrali a tachioni sotto i laser. Tutto automatizzato. La macchina ci avrebbe deposti a terra al più presto possibile e poi sarebbe schizzata via per andare ad assalire il nemico. Era un apparecchio automatico, da usare una volta e poi buttare via. Il veicolo che sarebbe venuto a raccoglierci, se fossimo sopravvissuti, era lì vicino, ed era molto più bello.
Ci fissammo con i morsetti e l’astronave d’assalto si lanciò dalla Sangre y Victoria con due guizzi gemelli dei reattori. Poi la voce della macchina cominciò un breve conto alla rovescia, e noi scendemmo con un’accelerazione di quattro gravità.
Il pianeta, cui nessuno si era preso la briga di dare un nome, era un pezzo di roccia nera, senza una stella normale abbastanza vicina per dargli un po’ di colore. All’inizio fu visibile solo perché la sua massa nascondeva la luce delle stelle che gli stavano dietro, ma via via che ci avvicinavamo potemmo scorgere sottili variazioni nell’oscurità della sua superficie. Stavamo per scendere sull’emisfero opposto a quello su cui si trovava l’avamposto taurano.
La nostra ricognizione aveva scoperto che il loro campo era al centro di una piatta piana lavica, del diametro di parecchie centinaia di chilometri. Era molto primitivo in confronto alle altre basi taurane che la FENU aveva incontrato, ma non sarebbe stato possibile arrivargli addosso di sorpresa. Dovevamo piombare sull’orizzonte a una quindicina di chilometri, con quattro astronavi che convergevano simultaneamente da direzioni diverse, decelerando pazzamente, con la speranza di cadergli giusto sulle ginocchia e di cominciare a sparare. Non c’era niente, lì, per nascondersi.
Non ero preoccupato, naturalmente. In modo del tutto astratto, ero solo un po’ pentito di avere preso la pillola.
Ci mettemmo sull’orizzontale a circa un chilometro dalla superficie e avanzammo molto più rapidamente della velocità di fuga di quel pianeta, correggendo continuamente la rotta per non volare via. La superficie rotolava sotto di noi in una confusione grigioscura; diffondevamo un po’ di luce: il chiarore pseudo-cerenkov prodotto dal nostro ugello a tachioni, che guizzavano fuori dalla nostra realtà per passare in una realtà tutta loro.
Lo sgraziato trabiccolo saettò e sobbalzò avanzando per una decina di minuti; poi all’improvviso si accese il reattore anteriore e subimmo un forte strattone, dentro i nostri scafandri: ci parve che i globi oculari cercassero di schizzare fuori delle orbite, a causa della rapida decelerazione.
— Prepararsi all’eiezione — disse la meccanica voce femminile della macchina. — Cinque, quattro…
I laser dell’astronave cominciarono a sparare, lampi di un millisecondo che congelavano il terreno sottostante in un sussultante moto stroboscopico. Era un caos sconvolto e butterato di crepacci e di rocce nere sparse qua e là, pochi metri sotto ai nostri piedi. E noi stavamo cadendo, lentamente.
— Tre… — L’astronave non andò oltre. Ci fu un lampo troppo luminoso, e io vidi l’orizzonte abbassarsi di colpo quando la coda della nave si inclinò… e poi urtò il terreno, e noi rotolammo, orribilmente, sparpagliandoci, pezzi di persone e di macchina. Poi, roteando, scivolammo e ci fermammo tra gli scossoni, e io cercai di liberarmi, ma la mia gamba era inchiodata sotto la mole della nave: un dolore atroce e uno scricchiolio secco quando la trave mi schiacciò la gamba; il fischio stridulo dell’aria che sfuggiva dallo scafandro squarciato; poi l’impianto antitrauma si accese, snick, altro dolore e poi più nessun dolore, e io rotolai via, con il moncone della gamba che lasciava una scia di sangue congelato, nero e lucente, sulla roccia nera e opaca. Sentii sapore d’ottone e una nebbia rossa nascose tutto, poi diventò marrone come l’argilla e poi come il terriccio, e io persi i sensi, mentre la pillola mi faceva pensare: Non è poi andata tanto male…