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Lo Scafandro è fatto in modo da salvare la maggior parte del corpo di chi lo porta. Se perdi una parte d’un braccio o di una gamba, uno dei sedici diaframmi affilati come rasoi si chiude intorno all’arto con la forza d’una pressa idraulica, prima che tu abbia il tempo di morire di decompressione esplosiva. Poi l’impianto antitrauma cauterizza il moncherino, sostituisce il sangue perduto e ti riempie di antishock e di liquido euforizzante. Perciò muori felice oppure, se i tuoi camerati ti tirano avanti e vincono la battaglia, alla fine ti riportano su, al pronto soccorso dell’astronave.

Mentre io dormivo avvolto in una coltre nera, vincemmo quel round.

Mi risvegliai all’infermeria. Era affollata. Io ero al centro d’una lunga fila di cuccette, ognuna delle quali ospitava qualcuno salvato per tre quarti (o anche meno) dagli impianti dello scafandro. Eravamo completamente ignorati dai due dottori dell’astronave, che stavano sotto la luce viva accanto ai tavoli operatori, assorti nei loro riti cruenti. Se guardavi socchiudendo gli occhi in quella luce viva, avevi l’impressione che il sangue sulle loro tuniche verdi fosse grasso, i corpi fasciati fossero strane macchine morbide che essi stavano riparando. Ma le macchine gridavano nel sonno e i meccanici borbottavano frasi tranquillizzanti mentre manovravano gli attrezzi sporchi. Io guardavo e dormivo e mi svegliavo in posti sempre diversi.

Alla fine mi svegliai in un’infermeria regolare. Ero imbragato con le cinghie, venivo alimentato per fleboclisi, e avevo gli elettrodi dei biosensori attaccati un po’ dappertutto, ma non c’era personale medico in giro.

Nella stanzetta c’era solo un’altra persona, ed era Marygay, che dormiva nella cuccetta accanto alla mia. Aveva il braccio destro amputato appena sopra il gomito.

Non la svegliai; restai a guardarla a lungo, cercando di districare i miei sentimenti; cercai di escludere l’effetto delle droghe psicotrope. Nel guardare il suo moncherino, non riuscivo a provare né pietà né ripugnanza. Cercai di impormi prima una reazione, poi l’altra, ma non accadde niente. Era come se lei fosse sempre stata così. Erano le droghe, il condizionamento, l’amore? Avrei dovuto aspettare, per scoprirlo.

Ella aprì gli occhi all’improvviso e capii che era sveglia da un po’, e aveva voluto lasciarmi il tempo di pensare. — Ciao, giocattolo rotto — mi disse.

— Come… Come stai? — Domanda intelligente.

Marygay si portò un dito alle labbra e mi mandò un bacio, in un gesto che le era abituale. — Stordita, stupido. Sono felice di non essere più un soldato. — Sorrise. — Te lo hanno detto? Ci portano a Paradiso.

— No. Sapevo però che ci portavano lì o sulla Terra.

— Paradiso sarà meglio. — Qualunque posto sarebbe stato meglio. — Vorrei che ci fossimo già.

— Quanto? — domandai. — Quanto ci vuole prima che ci arriviamo?

Lei si girò e guardò il soffitto. — E chi lo sa. Non hai parlato con nessuno?

— Mi sono appena svegliato.

— C’è una nuova direttiva: prima non si erano presi il disturbo di parlarne. La Sangre y Victoria ha ordini per quattro missioni. Dobbiamo continuare a combattere fino a quando le avremo svolte tutte e quattro. O fino a quando non avremo subito tali perdite da non essere praticamente in grado di continuare.

— E sarebbero?

— Non lo so. Abbiamo perso già un buon terzo degli effettivi. Ma adesso siamo diretti verso Aleph-7. A caccia di mutande. — Era il nuovo termine in gergo per un tipo d’operazione il cui scopo principale consisteva nel rastrellare manufatti taurani, e prigionieri, se possibile. Cercai di pensare da dove potesse venire quel termine, ma l’unica spiegazione che trovai era veramente idiota.

Bussarono alla porta, e il dottor Foster entrò a passo di carica, facendo svolazzare le mani. — Ancora in letti separati? Marygay, pensavo proprio che stessi molto meglio. — Foster era un tipo a posto. Una farfalletta fiammeggiante, ma aveva un atteggiamento di divertita tolleranza per l’eterosessualità.

Esaminò prima il moncherino di Marygay, poi il mio. Ci cacciò in bocca i termometri, in modo che non potessimo parlare. Poi parlò lui, in tono serio e brusco.

— Non ho intenzione di indorarvi la pillola. Siete tutti e due imbottiti fino alle orecchie di fluido euforizzante, e le mutilazioni che avete subito non vi daranno fastidio fino a quando non smetterò di darvi quella roba. Per mia comodità, vi terrò drogati fino all’arrivo a Paradiso. Ho ventuno amputati di cui occuparmi. E non siamo in grado di occuparci di ventun casi psichiatrici.

"Godetevi la vostra serenità, finché l’avete. Specialmente voi due, dato che probabilmente vorrete restare insieme. Le protesi che vi metteranno a Paradiso funzioneranno benissimo, ma ogni volta che tu guarderai la gamba meccanica di lui, e tu il braccio meccanico di lei, comincerete a pensare, tutti e due, che l’altro è più fortunato. Continuerete a rievocare ricordi dolorosi… è probabile che in meno di una settimana finirete per detestarvi. Oppure potrete conservare una specie di torvo amore reciproco per il resto della vostra vita.

"O magari riuscirete a trascenderlo. A darvi reciprocamente forza. Solo, cercate di non ingannare voi stessi, se poi vi accorgerete che non funziona."

Controllò i termometri e prese un appunto sul taccuino. — Il dottore queste cose le sa, anche se vi pare un po’ strambo, con la vostra mentalità antiquata. — Mi tolse il termometro dalla bocca e mi diede una lieve pacca sulla spalla. Poi, imparzialmente, fece lo stesso con Marygay. Quando fu arrivato sulla porta, disse: — Andremo in inserzione in un campo collapsar fra circa sei ore. Una delle infermiere vi porterà alle vasche.

Andammo nelle vasche, tanto più comode e sicure dei vecchi gusci individuali antiaccelerazione, e piombammo nel campo collapsar di Tet-2, cominciando immediatamente le pazzesche manovre evasive a cinquanta gravità che ci avrebbero protetti dagli incrociatori nemici quando saremmo sgusciati fuori nei pressi di Aleph-7, un microsecondo più tardi.

Com’era prevedibile, la campagna di Aleph-7 fu un fallimento sconsolante, e la nostra astronave se ne allontanò zoppicando, con due campagne all’attivo e un totale di cinquantaquattro morti e di trentanove invalidi, per dirigersi su Paradiso. C’erano solo dodici soldati ancora in grado di combattere, ma non scalpitavano precisamente per farlo.

Ci vollero tre balzi da una collapsar all’altra per arrivare a Paradiso. Nessuna astronave ci andava mai direttamente dopo una battaglia, anche se qualche volta il ritardo costava delle vite in più. Era l’unico posto, oltre alla Terra, che i taurani non dovevano assolutamente trovare.

Paradiso era un delizioso mondo incontaminato, simile alla Terra… cioè, a quello che sarebbe stata la Terra se gli uomini l’avessero trattata con comprensione e non con avidità. Foreste vergini, spiagge bianche, deserti intatti. Le poche dozzine di città si fondevano perfettamente nell’ambiente (una era completamente sotterranea), oppure erano fiere affermazioni dell’ingegnosità umana: Oceanus, in una barriera corallina, con sei braccia d’acqua sopra il tetto trasparente; Boreas, sulla vetta spianata di una montagna nelle desolate zone polari; e la favolosa Skye, un’enorme località di villeggiatura, volante, che si spostava da un continente agli altri, sospinta dagli alisei.

Sbarcammo, come tutti gli altri, nella città della giungla, Threshold. Ospedale per tre quarti, è di gran lunga la maggiore città del pianeta, ma dall’alto, scendendo dall’orbita, era impossibile vederla. L’unico segno di civiltà era una breve pista che apparve all’improvviso, una piccola traccia bianca che appariva insignificante accanto alla maestosa foresta pluviale che si estendeva da oriente, e all’immenso oceano che dominava l’altro orizzonte.