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Quando si arrivava sotto la copertura arborea, si vedeva molto meglio la città. I bassi edifici di pietra locale e di legno sorgevano fra i tronchi del diametro di tre metri; erano collegati da discreti viottoli pavimentati di sassi, e c’era un’ampia passeggiata che arrivava fino alla spiaggia. La luce del sole scendeva a sprazzi tra le fronde, e nell’aria c’era un miscuglio di dolci aromi della foresta e di odore salmastro.

Venni a sapere in seguito che la città si estendeva su un’area di oltre 200 chilometri quadrati, e che si poteva prendere la metropolitana per andare dove si voleva, se la distanza era troppa per venire coperta a piedi. L’ecologia di Threshold era scrupolosamente equilibrata, in modo che esteriormente somigliava a una giungla, ma tutti i fattori pericolosi e fastidiosi erano stati eliminati. Un potente campo pressore teneva fuori i grossi predatori e tutti gli insetti che non erano indispensabili per la vita delle piante.

Zoppicando o trascinandoci, a seconda dei casi, entrammo nell’edificio più vicino, che era l’ufficio accettazione dell’ospedale. Il resto dell’ospedale era sottoterra: trenta piani. Ognuno di noi venne visitato, e ci assegnarono le stanze. Cercai di ottenerne una a due letti per me e Marygay, ma non erano attrezzati.

L’"anno terrestre" era il 2189. Quindi io avevo 215 anni. Dio, che vecchio rudere. Qualcuno faccia circolare il piattino… No, non era necessario. Il dottore che mi visitò, mi disse che la mia paga arretrata sarebbe stata trasferita dalla Terra a Paradiso. Con gli interessi composti, poco mancava che fossi miliardario. Mi disse anche che su Paradiso avrei trovato molti modi di spendere il mio miliardo.

Si occuparono per primi dei feriti più gravi, e quindi passarono parecchi giorni prima che mi operassero. Poi mi svegliai nella mia stanza e mi accorsi che mi avevano innestato una protesi sul moncherino: una struttura articolata di metallo lucido, che, al mio occhio inesperto, era esattamente identica allo scheletro d’una gamba e di un piede. Mi faceva venire i brividi a guardarla, dentro alla sacca trasparente piena di fluido, con i fili che ne uscivano e sparivano dentro a una macchina ai piedi del letto.

Entrò un assistente. — Come sta, signore? — Provai la tentazione di dirgli che lasciasse perdere il "signore": questa volta non ero più nell’esercito e avevo intenzione di restarne fuori. Ma forse sarebbe stato bene che quel tipo continuasse a pensare che gli ero superiore in grado.

— Non so. Fa un po’ male.

— Le farà un male dell’accidente: aspetti che comincino a crescere i nervi.

— I nervi?

— Sicuro. — L’assistente manovrava la macchina e leggeva i quadranti dall’altra parte. — Come potrebbe avere una gamba, senza i nervi? Resterebbe sempre immobile.

— Nervi? Vuol dire nervi veri? Vuol dire che potrò semplicemente pensare "muoviti" e la gamba si muoverà?

— Ma certo. — Mi guardò un po’ sorpreso, e riprese a manovrare i comandi.

Che meraviglia. — Le protesi hanno fatto senza dubbio un progresso enorme — dissi.

— Le pro… che?

— Sa bene, arti artificiali…

— Oh… Già, come nei libri. Gambe di legno, uncini e simili.

E come diavolo aveva fatto, quello, a ottenere un impiego? — Sicuro, protesi. Come quel coso all’estremità del mio moncherino.

— Senta, signore. — L’assistente depose la cartella clinica su cui stava scarabocchiando. — Lei è stato lontano molto tempo. Quella lì diventerà una gamba, precisa identica all’altra, salvo per il fatto che non si potrà rompere.

— E usano lo stesso sistema anche per le braccia?

— Sicuro, per tutti gli organi. — E ricominciò a scrivere. — Fegato, reni, stomaco, tutto quanto. Stanno lavorando ancora sui cuori e sui polmoni, e quindi per ora dobbiamo usare surrogati meccanici.

— Fantastico. — Anche Marygay sarebbe ritornata intera.

L’assistente alzò le spalle. — Può darsi. È un sistema in uso da prima che nascessi io. Lei quanti anni ha, signore?

Glielo dissi, e lui fischiò. — Accidenti. Deve esserci stato dentro fin dal principio. — Aveva un accento stranissimo. Tutte le parole erano giuste, ma la pronuncia era tutta sbagliata.

— Sicuro. Ho preso parte all’attacco a Epsilon. Aleph-zero. — Avevano cominciato a indicare le collapsar con le lettere dell’alfabeto ebraico, in ordine di scoperta, ma poi avevano esaurito tutte le lettere quando quelle dannate stelle avevano cominciato a spuntare da tutte le parti. Così adesso aggiungevano i numeri alle lettere: l’ultima che avevo sentito era che erano arrivati a Yod-42.

— Caspita, storia antica. E com’era a quei tempi?

— Non lo so. Meno affollamento. Si stava meglio. Sono tornato sulla Terra, un anno fa… diavolo, un secolo fa. Dipende dal modo di vedere le cose. Era così orribile che sono tornato ad arruolarmi, capisce? Un mucchio di zombie, senza offesa.

L’assistente alzò le spalle. — Io non ci sono mai stato. Quelli che vengono di là sembra che ne abbiano nostalgia. Magari adesso le cose vanno meglio.

— Come, lei è nato su un altro pianeta? Su Paradiso? — Non c’era da meravigliarsi se non riuscivo a identificare il suo accento.

— Nato, cresciuto e arruolato. — Si rimise la penna nel taschino e ripiegò la cartella clinica fino alle dimensioni di un portafoglio. — Sì, signore. Sono un angelo della terza generazione. È il miglior pianeta di tutta la EE.N.U. — Lo disse proprio "Effe-E-Enne-U", e non "Fenu" come avevo sempre sentito dire io.

— Adesso devo scappare, tenente. Ho altri due monitor da controllare entro un’ora. — Uscì dalla porta, a ritroso. — Se ha bisogno di qualcosa, lì sul comodino c’è un campanello.

Un angelo della terza generazione. I suoi nonni erano arrivati dalla Terra, probabilmente quando io ero un giovanottello di cento anni. Mi chiesi quanti altri mondi avessero colonizzato, mentre io voltavo le spalle. Se perdi un braccio, te ne fai crescere uno nuovo?

Sarebbe stato piacevole sistemarmi e vivere un anno per ogni anno che passava.

L’assistente non aveva scherzato, quando aveva predetto che avrei sofferto dolori terribili. E non solo per colpa della gamba nuova, sebbene bruciasse come olio bollente. Perché i nuovi tessuti attecchissero, avevano dovuto rivoluzionare la resistenza del mio organismo alle cellule estranee: il cancro mi spuntò in una mezza dozzina di posti, e fu necessario curarli separatamente, dolorosamente.

Mi sentivo assai malconcio, ma era affascinante guardare la gamba ricrescere. I fili bianchi si trasformarono in vasi sanguigni e in nervi, dapprima penzolanti e un po’ lenti; poi andavano a posto, mentre la muscolatura cresceva attorno all’osso metallico.

Mi ero abituato a vederla ricrescere, e quindi lo spettacolo non mi nauseava. Ma quando Marygay venne a trovarmi, fu un colpo. Lei aveva ripreso a camminare prima che avesse cominciato a crescerle la pelle sul braccio nuovo: e sembrava un modello anatomico ambulante. Comunque, superai il trauma, e lei prese l’abitudine di venirmi a trovare qualche ora, tutti i giorni, per fare qualche partita, o quattro chiacchiere; o semplicemente se ne stava lì seduta a leggere, mentre il braccio le ricresceva lentamente dentro allo stampo di plastica.

Dopo una settimana che mi era cresciuta la pelle, portarono via la macchina e tolsero l’involucro della gamba nuova. Era bruttissima, priva di peli e di un biancore cadaverico, ed era rigida come un bastone metallico. Ma funzionava, a modo suo. Potevo reggermi e camminare, trascinando i piedi.

Mi trasferirono in ortopedia per la "rieducazione dell’arto": un modo come un altro per chiamare una lenta tortura. Ti legano a una macchina che flette contemporaneamente la gamba vecchia e quella nuova. La nuova resiste.