Marygay era nella sezione vicina, a farsi torcere metodicamente il braccio. Per lei doveva essere anche peggio; era grigia in volto e aveva l’aria sofferente, quando il pomeriggio ci incontravamo per salire alla superficie e prendere il sole tra le ombre mobili delle fronde.
L’unico passatempo emozionante — emozionante per le nostre sensibilità smussate dai combattimenti — lo potevamo trovare nell’acqua meticolosamente sorvegliata.
Devono sempre spegnere il campo pressore per un secondo, ogni volta che atterra un’astronave, altrimenti rimbalzerebbe sull’oceano. Ogni tanto, in quel varco, riesce ad infilarsi qualche animale, ma gli animali terrestri pericolosi sono troppo lenti per farcela. Per gli animali marini la faccenda è diversa.
Il padrone incontrastato degli oceani di Paradiso è un gran brutto signore che gli angeli, in un momento d’originalità, avevano battezzato "squalo". Ma quello sarebbe stato capace di mangiarsi per colazione un branco di squali terrestri.
Quello che riuscì a entrare era uno squalo bianco di grandezza media, che da giorni stava sbattendo ostinatamente contro il campo pressore, esasperato dalla presenza di tutta quella proteina che sguazzava all’interno. Per fortuna, c’è una sirena d’allarme che suona due minuti prima che il campo pressore venga richiuso, e perciò in acqua non c’era nessuno quando lo squalo passò a razzo. Così a razzo che per poco non andò ad arenarsi sulla spiaggia, spinto dalla furia dell’attacco insensato.
Lo squalo era dodici metri di muscoli flessibili con una coda tagliente come un rasoio a un’estremità e una collezione di zanne, lunghe un braccio, dall’altra. Gli occhi erano grandi globi gialli, montati su peduncoli che sporgevano dalla testa per oltre un metro. La bocca era così grande che, quando l’apriva, un uomo poteva starci comodamente dentro in piedi: una sensazionale foto ricordo per i suoi eredi.
Non potevano certamente spegnere il campo pressore e aspettare che la bestiaccia se ne andasse. E così il Comitato per la Ricreazione organizzò una battuta di caccia.
Io non ero troppo entusiasta dell’idea di offrirmi come antipasto a un pesce gigante, ma Marygay da ragazzina aveva praticato la pesca subacquea, in Florida, e la prospettiva l’emozionava. Io accettai di starci quando seppi come avrebbero fatto: sembrava un sistema abbastanza sicuro.
Si dice che quegli squali non attacchino mai la gente a bordo delle barche. Due persone, che evidentemente avevano più fiducia nei racconti dei pescatori di quanta ne avessi io, erano arrivate fino all’orlo del campo pressore con una barca a remi, armate esclusivamente d’una mezzena di bue. L’avevano scaraventata in acqua, e in un lampo era arrivato lo squalo.
A quel segnale toccò a noi entrare in scena e divertirci. Eravamo ventitré imbecilli, e aspettavamo sulla spiaggia con pinne, maschere, respiratori, e una fiocina a testa. Le fiocine, comunque, erano arnesi formidabili, con propulsione a razzo e testate esplosive ad alto potenziale.
Ci muovemmo, sciabordando, e nuotammo a falange, sott’acqua, verso la bestiaccia che mangiava. Quando ci vide, in un primo momento non ci attaccò. Cercò di nascondere il suo pasto, forse perché non voleva che qualcuno le girasse furtivamente attorno e glielo sgranocchiasse mentre essa si occupava degli altri. Ma ogni volta che cercava di immergersi in acque più profonde, andava a sbattere contro il campo pressore. Era evidente che si stava stufando.
Alla fine, mollò il bue, si voltò con un guizzo e caricò. Un vero spasso. Un attimo prima vedevi lo squalo, grande come il tuo dito mignolo, laggiù all’orlo del campo, e un attimo dopo sembrava già grosso come un uomo e continuava a venire avanti a tutta velocità.
Lo colpirono circa dieci fiocine — la mia no — e lo fecero a brandelli. Ma persino dopo un colpo esperto o fortunato al cervello, che gli fece schizzare via la parte superiore della testa e un occhio, anche con metà della carne e delle budella sparse dietro di lui in una scia sanguinosa, piombò tra le nostre file e serrò le mascelle attorno a una donna, tranciandole nette tutte e due le gambe, prima di ricordarsi di morire.
Riportammo la donna, più morta che viva, sulla spiaggia dove c’era in attesa un’ambulanza. La riempirono di surrogato di sangue e di Antishock e la portarono di volata all’ospedale, dove sopravvisse per poi dover subire la tortura di farsi crescere un paio di gambe nuove. Io decisi che per l’avvenire avrei lasciato la caccia ai pesci agli altri pesci.
Quando la terapia diventò sopportabile, il nostro soggiorno a Threshold fu piuttosto piacevole. Niente disciplina militare, un sacco di roba da leggere e di cose su cui pasticciare. Ma c’era sempre un’ombra, perché era ovvio che non eravamo sgusciati via di mano all’esercito; eravamo solo pezzi d’equipaggiamento rotti, che quelli riparavano per ributtarli nella mischia. Marygay e io dovevamo prestare servizio come tenenti ancora per tre anni.
Ma ci spettavano sei mesi di riposo e di ricreazione, dopo che i nostri nuovi arti vennero dichiarati in perfetto ordine funzionale. Marygay fu dimessa due giorni prima di me, ma mi aspettò.
Anche la mia paga arretrata arrivò: 892.746.012 dollari. Non arrivò sotto forma di balle di banconote, per fortuna: su Paradiso adoperavano un sistema di credito elettronico, e io mi portavo in giro il mio patrimonio in un piccolo calcolatore a lettura digitale. Per comprare qualcosa battevi sui tasti il numero del conto del venditore e l’ammontare della spesa; la somma veniva automaticamente trasferita dal tuo conto al suo. Il calcolatore era grosso quanto un portafoglio, e regolato sull’impronta del tuo pollice.
L’economia di Paradiso era governata dalla presenza continua di migliaia di militari milionari che si riposavano e si ricreavano. Un modesto spuntino costava cento dollari, una stanza per una notte anche dieci volte tanto. Poiché era la FENU che aveva creato Paradiso e ne era proprietaria, quell’inflazione galoppante era un sistema trasparente e semplicissimo per incanalare di nuovo le nostre paghe arretrate nella circolazione economica generale.
Ci divertimmo, ci divertimmo disperatamente. Prendemmo a nolo un aereo e l’attrezzatura da campeggio e ce ne andammo in giro per settimane a esplorare il pianeta. C’erano fiumi gelidi per nuotare, e giungle lussureggianti da attraversare; e praterie e montagne e deserti e desolate terre polari.
Potevamo proteggerci completamente dall’ambiente regolando i nostri campi pressori individuali — dormite nudi nella tormenta! — oppure potevamo affrontare la natura così com’era. Su proposta di Marygay, l’ultima cosa che facemmo prima di ritornare alla civiltà fu di scalare un’alta guglia nel deserto, digiunare parecchi giorni per affinare le nostre sensibilità (o acuire le nostre percezioni, non so bene) e starcene seduti, schiena contro schiena, nel caldo bruciante, a contemplare il languido scorrere della vita.
E poi via, a darci ai bagordi. Facemmo il giro di tutte le città del pianeta, e ognuna aveva il suo fascino particolare, ma alla fine andammo a Skye per trascorrervi quanto ancora restava della nostra licenza.
In confronto a Skye, il resto del pianeta era robetta a buon mercato. Durante le quattro settimane in cui usammo la grande cupola volante dei divertimenti come base, Marygay e io spendemmo un buon mezzo miliardo di dollari a testa. Giocammo d’azzardo — roba da perdere qualche milione di dollari per notte — mangiammo e bevemmo quello che il pianeta aveva di meglio da offrire, e provammo tutti i servizi e tutti i prodotti che non risultavano troppo bizzarri per i nostri gusti antiquati. Avevamo ciascuno un servitore personale, il cui salario era leggermente superiore allo stipendio d’un maggior generale.
Ci divertimmo disperatamente, ho detto. A meno che l’andamento della guerra non cambiasse in modo radicale, le nostre probabilità di sopravvivere per i prossimi tre anni erano microscopiche. Eravamo le vittime straordinariamente sane d’una malattia inguaribile, e cercavamo di vivere in sei mesi le sensazioni di tutta un’esistenza.