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Avevamo la consolazione non trascurabile di sapere che, per quanto ci restasse poco da vivere, almeno quel poco l’avremmo vissuto insieme. Non so perché, ma non mi passò mai per la testa che questo potessero togliercelo.

Ci stavamo godendo un pranzetto leggero nel "primo piano" trasparente di Skye, e guardavamo l’oceano che passava sotto di noi, quando un portaordini arrivò con aria indaffarata e ci consegnò due buste: i nostri ordini.

Marygay doveva entrare a far parte d’una compagnia nuova, che si stava formando lì a Paradiso. Io dovevo tornare a Stargate per "indottrinamento e istruzione" prima di prendere il comando.

Per un po’ non fummo capaci di dire niente. — Protesterò — dissi alla fine, con un filo di voce. — Non possono farmi comandante. Non possono.

Lei era ancora ammutolita. Non si trattava semplicemente di una separazione. Anche se la guerra fosse terminata e noi fossimo partiti per la Terra a pochi minuti di distanza l’uno dall’altra, su astronavi diverse, la geometria del balzo tra collapsar e collapsar avrebbe ammucchiato degli anni tra di noi. Quando il secondo fosse giunto sulla Terra, il primo probabilmente sarebbe stato più vecchio di mezzo secolo e ancora più probabilmente sarebbe già morto.

Restammo lì per un po’, senza toccare i cibi squisiti, ignorando la bellezza che ci circondava, consapevoli solo l’uno della presenza dell’altra e dei due fogli che ci separavano, con un abisso immenso e reale come la morte.

Tornammo a Threshold. Protestai, ma quelli risposero ai miei argomenti con delle spallucciate. Cercai di fare assegnare Marygay alla mia compagnia, come mio ufficiale esecutivo. Mi dissero che il mio personale era già stato prescelto. Ribattei che in maggioranza si trattava di gente che non era ancora nata. Comunque era già stato prescelto, insistettero. Sarebbe passato quasi un secolo, dissi io, prima che arrivassi a Stargate. E loro mi risposero che il Comando della Forza d’Attacco programma in termini di secoli.

Non in termini di individui.

Passammo ancora un giorno e una notte insieme. Meno ne parlo e meglio è. Non era solo la perdita dell’amante. Marygay e io eravamo, l’uno per l’altro, l’unico legame con la vita reale, con la Terra degli Anni Ottanta e Novanta. Non l’assurdità perversa e grottesca che dovevamo difendere combattendo. Quando la navetta se la portò via, fu come vedere una bara che calava nella fossa.

Chiesi l’ora al computer e calcolai i fattori orbitali della sua astronave e l’orario di partenza; e scoprii che potevo vederla partire dal "nostro" deserto.

Atterrai sul pinnacolo dove avevamo digiunato insieme e, poche ore prima dell’alba, vidi una nuova stella apparire sull’orizzonte a occidente, sfolgorare e sbiadire mentre si allontanava, e diventare come un’altra stella, poi una stellina fioca, e poi niente. Mi avviai sull’orlo del precipizio e guardai giù, le vaghe onde immobili delle dune, mezzo chilometro più sotto. Mi sedetti, con i piedi penzoloni nel vuoto, senza pensare a niente, fino a quando i raggi obliqui del sole illuminarono le dune nel sommesso chiaroscuro tentatore di un bassorilievo. Per due volte spostai il mio peso, come per buttarmi. Non lo feci, ma non per paura del dolore o della perdita. Il dolore sarebbe stato solo una scintilla di un attimo, e a perderci sarebbe stato soltanto l’esercito. E sarebbe stata la sua vittoria suprema su di me… dopo aver dominato la mia vita per tanto tempo, costringermi a porvi fine.

E questa soddisfazione volevo lasciarla al nemico.

PARTE QUARTA

Maggiore Mandella

(2458-3143 d.C.)

27

Com’era quel vecchio esperimento di cui ci parlavano nelle lezioni di biologia alle superiori? Prendi una planaria e insegnale a uscire a nuoto da un labirinto. Poi riducila in poltiglia e dalla da mangiare a una planaria stupida e, toh!, la planaria stupida è capace anch’essa di uscire dal labirinto.

Io mi sentivo in bocca un saporaccio di maggior-generale.

Per la verità, sospettavo che avessero perfezionato le tecniche, dai tempi in cui studiavo alle superiori. Tenendo conto della dilatazione temporale, avevano avuto a disposizione 450 anni per le ricerche e gli sviluppi.

Non è che per il mio aggiornamento a Stargate tritassero i maggior-generali e me li servissero con salsa olandese. Non mi diedero da mangiare niente per tre settimane, anzi, tranne il glucosio. Glucosio ed elettricità.

Mi rasarono ogni pelo che avevo sul corpo, mi fecero un’iniezione che mi ridusse a uno strofinaccio, mi attaccarono dozzine di elettrodi sulla testa e sul corpo, mi immersero in una vasca di fluorocarbonio ossigenato, e mi collegarono a un CSVA, cioè a un "computer a situazione di vita accelerata". E ci pensò quello a tenermi occupato.

Penso che la macchina abbia impiegato circa cinque minuti per farmi il ripasso di tutto quello che avevo imparato in precedenza in fatto di arti marziali (scusate l’espressione). Poi cominciò a insegnarmi le novità.

Imparai il modo migliore per usare qualunque arma, da una pietra a una bomba nova. E non solo intellettualmente: era appunto quello, lo scopo degli elettrodi. Cinestesi a feedback negativo, controllata ciberneticamente: mi sentivo le armi nelle mani e vedevo come me la cavavo a maneggiarle. E continuavo e continuavo, fino a quando non ci riuscivo alla perfezione. L’illusione della realtà era totale. Usai una lancia insieme a un gruppo di guerrieri Masai, nell’incursione contro un villaggio, e quando abbassai gli occhi vidi che il mio corpo era lungo e nero. Imparai di nuovo a tirare di spada con un uomo dall’aria crudele, vestito in modo strano, in un cortile della Francia del Diciottesimo secolo. Me ne stetti nascosto su un albero con un fucile Sharps e sparai contro uomini in uniforme azzurra che attraversavano strisciando un campo fangoso, in direzione di Vicksburg.

In tre settimane uccisi parecchi reggimenti di spettri elettronici. A me pareva che fosse passato più di un anno, ma il CSVA fa degli scherzi strani al senso del tempo.

L’apprendimento dell’uso di quelle inutili armi esotiche era solo una parte minima dell’addestramento. Anzi, era la parte più rilassante. Perché, quando non ero in cinestesi, la macchina manteneva completamente inerte il mio corpo e mi imbottiva il cervello con i dati e le teorie militari di quattro millenni. E non potevo dimenticare niente! Almeno finché ero in quel barattolo.

Ci tenete a sapere chi era Scipione l’Africano? Io no. La grande luce della Terza guerra punica. "La guerra è il regno del pericolo, e perciò il coraggio, soprattutto, è la prima qualità del guerriero" affermava von Clausevitz. E non dimenticherò mai la sublime poesia di: "L’avanguardia si muove normalmente in colonna con in testa il quartier generale del plotone, seguito da una Squadra laser, la squadra delle armi pesanti, e la Seconda squadra laser; la colonna si affida all’osservazione per proteggersi sui fianchi, salvo quando le condizioni del terreno e della visibilità impongono di inviare sui fianchi piccoli distaccamenti di sicurezza, nel qual caso il comandante dell’avanguardia assegnerà un sergente del plotone…" e così via. È tratto dal Manuale dei Comandanti delle Piccole Unità del Comando della Forza d’Attacco, come se si potesse chiamare manuale — da mano — qualcosa che occupa due intere schede a microfiche, 2000 pagine.

Se ci tenete a diventare esperti ferratissimi ed eclettici di una materia che vi ripugna, arruolatevi nella FENU e iscrivetevi al corso per ufficiali.

Centodiciannove persone, e io ero responsabile per centodiciotto, contando me stesso ma non contando il commodoro, che presumibilmente era in grado di badare a se stessa.