Quanti dei giovani soldati che riempivano l’auditorio sapevano di essere spacciati? Cercavo di abbinare le facce ai fascicoli che avevo studiato per tutta la mattinata, ma era difficile. Erano stati scelti tutti secondo la stessa serie di parametri rigorosi, ed erano straordinariamente simili: alti ma non troppo, muscolosi ma non massicci, intelligenti ma non del tipo che pensa troppo… e la Terra era razzialmente molto più omogenea di quanto fosse stata nel mio secolo. Quasi tutti avevano un’aria vagamente polinesiana. Solo due, Kaybanda e Lin, sembravano rappresentanti puri di tipi razziali. Mi chiesi se gli altri li tormentavano, per questo.
Quasi tutte le donne erano straordinariamente belle, e io non ero certo in condizioni di fare lo schizzinoso. Ero celibe da più di un anno, da quando avevo detto addio a Marygay, lassù in Paradiso.
Mi chiesi se qualcuna di loro potesse presentare qualche traccia di atavismo, o fosse disposta ad assecondare l’eccentricità del suo comandante. "Si fa assoluto divieto ad ogni ufficiale di avere legami sessuali con i suoi subordinati." Un bel modo di dirlo. "La violazione del presente articolo è punibile con la confisca di tutti i fondi e la riduzione al rango di soldato semplice o, se la relazione danneggia l’efficienza in combattimento, con l’esecuzione sommaria." Se tutti i regolamenti della FENU si fossero potuti violare con la disinvoltura e la continuità con cui veniva violato quello, sarebbe stato un esercito molto allegro.
Ma nessuno dei ragazzi mi attirava. Tuttavia, l’aspetto che avrebbero assunto ai miei occhi di lì a un anno, non potevo prevederlo.
— At-tenti! - Era il tenente Hilleboe. Tornò ad onore dei miei nuovi riflessi che non scattassi in piedi anch’io. Nell’auditorio scattarono tutti.
— Sono il tenente Hilleboe e sono il vostro secondo ufficiale di campo. — Una volta, era il grado di Primo Sergente. È un segno inequivocabile: quando un esercito è in circolazione da troppo tempo cominciano a esserci troppi ufficiali.
La Hilleboe si fece avanti, da vero soldato duro, professionista. Probabilmente urlava ordini allo specchio tutte le mattine, quando si faceva la barba. Ma avevo visto il suo profilo e sapevo che era stata in azione una volta sola, e del resto solo per un paio di minuti. Aveva perso un braccio e una gamba, e l’avevano fatta diventare ufficiale, più o meno come era capitato a me, in seguito ai test che avevano fatto nella clinica di rigenerazione.
Diavolo, magari era stata una persona simpaticissima prima di subire quel trauma; era già abbastanza orribile farsi ricrescere un arto, figurarsi due.
Lei stava facendo il tipico discorsetto da sergente, severo ma giusto: non fatemi perdere tempo con le sciocchezze, rispettate la scala gerarchica, quasi tutti i problemi si possono risolvere al quinto grado della scala (capi plotone).
Mi dispiacque di non avere avuto più tempo per parlare con lei. Il Comando della Forza d’Attacco aveva forzato i tempi per spedirci a quella prima adunata — dovevamo salire a bordo dell’astronave il giorno dopo — e io avevo scambiato solo poche parole con i miei ufficiali.
E non era abbastanza, perché era ormai evidente che la Hilleboe, e io avevamo idee piuttosto diverse sul modo di mandare avanti una compagnia. È vero che mandarla avanti era compito suo; io comandavo soltanto. Ma quella donna stava creando una situazione potenziale "buono-cattivo", servendosi della scala gerarchica per isolarsi dagli uomini e dalle donne che le erano subordinati. Io avevo avuto intenzione di essere meno altezzoso, e di dedicare un’ora ogni due giorni ai soldati che volessero venire da me per espormi le loro lagnanze o le loro proposte, senza bisogno dell’autorizzazione dei loro superiori diretti.
Entrambi avevamo ricevuto lo stesso tipo d’informazioni durante le tre settimane trascorse nel barattolo. Era interessante che fossimo arrivati a conclusioni tanto diverse sul comando. La politica della Porta Aperta, per esempio, aveva dato buoni risultati negli eserciti "moderni" dell’Australia e dell’America. Mi sembrava particolarmente appropriata per la nostra situazione, in cui tutti sarebbero rimasti chiusi in gabbia per mesi o addirittura per anni. Avevamo adottato quel sistema a bordo della Sangre Y Victoria, l’ultima astronave militare su cui avevo prestato servizio, e mi era sembrato che servisse a calmare le tensioni.
La Hilleboe li aveva fatti mettere in riposo mentre teneva la sua arringa organizzativa; fra poco li avrebbe sbattuti sull’attenti e avrebbe presentato me. Di cosa potevo parlare? Avevo avuto intenzione di pronunciare qualche frase prevedibile e di spiegare la mia politica della Porta Aperta, e poi di passarli al commodoro Antopol, che avrebbe detto qualcosa a proposito della Masaryk II. Ma avrei fatto meglio a rinviare la spiegazione, e ad avere un lungo scambio di vedute con la Hilleboe: anzi, sarebbe stato meglio se fosse stata lei a presentare quella politica agli uomini e alle donne, per non dare l’impressione che fossimo in disaccordo.
Mi salvò il mio ufficiale esecutivo, il capitano Moore. Arrivò precipitosamente da una porta laterale — andava sempre a precipizio, quello, come una meteora grassoccia — mi lanciò un rapido saluto e mi consegnò una busta contenente i nostri ordini di battaglia. Ebbi un piccolo dialogo, sottovoce, con il commodoro, e lei convenne che non sarebbe stato un gran male dire dove eravamo diretti, anche se, tecnicamente, la truppa "non era tenuta a saperlo".
Una delle cose di cui non ci dovevamo preoccupare, in quella guerra, erano le spie nemiche. Con una buona mano di vernice, un taurano potrebbe riuscire a camuffarsi da fungo ambulante. Ma susciterebbe inevitabilmente qualche sospetto.
La Hilleboe ordinò l’attenti e disse diligentemente che sarei stato un buon comandante; che la guerra l’avevo fatta fin dal principio, e se avevano intenzione di sopravvivere fino alla fine della ferma avrebbero fatto bene a seguire il mio esempio. Non disse che ero un mediocre soldato con una particolare abilità nel venire mancato dai tiri nemici. E neppure che mi ero congedato dall’esercito alla prima occasione e che c’ero ritornato solo perché sulla Terra le condizioni di vita era insopportabili.
— Grazie, tenente. — Presi il suo posto sul podio. — Riposo. — Aprii il foglio che conteneva i nostri ordini. — Ho qui una bella notizia e una brutta notizia insieme. — Quella che cinque secoli prima era una barzelletta, adesso era solo una constatazione. — Questi sono i nostri ordini di combattimento per la campagna di Sade-138. La bella notizia è che probabilmente non combatteremo, non subito, almeno. La brutta notizia è che diventeremo un bersaglio."
A queste parole si agitarono un po’, ma nessuno disse qualcosa o distolse gli occhi da me. Ottima disciplina. O forse era soltanto fatalismo; non sapevo se si facevano un quadro realistico del loro futuro. Della mancanza di un futuro, cioè.
— Abbiamo l’ordine… di trovare il più grande pianeta portale in orbita intorno alla collapsar Sade-138 e di costruirvi una base. Poi resteremo alla base fino a quando non ci daranno il cambio. Almeno due o tre anni, probabilmente.
"In questo periodo, quasi sicuramente verremo attaccati. Come molti di voi probabilmente sapranno, il comando della Forza d’Attacco ha scoperto un certo schema ripetitivo nei movimenti dei nemici da una collapsar all’altra, e si spera di risalirlo, seguendolo a ritroso nel tempo e nello spazio, fino a scoprire il pianeta patrio dei taurani. Per il momento, i nostri possono soltanto inviare forze d’intercettazione, e ostacolare l’espansione nemica.
"In un’ampia prospettiva, è quello che ci hanno ordinato di fare. Saremo una delle varie dozzine di unità d’assalto impiegate nelle manovre di blocco sulla frontiera nemica. Non vi ripeterò mai a sufficienza quanto è importante la nostra missione… se la FENU riuscirà a impedire al nemico di espandersi, potremo circondarlo. E vincere la guerra."