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Le prime astronavi della FENU avevano avuto una loro bellezza fragile e delicata. Ma, con le varie migliorie tecnologiche, la resistenza strutturale era diventata più importante della diminuzione della massa (una delle vecchie astronavi si sarebbe piegata su se stessa a fisarmonica, se avesse tentato una manovra a venticinque gravità) e le conseguenze si vedevano nella progettazione: tozza, pesante, dall’aria funzionale. L’unica decorazione era il nome MASARYK II, stampigliato in lettere azzurrocupo sullo scafo color ossidiana.
La nostra navetta passò sopra il nome mentre puntava sul vano di carico, e là c’era un gruppo di uomini e di donne piccolissimi che provvedevano alla manutenzione dello scafo. Prendendoli come punti di riferimento, ci accorgemmo che le lettere erano alte un centinaio di metri buoni. L’astronave era lunga un chilometro (per l’esattezza 1036,5 metri, diceva la mia memoria latente) e larga circa un terzo (319,4 metri).
Ma questo non voleva dire che a bordo ci fosse spazio da ballarci dentro. L’astronave ospitava nel suo ventre sei grossi caccia a tachioni e cinquanta missili robotizzati. La fanteria era rincantucciata in un angolo. "La guerra è il regno dell’attrito" aveva scritto Cadetto von Clausewitz; e io avevo l’impressione che lo avremmo constatato di persona.
Avevamo ancora sei ore prima di entrare nella vasca antiaccelerazione. Scaricai la mia cassetta nella minuscola cabina che sarebbe stata la mia casa per i prossimi venti mesi e me ne andai in giro a esplorare.
Charlie era arrivato prima di me al salone e al privilegio di essere il primo a valutare la qualità del caffè della Masaryk II.
— Bile di rinoceronte — disse.
— Almeno non è soia — dissi io, bevendo una cauta sorsata. Pensai che entro una settimana avrei avuto nostalgia della soia.
Il salone ufficiali era un cubicolo di tre metri per quattro, con pareti e pavimento di metallo, una macchina per il caffè e un lettore di biblioteca. Sei sedie dure e un tavolo con una macchina per scrivere.
— Un posticino allegro, no? — fece Charlie. Batté pigramente il tasto dell’indice generale sulla macchina-biblioteca. — Un sacco di testi sulla teoria militare.
— Benissimo. Per rinfrescarci la memoria.
— Hai fatto domanda tu per l’addestramento da ufficiale?
— Io? No. Ordini.
— Almeno hai una giustificazione. — Batté sul pulsante d’accensione e guardò la luce verde che si spegneva. — Io ho fatto domanda. Non mi avevano detto che effetto avrebbe fatto.
— Già. — Non, si riferiva a problemi sottili, come il peso della responsabilità o cose simili. — Dicono che l’effetto svanisce un po’ alla volta. — Tutte le informazioni che ti trasmettono a forza: un continuo bisbiglio silenzioso.
— Ah, eccovi. — La Hilleboe entrò e ci scambiammo i saluti. Diede una rapida occhiata scrutatrice alla stanza, e fu facile capire che quell’arredamento spartano godeva di tutta la sua approvazione. — Vuole parlare alla compagnia, prima che entriamo nelle vasche antiaccelerazione?
— No, non lo ritengo… necessario. — Per poco non avevo detto "opportuno". L’arte di tenere a guinzaglio i subordinati è difficile e delicata. Mi rendevo conto che avrei dovuto ricordare continuamente alla Hilleboe che non era lei, a comandare.
Oppure avrei potuto scambiarmi i gradi con lei. Lasciarle assaporare le gioie del comando.
— Per favore, raduni tutti i comandanti dei plotoni e ripassi con loro la sequenza dell’immersione. Poi faremo esercitazioni per acquistare una maggiore rapidità. Ma per il momento, ritengo che alla truppa faccia bene qualche ora di riposo. — Soprattutto se avevano i postumi della sbronza come il loro maggiore.
— Sissignore. — La Hilleboe girò sui tacchi e se ne andò. Un po’ stizzita, perché quello che le avevo detto di fare sarebbe stato più propriamente un compito per Riland o la Rusk.
Charlie calò la sua massa grassoccia su una delle sedie durissime e sospirò. — Venti mesi in questa macchina unta e bisunta. Insieme a quella lì. Merda!
— Be’, se sarai cortese con me, non ti farò alloggiare insieme a quella donna.
— D’accordo. Sono il tuo schiavo per l’eternità. A partire, diciamo, da venerdì prossimo. — Guardò nella tazza e decise di non bere i fondi del caffè. — Sul serio, la Hilleboe sarà un problema. Cos’hai intenzione di fare con lei?
— Non lo so. — Anche Charlie si comportava da insubordinato, ovviamente. Ma lui era il mio ufficiale esecutivo, ed era al di fuori della scala gerarchica. Inoltre, un amico dovevo pur farmelo. — Magari si addolcirà, una volta che saremo sotto peso.
— Sicuro.
Tecnicamente, eravamo già sotto peso, perché stavamo avanzando lentamente verso la collapsar di Stargate a una gravità. Ma era solo per la comodità dell’equipaggio: è difficile chiudere le botole in caduta libera. Il viaggio vero e proprio sarebbe incominciato solo quando fossimo entrati nelle vasche.
Il salone era troppo deprimente, e così Charlie e io impiegammo le ultime ore di mobilità per esplorare l’astronave.
Il ponte sembrava una comune centrale di computer: avevano rinunciato al lusso dei videoschermi. Ci fermammo a rispettosa distanza mentre l’Antopol e i suoi ufficiali effettuavano l’ultima serie di controlli prima di calarsi nelle vasche e di affidare i nostri destini alle macchine.
Per la verità c’era un oblò, una bolla di plastica robustissima, in sala navigazione, a prua. Il tenente Williams non aveva niente da fare: la parte preinserzione del suo lavoro era completamente automatizzata. Perciò fu ben lieto di farci da guida.
Batté un’unghia sull’oblò. — Spero che in questo viaggio non dobbiamo servircene.
— Come mai? — chiese Charlie.
— Lo usiamo solo se ci perdiamo. — Se l’angolo di inserzione deviava d’un millesimo di radiante, poteva darsi che noi finissimo dalla parte opposta della galassia. — Possiamo farci un’idea approssimativa della nostra posizione analizzando gli spettri delle stelle più luminose. Come le impronte digitali. Identificatene tre, e possiamo effettuare la triangolazione.
— E poi trovate la collapsar più vicina e ritornate sulla pista giusta — dissi io.
— È proprio quello, il problema. Sade-38 è l’unica collapsar di cui conosciamo l’esistenza nelle Nubi di Magellano. Sappiamo che c’è solo grazie ai dati catturati al nemico. Anche se riuscissimo a trovare un’altra collapsar, nel caso che ci perdessimo nella Nube, non sapremmo come inserirci.
— Magnifico.
— Ma in realtà non saremmo veramente persi — disse Williams, con un’espressione abbastanza perversa. — Potremmo chiuderci nelle vasche, puntare verso la Terra e lanciarci a tutta forza. Ci arriveremmo in circa tre mesi, tempo della nave.
— Sicuro — dissi io. — Ma centocinquantamila anni nel futuro. — A venticinque gravità, puoi arrivare a nove decimi della velocità della luce in meno di un mese. E a partire da quel momento, sei nelle braccia di sant’Albert Einstein.
— Be’, è un inconveniente, sicuro — disse Williams. — Ma almeno scopriremmo chi ha vinto la guerra.
Ti veniva fatto di chiederti quanti soldati avessero tagliato la corda in quel modo. C’erano quarantadue Forze d’Attacco perdute, non si sapeva bene né dove né come. Era possibile che tutte stessero viaggiando nello spazio normale, a una velocità prossima a quella della luce, e che ricomparissero a Stargate o sulla Terra, una dopo l’altra, nei secoli futuri.
Era un sistema comodo per imboscarti, perché, una volta che uscivi fuori dalla catena dei balzi tra collapsar, rintracciarti era praticamente impossibile. Purtroppo, la sequenza dei balzi era preprogrammata dal Comando della Forza d’Attacco; il navigatore umano entrava in scena solo se un errore di calcolo ti mandava a finire in un posto sbagliato, e schizzavi fuori in una parte diversa dello spazio.