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Charlie e io andammo a ispezionare la palestra, abbastanza grande per ospitare una dozzina di persone alla volta. Lo pregai di preparare un elenco, in modo che tutti potessero esercitarsi per un’ora al giorno, quando non eravamo nelle vasche.

La sala mensa era solo un po’ più spaziosa della palestra, e anche facendo quattro turni, i pasti si sarebbero consumati spalla a spalla. E il salone della truppa era ancora più deprimente di quello degli ufficiali. Prima che quei venti mesi fossero passati, mi sarei trovato alle prese con un bel problema, per quanto riguardava il morale della truppa.

L’officina dell’armiere era grande quanto la palestra, la mensa e i due saloni messi insieme. Era indispensabile, dato il gran numero delle armi per fanteria che erano state realizzate nel corso dei secoli. L’arma fondamentale era ancora lo scafandro da combattimento, anche se era molto perfezionato rispetto al primo modello in cui mi avevano infilato poco prima della campagna di Aleph-zero.

Il tenente Riland, l’ufficiale armiere, sovrintendeva al lavoro dei quattro subordinati, uno per plotone, che effettuavano un ultimo controllo della sistemazione delle armi. Era probabilmente il compito più importante, se si pensava a quello che poteva succedere, a venticinque gravità, a tutte quelle tonnellate di esplosivi e di sostanze radioattive.

Ricambiai il saluto di Riland. — Tutto a posto, tenente?

— Sissignore, a parte quelle maledette spade. — Da usarsi nei campi di stasi. — Non riusciamo a orientarle in modo che non si pieghino. Speriamo solo che non si spezzino.

Non riuscivo a capire neppure lontanamente i principi che stavano alla base del campo di stasi; l’abisso tra la fisica moderna e il mio diploma nella stessa materia era ampio quanto il tempo che separava Galileo da Einstein. Ma gli effetti li conoscevo.

Niente poteva muoversi a una velocità superiore ai 16,3 metri al secondo all’interno del campo, che era un volume emisferico (sferico nello spazio) del raggio di circa cinquanta metri. All’interno, non esistevano radiazioni elettromagnetiche: niente elettricità, niente magnetismo, niente luce. Dallo scafandro, potevi vedere quello che ti circondava in un monocromatismo spettrale: il fenomeno mi era stato spiegato elegantemente come "trasferimento di fase della quasi-energia filtrante da una realtà tachionica adiacente". Per me, era come se mi avessero parlato del flogisto.

Il risultato, comunque, era che rendeva inutile tutte le armi belliche convenzionali. Persino una bomba nova, dentro al campo, era un pezzo di materia inerte. E qualunque essere, terrestre o taurano, preso dentro al campo senza un adeguato isolamento, sarebbe morto in una frazione di secondo.

All’inizio era parso che avessimo trovato l’arma assoluta. C’erano stati cinque scontri in cui intere basi taurane erano state spazzate via senza perdite umane al suolo. Bastava semplicemente portare il campo vicino ai nemici (quattro soldati robusti potevano farcela, in una gravità di tipo terrestre) e poi guardarli morire mentre scivolavano dentro alla parete opaca del campo. Quelli che trasportavano il generatore erano invulnerabili, eccettuati i brevi periodi durante i quali dovevano spegnerlo per orientarsi.

Ma quando il campo era stato usato per la sesta volta, i taurani si erano preparati. Indossavano tute protettive ed erano armati di lance affilate, con le quali potevano trapassare gli scafandri dei portatori del generatore. Dopo quella volta, i portatori erano sempre andati in giro armati.

Si era avuta notizia di solo altre tre battaglie del genere, sebbene dodici Forze d’Attacco fossero partite con il campo di stasi. Le altre stavano ancora combattendo, o erano ancora in viaggio, oppure erano state annientate. Impossibile saperlo, a meno che tornassero indietro. E non dovevano tornare, se i taurani erano ancora padroni del "loro" territorio: quella era "diserzione davanti al nemico", il che significava la pena capitale per tutti gli ufficiali (anche se correva voce che venivano semplicemente sottoposti al lavaggio del cervello, ricondizionati e ributtati nella mischia).

— Useremo il campo di stasi, signore? — chiese Riland.

— Probabilmente. Non all’inizio, a meno che i taurani non siano già là. Non mi affascina l’idea di vivere dentro a uno scafandro. — E non mi andava neanche l’idea di usare spada, zagaglia e coltello da lancio, anche se con quelle armi avevo spedito nel Valhalla una notevole quantità di illusioni elettroniche.

Diedi un’occhiata all’orologio. — Be’, sarà meglio che scendiamo nelle vasche, capitano, ad assicurarci che siano tutti sistemati. — Avevamo ancora due ore, prima che cominciasse la sequenza dell’inserzione.

La sala delle vasche sembrava un’enorme fabbrica chimica. Aveva un diametro di cento metri abbondanti ed era piena zeppa di ingombranti apparecchiature dipinte di un uniforme grigioscuro. Le otto vasche erano disposte quasi simmetricamente intorno all’ascensore centrale, e la simmetria era guastata dal fatto che una di esse era grande circa il doppio delle altre. Era destinata al comando, per tutti gli ufficiali superiori e gli specialisti.

Il sergente Blazynski uscì da dietro una delle vasche e salutò. Non ricambiai il saluto.

— Cosa diavolo è quello? — In quell’universo grigio, avevo visto una macchia di colore.

— Un gatto, signore.

— Davvero. — E grosso, anche, e color arancione vivo. Sembrava ridicolo, drappeggiato sulle spalle del sergente. — Mi faccia riformulare la domanda: cosa diavolo ci fa qui un gatto?

— È la mascotte della Squadra manutenzione, signore. — Il gatto alzò la testa quanto bastava per soffiare di malavoglia contro di me, poi tornò alla sua flaccida apatia.

Guardai Charlie, e quello scrollò le spalle. — Mi sembra una crudeltà — disse. E al sergente: — Non se lo godrà molto. A venticinque gravità, sarà ridotto a un mucchietto di pelo e di budella.

— Oh, no, signore. Signori. — Il sergente scarruffò il pelo della bestiola, sulle spalle. C’era inserita una presa per il fluorocarbonio, identica a quella che avevo io sopra l’anca. — L’abbiamo comprato in un magazzino di Stargate, già modificato. Ormai ce l’hanno moltissime astronavi, signore. Il commodoro ci ha firmato i moduli.

Be’, ne aveva il diritto; la Squadra manutenzione era agli ordini miei e suoi, congiuntamente. E l’astronave era sua. — Non potevate prendere un cane? — Dio, i gatti li odiavo. Sempre in giro a curiosare.

— No, signore, non si adattano. Non sopportano la caduta libera.

— Avete dovuto fare qualche adattamento speciale? Nella vasca? — chiese Charlie.

— No, signore. Avevamo una cuccetta in più. Magnifico: voleva dire che sarei finito in vasca con quell’animale. — Abbiamo dovuto solo accorciare le cinghie.

"Occorre un tipo di droga diverso per rafforzare le pareti delle cellule, ma era compreso nel prezzo."

Charlie grattò il gatto dietro l’orecchio. Quello fece sommessamente le fusa, ma non si mosse. — Mi sembra stupido. L’animale, voglio dire.

— Lo abbiamo drogato in anticipo. — Non c’era da meravigliarsi che fosse così inattivo: la droga rallenta il metabolismo al punto necessario per mantenere esclusivamente le funzioni vitali.

— Credo sia tutto in regola — dissi io. Forse era utile, per via del morale. — Ma se comincia a venirmi tra i piedi, lo riciclerò personalmente.

— Sì, signore — disse il sergente, visibilmente sollevato, convinto che io non avrei mai fatto una cosa simile a quel delizioso batuffolo di pelo. Mettimi alla prova, amico.