Lasciammo in orbita la Masaryk II (era in grado di atterrare, ma questo avrebbe limitato la sua visibilità e ridotto il tempo di fuga) e trasportammo sulla superficie il materiale da costruzione servendoci dei sei caccia.
Fu un sollievo uscire dall’astronave, anche se il pianeta non era precisamente ospitale. L’atmosfera era un sottile vento freddo di elio e d’idrogeno: faceva troppo freddo perché, anche a mezzogiorno, qualunque altra sostanza potesse esistervi sotto forma di gas.
"Mezzogiorno" era quando la S Doradus stava allo zenith: una scintilla minuscola, d’uno splendore doloroso. La temperatura scendeva lentamente, di notte, da venticinque gradi Kelvin fino a diciassette… e questo causava dei problemi, perché poco prima dell’alba l’idrogeno cominciava a condensarsi e rendeva tutto così viscido che era impossibile far altro che mettersi seduti e aspettare che finisse. All’alba un fievole arcobaleno dai colori pastello offriva l’unica variazione nella monotonia bianca e nera del paesaggio.
Il terreno era traditore, coperto di pezzetti granulari di gas congelato che si spostavano lentamente, incessantemente nella brezza anemica. Bisognava camminare adagio, barcollando, per restare in piedi: delle quattro persone che morirono durante la costruzione della base, tre furono vittime di semplici cadute.
La truppa non fu soddisfatta della mia decisione di costruire le difese perimetrali e antiastronave prima di montare gli alloggi. Era prevedibile, e del resto avevano due giorni di riposo a bordo della nave per ogni "giorno" sul pianeta… il che non era troppo generoso, devo ammetterlo, poiché i giorni sull’astronave erano di 24 ore, e un giorno sul pianeta era di 38,5 ore da un’alba all’altra.
La base venne completata in meno di quattro settimane, ed era davvero una struttura formidabile. Il perimetro, un cerchio del diametro di un chilometro, era protetto da venticinque laser da un gigawatt che potevano puntare sul bersaglio e sparare automaticamente in un millesimo di secondo, reagendo ad ogni oggetto di grandezza significativa tra il perimetro e l’orizzonte. Questa volta, quando il vento soffiava nella direzione giusta e il suolo era umido per l’idrogeno, i piccoli granuli di ghiaccio si appiccicavano l’uno all’altro, formavano una palla e cominciavano a rotolare. Non arrivavano lontano.
Come protezione preventiva, prima che i nemici arrivassero all’orizzonte, intorno alla base c’era un enorme campo minato. Le mine sepolte esplodevano a una sufficiente distorsione del loro campo gravitazionale locale: bastava un solo taurano a farne esplodere una, se le arrivava a meno di venti metri; anche una piccola astronave a un chilometro di quota l’avrebbe fatta esplodere. Erano 2800, quasi tutte bombe nucleari da 100 microtoni. Cinquanta erano bombe a tachioni, dalla potenza devastatrice. Erano sparpagliate a caso in un cerchio che si estendeva per altri cinque chilometri oltre il limite dell’efficacia dei laser.
All’interno della base avevamo i laser individuali, le granate da un microtone e lanciarazzi multipli a tachioni che non erano mai stati provati in combattimento: ce n’era uno per plotone. Come estrema risorsa, accanto agli alloggiamenti era stato creato il campo di stasi. Dentro la sua cupola grigio-opaca, oltre alle armi paleolitiche per combattere l’Orda d’Oro, avevamo sistemato un piccolo incrociatore, nel caso che dovessimo perdere tutti i nostri mezzi spaziali pur vincendo la battaglia. Dodici persone ce l’avrebbero fatta comunque ad arrivare a Stargate. Era meglio non pensare al fatto che gli altri superstiti avrebbero dovuto restarsene lì fino a quando non fossero sopraggiunti i rincalzi… o la morte.
Gli alloggiamenti e gli uffici amministrativi erano tutti sotterranei, per proteggerli dalle armi in linea di visuale. Ma non andava bene per il morale: c’erano liste d’attesa per tutti i lavori all’aperto, per quanto fossero pesanti o pericolosi. Io non avevo permesso che la truppa uscisse all’aperto durante il tempo libero, un po’ perché era pericoloso, un po’ perché sarebbe stata una scocciatura dal punto di vista amministrativo controllare continuamente l’equipaggiamento in entrata e in uscita e star dietro a quelli che erano fuori.
Alla fine dovetti cedere e permettere che uscissero per qualche ora ogni settimana. Non c’era niente da vedere, tranne la pianura squallida e il cielo (che durante il giorno era dominato dalla S Doradus, e la notte dal fioco ovale della Galassia), ma era sempre meglio che guardare le pareti e i soffitti di roccia fusa.
Uno degli sport preferiti consisteva nell’arrivare fino al perimetro e lanciare palle di neve di fronte ai laser, per vedere qual era la palla più piccola capace di metterli in azione. A me sembrava che come divertimento equivalesse a guardare sgocciolare un rubinetto, ma in fondo non c’era pericolo, perché i laser potevano sparare solo in avanti, e avevamo energia in abbondanza.
Per cinque mesi le cose andarono avanti bene. I problemi amministrativi non erano diversi da quelli che avevamo dovuto affrontare a bordo della Masaryk II. E come trogloditi passivi correvamo meno pericoli di quando balzavamo da una collapsar all’altra, almeno fino a quando non fosse comparso il nemico.
Io feci finta di guardare dall’altra parte quando Rudkoski rimontò la distilleria. Tutto ciò che serviva a rompere la monotonia della vita di guarnigione andava benissimo, e i gettoni non solo provvedevano liquori alla truppa, ma servivano anche a giocare d’azzardo. Fui irremovibile solo su due punti: nessuno poteva uscire all’aperto se non era completamente sobrio, e nessuno poteva vendere prestazioni sessuali. Forse ero troppo puritano, ma comunque rientrava nei regolamenti. L’opinione degli specialisti era divisa; il tenente Wilber, lo psichiatra, era d’accordo con me; i consulenti sessuali Kajdi e Valdez no. Ma probabilmente loro facevano danaro a palate, dato che erano i "professionisti" stabili.
Cinque mesi di routine piacevolmente noiosa, e poi ci fu la faccenda del soldato Graubard.
Per ovvie ragioni, negli alloggiamenti le armi erano proibite. Dato l’addestramento ricevuto da quegli individui, anche una rissa a pugni poteva diventare un duello mortale, e non erano tipi che avessero molta pazienza. Cento persone normali, nelle nostre grotte, dopo una settimana si sarebbero prese reciprocamente per la gola, ma quei soldati erano stati scelti a uno a uno per la loro capacità di sopportarsi a vicenda in un ambiente chiuso.
Comunque, le zuffe c’erano lo stesso. Graubard per poco non uccise il suo ex amante Schon, quando questi gli fece uno sberleffo mentre erano in fila alla mensa. Si buscò una settimana di cella d’isolamento (e lo stesso toccò a Schon che l’aveva provocato) e poi consulenze psichiatriche e corvée di punizione. Poi lo trasferii al Quarto plotone, così non avrebbe visto Schon tutti i giorni.
La prima volta che s’incontrarono in un corridoio, Graubard salutò Schon con un furioso calcio alla gola. Diana Alsever dovette costruirgli una trachea nuova. Graubard ebbe un’altra dose più intensiva di detenzione, consulenza e corvée — diavolo, non potevo trasferirlo a un’altra compagnia - e poi per due settimane si comportò bene. Modificai gli orari di lavoro e dei pasti di quei due, in modo che non venissero mai a trovarsi nella stessa stanza. Ma s’incontrarono di nuovo in un corridoio, e questa volta il risultato fu più equilibrato: Schon ne uscì con due costole fratturate, ma Graubard con un testicolo scoppiato e quattro denti di meno.
Se continuava così, mi sarei ritrovato con una bocca in meno da sfamare.
A norma del Codice Universale di Giustizia Militare, avrei potuto ordinare l’esecuzione di Graubard, poiché, tecnicamente, eravamo in combattimento. Forse avrei dovuto farlo subito. Ma Charlie propose una soluzione più umanitaria, e io l’accettai.
Non avevamo lo spazio sufficiente per tenere Graubard in isolamento per sempre, e sembrava che quella fosse l’unica cosa, umana ma pratica, da fare. Ma a bordo della Masaryk II, che ci stava sopra la testa in un’orbita stazionaria, avevamo spazio in abbondanza. Chiamai l’Antopol, che accettò di occuparsi di Graubard. L’autorizzai a buttare nello spazio quel bastardo, se le avesse causato qualche guaio.