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Jefferson guardò i due uomini, e disse:

«Buonasera, signori,» e si rivolse al suo ospite. «Buonanotte, Don. È stato un piacere rivederti, e ti prego di ricordarmi ai tuoi genitori.» Strinse la mano di Don, e con fermezza lo condusse verso la porta.

I due uomini si alzarono in piedi. Uno di loro disse:

«Lei ha impiegato molto tempo per arrivare a casa, dottore.»

«Avevo dimenticato l’appuntamento, signori. E ora, addio, Don… non voglio che tu faccia tardi.»

L’ultima frase fu accompagnata da una maggiore pressione sulla mano di Don. Il ragazzo rispose:

«Uh… buonanotte, dottore. E grazie di tutto.»

Si voltò, avviandosi verso la porta, ma l’uomo che aveva parlato si spostò rapidamente, mettendosi tra Don e la porta.

«Un attimo solo, per favore.»

Fu il dottor Jefferson a rispondere, immediatamente:

«Davvero, signori, non c’è alcun motivo di trattenere questo ragazzo. Lasciamolo andare, in modo che ci sia possibile discutere dei nostri affari.»

L’uomo non rispose direttamente, ma chiamò:

«Elkins! King!» Altri due uomini comparvero sulla soglia di un’altra camera dell’appartamento. L’uomo che pareva il capo disse loro, «Portate il ragazzo in camera da letto. Chiudete la porta.»

«Vieni con noi, giovanotto.»

Don, che aveva tenuto la bocca chiusa e aveva cercato di decifrare il senso di quei nuovi, incomprensibili avvenimenti fatti di confusione e disorganizzazione, a questo punto perse la pazienza. Era sempre stato un carattere impulsivo… e testardo. Ormai il fatto che quegli uomini appartenessero al servizio di sicurezza governativo era per lui qualcosa di più di un sospetto, anche se i poliziotti non indossavano l’uniforme… ma la sua educazione non aveva mai sottolineato l’esistenza di una possibilità secondo la quale i cittadini onesti avessero qualcosa da temere dalla legge.

«Aspettate un momento!» protestò. «Io non vado da nessuna parte. Che razza d’idea è questa?»

L’uomo che gli aveva detto di seguirlo si avvicinò, e gli prese il braccio. Don, con uno scrollone, si liberò dal contatto indesiderato. Il capo bloccò ogni ulteriore azione da parte dei suoi uomini, facendo un gesto appena abbozzato.

«Don Harvey…»

«Uh? Sì.»

«Potrei offrirti un certo numero di risposte a questa domanda. Una è questa…» Fece brillare per un momento un distintivo nel palmo della mano. «…ma potrebbe trattarsi di un falso. O, se avessi tempo da perdere, e voglia di perderlo, potrei soddisfare la tua curiosità esibendo un buon numero di pezzi di carta firmati e timbrati di tutto punto, tutti perfetti, legali, autorevoli, e firmati da nomi molto importanti.» Don notò che la voce dell’uomo era gentile, quasi raffinata, e la scelta delle parole indicava una persona di notevole cultura. «Ma si dà il caso che io sia stanco, e abbia fretta, e non voglia prendermi il fastidio di giocare con un ragazzo curioso. Così, cerchiamo di stabilire un punto fermo: noi qui siamo in quattro, e tutti armati. Così… vuoi seguire questi due uomini pacificamente, senza domande, o preferisci essere pestato un poco, e poi trascinato via a forza?»

Don fu sul punto di rispondere per le rime, perché ancora non gli era chiaro che quella non era la scuola, e non si trattava di una delle solite bravate tra studenti. Il dottor Jefferson s’intromise frettolosamente nella conversazione:

«Fa’ come ti chiedono, Donald!»

Don chiuse la bocca, e seguì uno dei due subalterni nel corridoio. L’uomo lo condusse nella camera da letto, e chiuse la porta.

«Siediti,» gli disse, in tono gentile. Don non si mosse. Il suo guardiano si avvicinò, gli appoggiò la mano sul petto, e spinse. Fu una spinta forte. Don si mise a sedere.

L’uomo sfiorò un pulsante, sul pannello di comando del letto, facendo sollevare il letto in posizione di lettura, poi si distese tranquillamente su di esso. Parve scivolare nel sonno, ma ogni volta che Don guardava da quella parte, gli occhi dell’uomo sostenevano il suo sguardo, vigili e freddi. Don tese le orecchie, cercando di sentire quello che stava accadendo nel soggiorno, ma avrebbe potuto risparmiarsi la fatica; la camera, essendo una camera da letto, era completamente antiacustica.

Così Don restò seduto dov’era, indeciso e nervoso, cercando di ricavare una linea sensata dalle cose incredibili che gli erano accadute. Era tutto assurdo, inverosimile. Ricordò, quasi con incredulità, che non erano passati lunghi secoli dal giorno in cui lui e Sonno avevano iniziato la scalata della Fossa del Viaggiatore; sobbalzò, si rese conto che quell’evento aveva avuto luogo soltanto al mattino dello stesso giorno. Si domandò che cosa stesse facendo Sonno in quel momento, e se quel furfantello avido sentisse la sua mancanza.

Probabilmente no, ammise tra sé, malinconicamente.

Lanciò un’occhiata di sbieco al guardiano, domandandosi se, rannicchiandosi bene, portando i piedi sotto il corpo, cercando di fare leva con essi, gli fosse stato possibile…

Il guardiano scosse il capo.

«Non farlo,» ammonì.

«Non devo fare cosa?»

«Non tentare di saltarmi addosso. Potresti costringermi ad agire, e allora potresti farti male… seriamente.» L’uomo, apparentemente, ritornò a dormire.

Don scivolò in uno stato di apatia. Anche se fosse riuscito a sorprendere quel poliziotto, se avesse potuto perfino eliminarlo, metterlo a dormire per qualche tempo, o legarlo… ce n’erano altri tre, là fuori, tra lui e la porta. E se anche fosse riuscito a sfuggire a quei tre? Una città straniera, gigantesca, complessa oltre ogni misura, nella quale loro avevano organizzato tutto, tenevano tutto sotto controllo… dove avrebbe potuto fuggire?

Un giorno, alla fattoria, aveva visto il gatto della stalla che giocava con un topolino. Aveva osservato lo spettacolo per un momento, affascinato, anche se le sue simpatie erano andate tutte al topolino; aveva indugiato provando una dose incontrollabile di ammirazione per il felino, prima di farsi avanti e di liberare la povera bestiola dalla sua infelice posizione. Il gatto non aveva permesso al topo di allontanarsi neppure una volta oltre la portata delle sue zampe vellutate, e aveva proseguito quel gioco, sornione, socchiudendo soddisfatto gli occhi come solo i gatti felici sanno fare. E adesso lui, Donald Harvey, era il topo…

«Su, in piedi!»

Don balzò in piedi, sobbalzando, e faticando a identificare l’ambiente nel quale si trovava, e la situazione.

«Vorrei avere la tua coscienza tranquilla,» disse il guardiano, in tono ammirato. «È veramente un dono di natura essere capaci di dormire in qualsiasi situazione. Vieni; il capo ti vuole.»

Don precedette il suo custode nel soggiorno; là non c’era nessuno, a eccezione del compagno dell’uomo che lo aveva custodito. Don si voltò, e disse:

«Dov’è il dottor Jefferson?»

«Non importa,» replicò il guardiano. «Il tenente detesta aspettare.» Si avviò alla porta.

Don restò dov’era. Il secondo guardiano, con aria molto casuale, lo prese per un braccio; Don sentì un dolore lancinante all’altezza della spalla, e si affrettò ad assecondare i desideri dei poliziotti.

Fuori, nella galleria, c’era un’automobile a guida manuale, assai più grande dai tassi automatici. Il secondo poliziotto s’infilò al posto di guida; l’altro spinse Don nel compartimento passeggeri. Don sedette, e fece per voltarsi… e scoprì di non poterlo fare. Era incapace perfino di alzare le mani. Ogni tentativo di muoversi, di fare qualcosa, qualsiasi cosa che non fosse sedere e respirare, era frustrato da un peso che pareva quello di decine e decine di pesanti coperte.

«Non farti cattivo sangue,» consigliò il poliziotto. «Potresti farti male, cercando di combattere questo campo. E non ti servirebbe a niente.»