Don volle controllare la veridicità delle affermazioni dell’altro. Qualunque fosse la natura di quello strano legame, più egli faceva forza per spezzarlo, più strettamente si sentiva legato. D’altra parte, quando si rilassava e si metteva quieto, non ne avvertiva neppure la presenza.
«Dove mi state portando?» domandò.
«Non lo sai? Alla direzione cittadina dell’I.B.I., naturalmente.»
«Perché? Io non ho fatto niente!»
«In questo caso, non dovrai restarci per molto.»
L’automobile si fermò all’interno di un grande salone nel quale erano parcheggiati molti veicoli; i tre scesero e camminarono fino a una porta, di fronte alla quale si fermarono; Don ebbe la netta sensazione di essere esaminato. Dopo un breve intervallo, la porta si aprì; ed essi entrarono.
Il luogo sprigionava un inconfondibile odore di burocrazia. Percorsero un lunghissimo corridoio, nel quale si aprivano lunghe, interminabili teorie di uffici pieni d’impiegati, di scrivanie, di transdittafoni, e di elaboratori di schede che ronzavano vigorosamente. Un ascensore li portò a un altro livello; uscirono, percorrendo un altro dedalo di corridoi asettici, lucidi e impersonali, e si fermarono davanti alla porta di un ufficio.
«Dentro,» disse il primo poliziotto. Don entrò; la porta scorrevole si chiuse alle sue spalle, lasciando fuori i due guardiani.
«Siediti, Don.» Era il capo del gruppo dei quattro uomini, ora nell’uniforme di ufficiale della sicurezza, seduto dietro una scrivania a ferro di cavallo.
Don disse:
«Dov’è il dottor Jefferson? Cosa gli avete fatto?»
«Siediti, ho detto.» Don non si mosse; il tenente proseguì, «Perché vuoi procurarti dei guai? Sai dove ti trovi; sai che potrei costringerti a fare quel che desidero, in qualsiasi maniera mi possa convenire… e alcune di queste maniere sono sufficientemente spiacevoli. Vorresti metterti a sedere, per favore, risparmiando fastidi a entrambi?»
Don si mise a sedere, e immediatamente disse:
«Voglio vedere un avvocato.»
Il tenente scosse il capo con estrema lentezza, e il suo aspetto era quello di un professore stanco e gentile.
«Ragazzo mio, tu hai letto troppi romanzi romantici. Ora, se avessi invece studiato la dinamica della storia, ti renderesti conto che la logica del legalitarismo si alterna con la logica della forza, in un disegno che dipende dalle caratteristiche della civiltà. Ogni civiltà evoca la propria logica fondamentale. Mi segui?»
Don esitò: e l’altro proseguì:
«Non importa. Il fatto è che la tua richiesta di un avvocato giunge con circa duecento anni di ritardo per avere qualche significato. I verbalismi rimangono distanziati dai fatti. Malgrado ciò, tu avrai un avvocato… o un lecca-lecca, quello tra i due che preferisci… non appena avrò terminato d’interrogarti. Se fossi in te, sceglierei il lecca-lecca. È più nutriente.»
«Non dirò una sola parola, senza un avvocato,» rispose Don, con fermezza.
«No? Come mi dispiace. Don, nel preparare il programma del nostro colloquio, ho riservato undici minuti per le idiozie. Ormai ne hai già consumati quattro… no; cinque. Quando gli undici minuti saranno passati, e tu comincerai a sputare i denti, uno per uno, ricordati che non lo farò con malizia; non ho alcun motivo di astio nei tuoi confronti. Ora, a proposito della faccenda che hai detto prima… il fatto che tu possa o non possa parlare; ci sono diversi metodi per fare parlare un uomo, e ciascun metodo ha i suoi appassionati, che sono pronti a giurare sulla sua validità. Le droghe, per esempio… ossido di nitro, scopolamina, pentothal di sodio, per non menzionare alcune delle più recenti, più sottili, e relativamente atossiche, che sono state realizzate. Perfino gli etilici sono stati usati, con grande successo, da funzionali del servizio segreto. Io non amo le droghe, colpiscono direttamente l’intelletto, e ingombrano un interrogatorio di una quantità di dati che non m’interessano, né mi sono utili. Ti sorprenderebbe sapere quanto pattume si può accumulare nel cervello di un uomo, Don, se tu fossi costretto ad ascoltarlo… come vi sono costretto io.
«E poi c’è l’ipnosi, con le sue molte varianti. C’è anche la stimolazione artificiale di un bisogno insopprimibile, come nel caso di un’assuefazione alla morfina. Finalmente, c’è la forza più antiquata… il dolore. Be’, io conosco un artista… credo che in questo momento si trovi nell’edificio… che può interrogare con successo anche il caso più recalcitrante, nel tempo minimo e servendosi solo delle mani nude. Poi, naturalmente, in questa categoria, c’è l’antichissima variazione, nella quale la forza, o il dolore, non vengono applicati alla persona interrogata ma a una seconda persona che la prima non può vedere soffrire, come una moglie, un figlio, o una figlia. Fra parentesi, questo metodo parrebbe difficile da usare su di te, poiché i tuoi unici parenti non si trovano su questo pianeta.» L’ufficiale della sicurezza lanciò un’occhiata all’orologio, e aggiunse, «Solo trenta secondi d’idiozie ancora a disposizione, Don. Vogliamo cominciare?»
«Uh? Aspetti un momento! È stato lei a consumare tutto il tempo; io non ho detto neanche una parola.»
«Non ho tempo per essere equo. Spiacente. Comunque,» proseguì, «L’apparente obiezione all’ultimo metodo non si applica nel tuo caso. Durante il breve periodo nel quale sei rimasto incosciente, nell’appartamento del dottor Jefferson, siamo riusciti a determinare l’esistenza di una… persona… che si adatta alle nostre esigenze. Tu parlerai subito, per non vedere soffrire questa… persona.»
«Uh?»
«Un cavallino chiamato ‘Sonno’.»
L’insinuazione lo prese alla sprovvista; Don non aveva capito, fino a quel momento, quale fosse l’obiettivo dell’accurata costruzione verbale del poliziotto. Il giovane rimase paralizzato, stordito. L’uomo si affrettò a proseguire:
«Se proprio insisti, possiamo aggiornare il nostro incontro per due o tre ore, e così farò portare qui il tuo cavallo con un trasporto speciale. Potrebbe trattarsi di un esperimento interessante, poiché non credo che il metodo sia mai stato usato prima d’oggi con un cavallo. È noto che il loro udito è piuttosto sensibile. D’altra parte, mi sento costretto a dirti che, se ci prenderemo il disturbo di farlo venire qui a bordo di un razzo, certamente non ci sobbarcheremo la spesa e la fatica di rimandarlo alla sua fattoria, ma lo manderemo direttamente nei mattatoi, dove verrà ucciso. I cavalli sono un anacronismo notevole a Nuova Chicago, non trovi?»
La testa di Don stava girando troppo vorticosamente per riuscire a formare qualche pensiero preciso, o perfino per seguire tutte le orribili implicazioni di quel discorso, o comunque per dare una risposta. Finalmente, riuscì a esclamare, raucamente:
«Non può fare questo! Non è possibile!»
«Il tempo è scaduto, Don.» Il poliziotto lo fissò con aria gentile, somigliando sempre di più a un tranquillo professore di scuola. «Come vedi, ci sono numerose risposte alla tua prima domanda. La psicologia umana è bizzarra; esiste sempre un oggetto affettivo, o una compensazione di un soggetto affettivo. Ciascuno di noi deve sentirsi legato a qualcuno, o a qualcosa… si tratti di una persona, di un luogo, di una casa, o di un animale. Saresti sorpreso nello scoprire quali strane direzioni può assumere questo desiderio di legarsi emotivamente, soprattutto nei giovani. Be’, non c’è altro da dire, mi sembra.»
Don fece un profondo sospiro, e si arrese.
«Continui,» disse, cupamente. «Faccia pure le sue domande.»
Il tenente prese dalla scrivania una bobina microfilmata, la inserì in un proiettore, il cui schermo si trovava di fronte al poliziotto, invisibile a Don.
«Dimmi il tuo nome, per favore.»
«Donald James Harvey.»
«E il tuo nome venusiano?»
Don emise una breve serie di sibili.
«Nebbia sulle Acque.»
«Dove sei nato?»