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«A bordo della Verso l’Infinito, in traiettoria tra la Luna e Ganimede.» Le domande proseguirono, una fiumana apparentemente inarrestabile. L’inquisitore apparentemente possedeva già tutte le risposte, proiettate sullo schermo di fronte a lui; un paio di volte, fece approfondire o correggere a Don qualche punto trascurabile. Dopo avere passato in rassegna l’intera vita passata del ragazzo, egli chiese a Don di fornirgli un resoconto particolareggiato degli eventi che erano iniziati nel momento in cui aveva ricevuto il messaggio dei suoi genitori, con l’ordine di salire a bordo della Valchiria, con direzione Marte.

L’unica cosa che Don tralasciò fu quanto il dottor Jefferson aveva detto a proposito del pacco. Aspettò nervosamente, pensando di ricevere da un momento all’altra qualche secca domanda sull’argomento. Ma se l’ufficiale della sicurezza era al corrente dell’esistenza del pacco, egli non tradì in alcun modo questa sua conoscenza.

«Il dottor Jefferson pareva convinto che quel cosiddetto agente della sicurezza lo stesse seguendo? O stesse seguendo te?»

«Non lo so. Non credo che il dottore lo sapesse.»

«’Il perverso fugge quando nessuno lo insegue’,» citò il tenente. «Dimmi esattamente cosa hai fatto, dopo avere lasciato il Retrobottega.»

«Quell’uomo mi stava davvero seguendo?» domandò Don. «Ma santo cielo, io non avevo mai visto quel drago prima di quel momento; io stavo solo passando il tempo, visto che dovevo attendere, cercando di essere cortese.»

«Sono certo che queste fossero le tue intenzioni. Ma sono io a fare le domande. Procedi.»

«Be’, abbiamo cambiato due volte tassi… o forse tre volte. Non so dove siamo andati; non conosco la città, e a un certo punto sono rimasto completamente confuso; non avrei saputo distinguere una galleria dall’altra. Ma alla fine siamo ritornati nella galleria dove si trova l’appartamento del dottor Jefferson.» Omise di menzionare la chiamata fatta all’Hilton; anche questa volta, se l’inquisitore era al corrente dell’omissione, non ne diede alcun segno.

Il tenente disse:

«Be’, questo apparentemente ci porta al momento attuale.» Spense il proiettore, e si appoggiò allo schienale della sedia, guardando nel nulla per qualche minuto. «Figliolo, non c’è alcun dubbio, nella mia mente, se non per il fatto che tu sia potenzialmente sleale.»

«Perché dice questo?»

«Lascia perdere le formule di cortesia. Non c’è nulla, nella tua educazione e nell’ambiente nel quale sei nato e vissuto, che ti possa rendere fondamentalmente leale alla Terra. Ma non c’è da preoccuparsi troppo di questo; una persona nella mia posizione deve essere pratica. Tu intendi partire per Marte, domattina?»

«Ci può scommettere!»

«Bene. Non vedo come tu possa essere rimasto coinvolto in troppi intrighi, alla tua età, soprattutto essendo isolato in quella scuola-fattoria. Quel tipo di istruzione prepara per la vita sugli altri pianeti, in una civiltà in espansione… ma tende anche a isolare la personalità, rallentandone un poco l’evoluzione in altri campi. Dipende dal tipo di società; la nostra è una società in parte pionieristica, e per avere dei buoni pionieri, i giovani devono conoscere molte cose che non lasciano tempo per altre cose. Perciò, questo ti esclude da qualche intrigo più complesso. Ma non appena sei arrivato in città, sei capitato in cattiva compagnia. Non perdere quell’astronave; se domattina sarai ancora qui, sarò costretto a rivedere le mie opinioni.»

Il tenente si alzò, imitato da Don.

«Certo che prenderò quell’astronave!» ammise Don, di cuore, e poi si interruppe. «A meno che…»

«A meno che cosa?» domandò seccamente il tenente.

«Be’, hanno trattenuto il mio biglietto, in attesa di un permesso dalla sicurezza,» disse Don, balbettando quasi.

«L’hanno trattenuto, eh? Una faccenda di normale prassi; me ne occuperò io, non preoccuparti. Ora puoi andare. Cielo aperto!»

Don non diede la risposta convenzionale. L’uomo disse:

«Non fare lo stupido, e non essere risentito con me. Sarebbe stato più semplice pestarti a sangue, e poi interrogarti, senza disturbarsi con tutte queste cortesie. Ma io non l’ho fatto; vedi, anch’io ho un figlio che ha circa la tua età. E non ho mai avuto l’intenzione di fare del male al tuo cavallo… anch’io adoro i cavalli. Sono nato in campagna, vedi. Nessun rancore?»

«Uh, penso di no.»

Il tenente gli tese la mano; Don l’accettò… scoprì di trovare perfino simpatico quell’uomo. Decise di arrischiare un’ultima domanda:

«Posso salutare il dottor Jefferson?»

L’espressione del tenente cambiò.

«Ho paura di no.»

«Perché? Lo farei sotto la sua sorveglianza, no?»

L’ufficiale esitò.

«Non c’è motivo per cui non debba dirtelo. Il dottor Jefferson era un uomo molto malato. Ha subito una grande emozione, si è scaldato troppo, ha avuto un attacco ed è morto per collasso cardiaco, poche ore fa.»

Don non riuscì a trovare una risposta appropriata, e si limitò a spalancare occhi e bocca, attonito.

«Fatti coraggio!» disse il tenente, seccamente. «Prima o poi, succede a tutti.» Premette un pulsante sulla scrivania; un poliziotto entrò, e gli fu detto di accompagnare fuori Don. Il giovane fu condotto per un’altra strada, diversa da quella che aveva fatto all’inizio, ma era troppo stordito per accorgersene; la visione di lunghissimi, complessi corridoi lucidi e scintillanti era intorno a lui, come una grande ragnatela di metallo e di vetro che lo avviluppava. Il dottor Jefferson… morto? Gli sembrava impossibile. Un uomo così pieno di vita, così evidentemente innamorato della vita… Fu lasciato in una grande galleria pubblica, e stava ancora riflettendo sulla rivelazione.

Improvvisamente, ricordò una frase che aveva udito a scuola, dal professore di biologia:

«In ultima analisi, tutti i tipi di morte possono venire classificati come collasso cardiaco… il cuore si ferma e tu sei morto, qualunque ne sia stata la causa.»

Don sollevò la mano destra, e la fissò, come se fosse stata estranea al suo corpo. Avrebbe cercato di lavarsela il più in fretta possibile.

CAPITOLO IV

«IL CAMMINO DELLA GLORIA»

Aveva ancora molte cose da fare; non poteva restarsene là per tutta la notte, in una galleria di una città straniera. Prima di tutto, supponeva che avrebbe fatto meglio ad andare alla stazione a prendere i suoi bagagli. Si cercò in tasca lo scontrino, chiedendosi come avrebbe fatto ad arrivarci; non aveva denaro contante con cui pagare un tassi automatico.

Non riuscì a trovare lo scontrino del deposito bagagli. Dopo qualche tempo, vuotò completamente le tasche. Non mancava nulla; c’era la sua lettera di credito; c’era la sua carta d’identità, c’erano i messaggi dei suoi genitori, c’era una foto bidimensionale di Sonno, c’era il suo certificato di nascita, e c’erano tutti gli altri oggetti che aveva portato con sé… ma dello scontrino non trovò nessuna traccia. E ricordava benissimo di averlo messo in tasca.

Pensò di ritornare nell’edificio dell’I.B.I.; adesso era certissimo che gli doveva essere stato tolto nel momento in cui si era addormentato. Proprio strano, il modo in cui si era addormentato così, di colpo, in un momento del genere. Lo avevano drogato? Decise di non tornare indietro. Non solo lui non conosceva il nome dell’ufficiale che lo aveva interrogato, né alcuna maniera precisa per identificarlo, ma, cosa ben più importante, lui non sarebbe ritornato in quel labirinto per tutti i bagagli contenuti nel deposito della Stazione Gary. Meglio lasciar perdere, meglio lasciar perdere… prima del decollo, avrebbe potuto procurarsi dei calzini e degli slip di ricambio come e quando avesse voluto!

Decise, invece, di andare subito all’Hilton. Per prima cosa, doveva scoprire dove si trovava; camminò lentamente lungo la strada sotterranea, cercando qualcuno che non sembrasse troppo indaffarato o troppo importante, per chiedergli delle informazioni. Trovò la persona desiderata… un venditore di biglietti della lotteria, alla più vicina intersezione di due gallerie.