Il venditore lo squadrò ben bene.
«Ehi, fratello, lei non vorrà andare certamente in un posto simile. Io posso procurarle qualcosa di buono davvero… un ragazzo in gamba come lei avrà bisogno di divertirsi, nelle notti di Nuova Chicago, no?» E gli strizzò l’occhio.
Don annunciò che lui sapeva benissimo quel che voleva. L’uomo si strinse nelle spalle.
«Va bene, come non detto, amico. Vada diritto, fino a una piazza che ha al centro una fontana elettrica, poi prenda il marciapiede sud. Chieda a chiunque dove dovrà scendere. In quale mese è nato?»
«In luglio.»
«Luglio! Amico, lei è fortunato… mi è rimasto solo un biglietto con la combinazione del suo oroscopo. Eccolo qui.» Don non aveva la minima intenzione di comprare il biglietto, e avrebbe voluto dire all’ambulante che lui considerava gli oroscopi stupidi come un paio d’occhiali messi a una mucca… ma si accorse di avere comprato il biglietto con l’ultima moneta che gli era rimasta in tasca. Infilò in tasca il biglietto, sentendosi spaventosamente stupido. Il venditore disse, «Dritto lungo il marciapiede, per circa mezzo miglio. E prima di entrare, cerchi di togliersi quell’aria di provincia. Non è igienico essere troppo forestieri a Nuova Chicago.»
Don trovò il marciapiede mobile senza difficoltà, e scoprì che si trattava di uno scorrevole rapido, con pagamento alla salita. Essendo la macchina disinteressata in lotto e lotterie, Don camminò lungo il marciapiede fisso parallelo alla strada mobile, dirigendosi verso l’albergo. Non ebbe alcuna difficoltà a trovarlo; l’entrata illuminata vividamente occupava almeno cento metri della galleria.
Nessuno gli venne incontro per aiutarlo, quando entrò. Si presentò al banco di accettazione, e chiese una camera. L’impiegato lo squadrò con aria dubbiosa:
«Qualcuno ha già preso in consegna il suo bagaglio, signore?»
Don spiegò di non averlo con sé.
«Bene… sono ventidue e cinquanta, anticipati. Firmi qui, per favore.»
Don firmò, e premette il pollice sul tampone, poi estrasse la lettera di credito di suo padre:
«Posso cambiare questa lettera in contanti?»
«Per quale importo?» L’impiegato prese la lettera, e poi disse, «Certamente, signore; mi può dare un momento la sua carta d’identità, grazie?» Don gli passò il documento. L’impiegato lo prese, prese la nuova impronta del pollice, e sottopose entrambe a una macchina esaminatrice. La macchina, con un cordiale bip-bip, annunciò il suo consenso; l’impiegato restituì a Don la carta d’identità. «Lei è proprio lei, d’accordo.» Contò accuratamente il denaro, sottraendo il prezzo della camera. «Il suo bagaglio arriverà più tardi, signore?» I suoi modi indicavano che la condizione sociale di Don era salita enormemente, negli ultimi secondi.
«Uh, no, ma dovrebbe arrivare posta; per lo meno, la stavo aspettando.» Don spiegò che sarebbe partito il mattino dopo, a bordo del Cammino della Gloria.
«Lo chiedo subito al nostro ufficio postale.»
La risposta fu negativa; Don mostrò il suo disappunto. L’impiegato disse:
«Trasmetto il suo nome al nostro ufficio postale; l’addetto lo metterà in evidenza. Se arriverà qualcosa prima del momento del decollo, lo riceverà certamente… anche se dovessimo mandare un fattorino fino al campo.»
«Mille grazie!»
«Neanche a parlarne. Inserviente!» Don si lasciò guidare dall’impeccabile inserviente, e si rese conto di essere completamente sfinito. Il grande orologio del foyer gli diceva che era già domani, che lo era già da ore… in realtà, lui pagava sette e cinquanta all’ora, all’incirca, per avere il privilegio di un letto, ma da come si sentiva avrebbe pagato il triplo di quella cifra, pur di potersi infilare in un buco da topi.
Non andò immediatamente a letto, comunque. L’Hilton Caravanserraglio era un hotel di lusso; anche le camere «economiche» possedevano gli elementi minimi della vita civile. Regolò il bagno per un ciclo di acqua calda e fredda, partendo dal caldo; si spogliò, e dopo qualche tempo galleggiò nell’acqua fumante, che gli scorreva intorno, facendosi lentamente più tiepida. L’acqua gli diede un caldo senso di benessere; dopo un poco, Don cambiò le proporzioni, e l’acqua immobile lo abbracciò dolcemente, tiepida e carezzevole.
Trasalendo, uscì da quel torpore, e si alzò. Si era quasi addormentato nella vasca. Dieci minuti dopo, perfettamente asciugato da soffici getti d’aria calda, dopo essersi sottoposto a un altro getto di talco, e al massaggio elettronico che gli aveva riattivato la circolazione, facendogli formicolare piacevolmente tutto il corpo, Don ritornò nella camera da letto, sentendosi meravigliosamente riposato. La scuola-fattoria era stata deliberatamente monastica, letti di stile antico e semplici docce; quel bagno valeva da solo il prezzo della camera.
La lampada sull’apertura del condotto interno di recapito s’illuminò, brillando di luce verde; Don l’aprì, e trovò tre cose. La prima era un pacco voluminoso, racchiuso da un contenitore plastico e con la scritta: «PICCOLO NECESSAIRE DELL’HILTON CARAVANSERRAGLIO»; conteneva un pettine e uno spazzolino da denti, una pillola di sonnifero, una polvere contro l’emicrania, un film storico per il proiettore inserito nel soffitto della camera, una copia del Notiziario di Nuova Chicago, e il menu della colazione. Il secondo oggetto era una cartolina del suo compagno di camera alla scuola-fattoria; la terza cosa era un pacchetto, un normale involucro postale. La cartolina diceva: Caro Don, è arrivato un pacchetto per te nel pomerìggio… ho convinto il Direttore a lasciarmelo portare alla partenza dell’espresso della sera. Squinty ha ottenuto Sonno, e se lo sta accarezzando, felice come una Pasqua. Adesso chiudo; devo consegnare il pacco. Buona fortuna e cari saluti… Jack.
Buon, vecchio Jack, pensò Don, e sollevò il cilindro postale. Guardò l’indirizzo del mittente, e si rese conto, con un brivido improvviso, che quello doveva essere il pacco del quale il dottor Jefferson si era tanto preoccupato, il pacco che a quanto pareva era stato la causa indiretta della sua morte. Lo fissò, stordito, domandandosi se realmente era possibile, in quella civiltà e in quell’epoca, che un cittadino venisse trascinato via dalla propria casa, e poi maltrattato così crudelmente da farlo morire.
Ma l’uomo con il quale aveva cenato poche ore fa era davvero morto? Oppure l’agente della sicurezza gli aveva mentito, per qualche motivo che Don non poteva verosimilmente conoscere?
Una parte di quanto aveva detto era certamente vera; lui stesso aveva visto i poliziotti in attesa nella casa, per arrestare il dottore… in fondo, anche lui era stato arrestato, e minacciato, e interrogato, e il suo bagaglio gli era stato virtualmente rubato… per niente, perché lui non aveva fatto niente di niente! Lui non aveva mosso un dito, non aveva battuto ciglio, non si era mai sognato neppure di fare qualcosa… aveva semplicemente pensato ai propri affari, perfettamente legali e perfettamente onesti!
Bruscamente, scoprì di tremare, scosso da un’ondata di collera violenta. Si era lasciato spingere di qua e di là, contro la propria volontà, come un burattino senza volontà; fece il voto solenne di non permettere che questo accadesse un’altra volta. Ora si accorgeva che avrebbe potuto impuntarsi in almeno una dozzina di punti. Se avesse combattuto fin dall’inizio, come avrebbe potuto fare, forse in ultima analisi il dottor Jefferson sarebbe stato ancora vivo… se era davvero morto, si affrettò a correggersi.