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Ma si era lasciato dominare dalla situazione apparentemente sfavorevole. Si ripromise di non lasciarsi più condizionare dalle apparenze, per quanto sfavorevoli esse fossero, né dalle probabilità avverse, ma di tenere sempre e comunque in mente il risultato finale, e i fatti concreti.

Controllò il tremito del suo corpo, e aprì il pacchetto.

Un attimo dopo, si sentì completamente sconcertato. Il cilindro non conteneva nulla, all’infuori di un anello da uomo, un oggettino di plastica a buon mercato, uguale a quelli che si trovavano in qualsiasi bancarella di souvenir. Una grossa «H» maiuscola racchiusa in un circolo era stata premuta sulla decorazione dell’anello, e le scanalature erano state colmate di smalto bianco. Era vistoso, ma comunissimo, privo di valore… poteva colpire soltanto una persona di gusti infantili, o di gusti volgari.

Don lo rigirò tra le dita, poi lo mise in disparte, ed esaminò l’involucro. Non c’era altro, nemmeno un messaggio, si trattava solo di carta bianca usata per imballare l’anello. Don rifletté sull’intera, singolare disposizione degli eventi.

L’anello, evidentemente, non era la causa di tutta quell’eccitazione. Gli sembrava che le possibilità fossero soltanto due: primo, che il servizio di sicurezza avesse cambiato il pacco… se era accaduto questo, ormai lui non poteva farci più nulla… e. secondo, se l’anello non era importante, ma si trattava del pacco giusto, allora il resto del contenuto del pacco doveva essere importante, anche se apparentemente non era altro che carta da imballaggio.

L’idea di essere il portatore di un messaggio scritto con inchiostro invisibile lo eccitò, e cominciò a studiare il modo per portare alla luce il messaggio. Con il calore? Con dei reagenti chimici? Con delle radiazioni? Nel rendersi conto di queste possibilità, Don capì anche, con un certo rammarico, che se un messaggio simile fosse davvero esistito, non era certo quello il luogo o il momento per portarlo alla luce, o comunque cercare di decifrarlo. Il suo compito sarebbe stato semplicemente quello di recapitarlo a suo padre.

Decise, inoltre, che era assai più probabile che si trattasse di un finto pacco, di un sostituto innocuo mandatogli dalla polizia. Gli era impossibile stabilire cosa avessero potuto strappare al dottor Jefferson; dal colloquio con il tenente, Don aveva capito che quella gente conosceva il proprio lavoro, e per quanto fossero discutibili i mezzi che usavano, sapevano servirsene senza scrupoli e con estrema efficacia.

Già. Questo gli ricordava che esisteva ancora una cosa che lui poteva fare per controllare la veridicità delle affermazioni della sicurezza… anche se il tentativo sembrava talmente stupido e scontato da scartarlo. E probabilmente era proprio stupido e inutile come lui pensava. Si avvicinò al visifono, e chiese di essere messo in comunicazione con la residenza del dottor Jefferson. Vero, il dottore gli aveva detto di non chiamarlo… ma le circostanze erano cambiate.

Dovette aspettare qualche minuto, poi lo schermo si illuminò… e Don scoprì di stare guardando il viso del tenente della sicurezza che lo aveva interrogato. L’ufficiale di polizia spalancò gli occhi a sua volta.

«Oh, santa pazienza!» esclamò, con voce stanca. «Così tu non mi hai creduto? Torna subito a letto; dovrai alzarti tra meno di un’ora.»

Don tolse la comunicazione senza pronunciare una sola parola.

Così i casi erano due: o il dottor Jefferson era davvero morto, o si trovava ancora nelle mani della polizia. Benissimo; avrebbe accettato la possibilità che la carta venisse realmente dal dottore… e avrebbe consegnato quella carta, malgrado tutti i trucchi viscidi della polizia che tutta Nuova Chicago avrebbe potuto disporre sulla sua strada! L’espediente che Jefferson aveva apparentemente usato per mimetizzare l’importanza e lo scopo della carta lo conduceva a riflettere sul passo successivo… e cioè, come avrebbe potuto nascondere, lui, l’importanza della carta. Rifletté per qualche minuto, e finalmente raggiunse una conclusione. Estrasse di tasca una penna, spianò il foglio gualcito, e iniziò una lettera. La carta era molto simile a carta da lettere… per lo meno, quel tanto che rendeva plausibile la simulazione… sì, lui aveva scritto, a volte, su carta ben peggiore. Cominciò a scrivere, «Carissimi mamma e papà, ho ricevuto il vostro radiogramma stamattina, e sono stato così emozionato!» Continuò, limitandosi a coprire dello spazio vuoto usando una scrittura larga, e finì, quasi alla fine del foglio, menzionando l’intenzione di aggiornare la lettera, e di farla trasmettere non appena astronave sarebbe stata entro il raggio delle comunicazioni radio di Marte, per preannunciare il suo arrivo. Poi piegò il foglio, lo infilò nel portafoglio, e infilò il tutto in una tasca.

Quando finì, lanciò un’occhiata all’orologio. Santo cielo! Avrebbe dovuto alzarsi tra un’ora; non valeva quasi la pena mettersi a letto. Ma gli occhi erano pesanti, gli si chiudevano mentre pensava a questo; vide che la sveglia automatica del letto aveva un quadrante regolabile da «Gentile Bisbiglio» a «Terremoto»; girò la manopola fino all’estremità, e s’infilò tra le coperte.

Lo stavano sbattendo qua e là, una luce accecante gli lampeggiava negli occhi, e una sirena ululava lacerante lungo tutta la scala acustica. Don, gradualmente, si accorse che stava scendendo malvolentieri, faticosamente, dal letto. Blandito da questa obbedienza, il letto smise lo spaventoso trambusto.

Decise di non fare colazione in camera, temendo di riaddormentarsi, e incespicando, con gli occhi semichiusi e gonfi di sonno, s’infilò i vestiti e andò a cercar il bar dell’albergo. Quattro tazze di caffè e un pasto abbondante più tardi, salutato dal personale e armato di spiccioli per il tassi automatico, egli si diresse verso la Stazione Gary. All’ufficio prenotazioni della Interplanet Lines domandò il suo biglietto. Un impiegato diverso da quello del giorno prima si affannò a cercarlo, e poi disse:

«Non lo trovo. Non è con i permessi della sicurezza.»

Questa, pensò Don, è l’ultima goccia.

«Cerchi ancora. Deve esserci!»

«Ma non… un momento!» L’impiegato prese un biglietto bianco. «Donald James Harvey? Lei dovrà ritirare il suo biglietto nella stanza 4012, all’ammezzato.»

«Perché?»

«Non lo chieda a me; io sono un semplice impiegato. Le ho detto quel che è scritto qui.»

Perplesso e completamente disgustato, Don cercò la stanza in oggetto. La porta era spoglia, a eccezione di una targhetta «ENTRATE»; egli eseguì… e si trovò di nuovo davanti al tenente della sicurezza della notte prima.

L’ufficiale sollevò lo sguardo dalla scrivania ingombra di carte.

«Che ne diresti di toglierti dal viso quell’espressione astiosa, Don?» fece, seccamente. «Neanch’io ho dormito molto, sai?»

«Che cosa vuole da me?»

«Togliti i vestiti.»

«Perché?»

«Perché adesso dobbiamo perquisirti. Non avrai pensato davvero che io ti lasciassi decollare senza perquisirti, no?»

Don puntò i piedi.

«Ne ho abbastanza di tutte queste imposizioni,» disse, lentamente. «Se vuole che mi tolga i vestiti, dovrà prenderseli da solo.»

Il poliziotto aggrottò la fronte.

«Potrei darti un paio di risposte convincenti, ma si dà il caso che abbia esaurito le mie riserve di pazienza. Kelly! Arteem! Spogliatelo.»

Tre minuti dopo, Don aveva un occhio chiuso che cominciava a pulsare sordamente, e si stava massaggiando un braccio ammaccato. Decise che, dopotutto, non era rotto. Il tenente e i suoi assistenti erano scomparsi in una stanza attigua, con i suoi vestiti e la sua borsa. Gli venne in mente che la porta esterna non pareva chiusa, ma lasciò perdere subito l’idea; mettersi a fuggire attraverso la Stazione Gary, con l’unico indumento che gli aveva dato sua madre il giorno della nascita, non pareva un’idea molto sensata.