Malgrado l’inevitabile sconfitta, aveva il morale più alto di quando non lo avesse avuto nelle ultime dodici ore.
Il tenente ritornò dopo qualche minuto, e spinse i vestiti verso di lui.
«Eccoli qua. Ed ecco il tuo biglietto. Probabilmente vorrai indossare qualcosa di pulito; i tuoi bagagli sono dietro la scrivania.»
Don accettò il tutto in silenzio, e ignorò il suggerimento di cambiarsi per risparmiare tempo. Mentre si stava vestendo, sentì che il tenente domandava:
«Dove hai preso quell’anello?»
«Mi è stato spedito dalla scuola.»
«Fammelo vedere.»
Don lo sfilò dal dito, e lo lanciò al tenente.
«Se lo tenga, ladro!»
Il tenente lo prese al volo e disse, in tono blando:
«Vedi, Don, non si tratta di un fatto personale. Devi credermi.» Osservò accuratamente l’anello, e poi disse. «Prendilo!» Don lo prese al volo e lo infilò al dito, raccolse i bagagli, e si avviò alla porta. «Cielo aperto,» disse il tenente.
Don lo ignorò.
«’Cielo aperto’, ho detto.»
Don si voltò di nuovo, guardò il tenente negli occhi, e disse:
«Un giorno spero di poterla incontrare… socialmente.» E uscì dalla porta. Avevano trovato la carta, dopotutto; quando si era infilato di nuovo gli abiti e aveva assicurato la borsa alla cintura, si era subito accorto della sua mancanza.
Questa volta Don usò la precauzione di farsi fare un’iniezione antivomito prima del decollo. Dopo avere fatto la fila di fronte al pronto soccorso, gli rimase appena il tempo di passare il peso, prima del segnale di avviso. Quando stava per salire sull’ascensore, vide quella che gli parve una figura familiare, mastodontica sul montacarichi vicino all’ascensore… «Sir Isaac Newton». Almeno, pareva la stessa creatura che aveva fuggevolmente conosciuto il giorno prima, benché Don dovesse ammettere che la differenza di aspetto tra un drago e un altro a volte era troppo sottile per l’occhio umano.
Si trattenne dal sibilare un saluto; gli eventi delle ultime ore lo avevano un po’ smaliziato, e reso più prudente. Rifletté su quegli avvenimenti, quando l’ascensore cominciò a salire lungo la lucida fiancata dell’astronave. Incredibile ma vero, erano passate soltanto ventiquattro ore, anzi, ancor meno, da quando aveva ricevuto il messaggio radio. Gli pareva che fosse passato un mese, e lui, personalmente, si sentiva invecchiato di dieci anni.
Amaramente, pensò che in fondo si erano dimostrati più furbi di lui. Il messaggio nascosto in quel pezzo di carta, qualunque fosse stato, adesso se ne era andato per sempre. Per il bene o per il male, era inutile pensarci più.
La Cuccetta 64, a bordo del Cammino della Gloria, si trovava sul terzo ponte, e faceva parte di un gruppo di sei; il compartimento era quasi vuoto, e sul ponte c’erano i segni nei punti dai quali altre cuccette erano state staccate. Don trovò il suo posto, e legò i bagagli all’apposito scomparto, ai suoi piedi. Mentre stava facendo questo, udì una flemmatica voce britannica alle sue spalle; si voltò, e sibilò un saluto.
«Sir Isaac Newton» veniva cautamente introdotto nel compartimento dalla stiva, che era situata al livello inferiore; per aiutare il venusiano c’erano sei robusti facchini dell’astroporto. Il drago rispose con un cortese sibilo di saluto, continuando a dirigere la difficile opera dei sei uomini per mezzo del voder.
«Piano, amici, piano e tutto sarà facile! Ora, se due, tra voi, vorranno essere così cortesi da posare il piede della mia gamba mediana sinistra sulla scaletta, non dimenticando che io non posso vederlo… Per Giove! Attenti alle dita. Ecco; ora penso di potercela fare da solo. C’è niente che si possa rompere, sulla strada della mia coda?»
Il capo facchino rispose:
«Tutto sgombro, capo. Via gli ormeggi!»
«Se il senso delle sue parole è quello che mi sembra di capire,» rispose il venusiano, «Allora, sulla sua parola… via!» Si udì un rumore di metallo sottoposto a tensioni intollerabili, si udì il tintinnio di vetro che si rompeva, e il gigantesco sauriano si mosse, uscendo dal supporto sul quale era stato sistemato. Una volta entrato nel compartimento, si guardò intorno, con cautela, e si sistemò nello spazio lasciato vuoto per lui. I facchini dell’astroporto lo seguirono, e lo assicurarono al ponte servendosi di cinture metalliche. Il drago girò un occhio in direzione del capo facchino.
«Mi pare che sia lei il capitano di questo gruppo?»
«Sono il caposquadra.»
I sottili tentacoli del venusiano lasciarono i tasti del voder, frugarono in una borsa appesa accanto al congegno, e ne estrassero un fascio di banconote. Il drago posò il denaro sul ponte, e ritornò a manipolare il voder.
«Allora, signore, vuol farmi l’onore di accettare questa testimonianza della mia gratitudine per un arduo servizio bene eseguito, e distribuirla tra i suoi assistenti equamente e in perfetto accordo con le vostre usanze, quali che possano essere?»
L’uomo raccolse il denaro, e se lo infilò nella borsa.
«Sicuro, capo. Grazie.»
«L’onore è mio.» I facchini se ne andarono, e il drago rivolse la sua attenzione a Don, ma, prima che i due potessero scambiarsi una sola parola, l’ultimo contingente di carico umano del compartimento discese dal ponte superiore. Si trattava di una famiglia; durante il tragitto, la madre gettò un’occhiata all’interno, e urlò.
Risalì come un fulmine per la scaletta, provocando un ingorgo del traffico nel quale furono coinvolti i suoi discendenti e il suo sposo. Il drago piegò due occhi nella direzione della donna, agitando gli altri nella direzione di Don.
«Povero me!» disse, premendo i tasti del voder. «Lei crede che la situazione potrebbe migliorare un poco, se io assicurassi alla signora di non avere tendenze antropofaghe?»
Don provò un acutissimo imbarazzo; avrebbe desiderato, in qualche modo, di disconoscere quella donna quale sua sorella di sangue e membro della medesima razza.
«È soltanto un’idiota,» rispose. «La prego, non le presti alcuna attenzione.»
«Temo che non sia sufficiente affrontare la cosa in maniera puramente negativa.»
Don sibilò un intraducibile suono di disprezzo, nella lingua dei draghi, e continuò dicendo:
«Che la sua vita possa essere lunga e tediosa.»
«Be’, be’,» replicò il drago. «Una collera irragionevole non è una cosa reale. ‘Comprendere significa perdonare’… come ha detto uno dei vostri filosofi.»
Don non riconobbe la citazione, e quella filosofia, in ogni caso, gli pareva troppo esasperata. Era certo che esistevano delle cose che lui non avrebbe mai perdonato, per quanto potesse comprenderle… aveva alcuni esempi recentissimi, certi fatti che rimanevano bene impressi nella sua memoria. Stava per dire questo al drago, quando l’attenzione di entrambi venne attirata da una serie di suoni che uscivano dalla paratia interna aperta. Due, o forse più, voci maschili erano impegnate in una violenta discussione con una stridula voce femminile, che si levava altissima e a volte sommergeva le voci degli interlocutori. A quanto pareva, (a) lei voleva parlare con il comandante, (b) lei era stata allevata civilmente, e non le era mai capitato d’imbattersi in cose simili, (c) che a quegli orribili mostri non avrebbe mai dovuto essere permesso di scendere a insozzare la Terra; avrebbero dovuto essere sterminati; (d) che se Adolf fosse stato un uomo almeno per metà, non sarebbe rimasto là come un palo, permettendo che sua moglie venisse trattata a quel modo; (e) lei intendeva scrivere alla compagnia, e la sua famiglia non era del tutto priva d’influenza e (f) lei insisteva perentoriamente per parlare con il comandante.
Don avrebbe voluto dire qualcosa, per coprire il suono di quella voce, ma scoprì di esserne quasi ipnotizzato. Dopo qualche tempo, i suoni si allontarano e svanirono nel silenzio; un ufficiale di bordo varcò la paratia aperta, e si guardò intorno.