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«È a suo agio?» domandò l’ufficiale a ‘Sir Isaac Newton’.

«Perfettamente, grazie.»

L’ufficiale si rivolse a Don.

«Prenda i suoi bagagli, giovanotto, e venga con me. Il comandante ha deciso di concedere a sua grazia, qui, un compartimento tutto per lui.»

«Perché?» domandò Don. «Il mio biglietto dice cuccetta sessantaquattro, e mi piace stare qui.»

L’ufficiale di bordo si grattò il mento, e guardò attentamente Don, poi si rivolse al venusiano:

«Per lei va bene?»

«Ma certamente. Sarò onorato dalla compagnia di questo giovane signore.»

L’ufficiale si rivolse a Don.

«Be’… d’accordo. Probabilmente, se fossi stato costretto a spostarla, avrei dovuto appenderla a un chiodo.» Guardò l’orologio, e bestemmiò sommessamente. «Se non mi affretto, perderemo il decollo e dovremo aspettare un giorno intero.» Uscì immediatamente dal compartimento.

L’ultimo allarme interno suonò, trasmesso dal sistema di comunicazione di bordo; una voce rauca seguì il suono, gridando:

«A tutti gli uomini: assicurarsi le cinture! Prepararsi al decollo…»

L’ordine fu seguito da una registrazione della chiassosa marcia di Le Compte, Decollo! Il cuore di Don cominciò a battere più in fretta; l’emozione si accumulò dentro di lui. Si sentiva felice, meravigliosamente, incredibilmente felice di ritornare finalmente nello spazio, nel luogo che era la sua patria. Le cose spiacevoli, confuse del giorno precedente furono cancellate dalla sua mente; anche il ricordo della fattoria e di Sonno impallidì.

La musica registrata era programmata con tale scelta di tempo, che il coro finale — il quale dava l’effetto del rombo dei motori — si mescolò al vero ruggito degli ugelli dell’astronave; il Cammino della Gloria cominciò a vibrare e a sollevarsi… poi si lanciò in alto, lontano, nell’azzurro cielo aperto.

CAPITOLO V

CIRCUM-TERRA

Il peso dell’accelerazione non era peggiore di quello subito il giorno prima, a bordo dell’Espresso di Santa Fé, ma la spinta iniziale durò per più di cinque minuti, minuti che parvero lunghe ore interminabili. Quando ebbero superato la velocità del suono, il compartimento fu relativamente silenzioso. Don compì un enorme sforzo, e riuscì a girare un poco la testa.

La mastodontica mole di ‘Sir Isaac Newton’ era appiattita sul ponte, e la visione portò a Don l’immagine sgradevole di una lucertola schiacciata su una strada di campagna. Gli occhi a peduncolo erano flosci, cascanti come asparagi avvizziti. La creatura pareva morta.

Don lottò per trovare un po’ di fiato, e chiamò:

«Si sente bene?»

Il venusiano non si mosse. L’apparecchio voder era coperto dalle pieghe flosce del suo enorme collo; pareva improbabile che i suoi tentacoli riuscissero a sfiorare delicatamente i tasti, come era necessario; anche se fosse stato libero, il drago non pareva in condizioni di comunicare. In ogni caso, non rispose neppure nella sua lingua sibilante.

Don avrebbe voluto avvicinarsi a lui, ma era immobilizzato dalla tremenda gravità del decollo come il giocatore di rugby che si trova sotto tutti gli altri in una mischia. Con un nuovo sforzo, riportò la testa nella posizione precedente, in modo da poter respirare con minore sofferenza, e aspettò.

Quando la potenza del decollo fu diminuita, il suo stomaco diede un balzo di protesta, poi si quietò; o l’iniezione antivomito aveva funzionato, o lui aveva recuperato il suo vecchio equilibrio spaziale… a meno che le due cose non si fossero unite. Senza attendere il permesso della sala di comando, rapidamente slegò le cinghie, e si avvicinò al venusiano. Si mosse nell’aria, appoggiandosi con una mano alle fasce d’acciaio che tenevano stretto il suo compagno.

Il drago non era più appiattito sul ponte; solo i semicerchi d’acciaio gli impedivano ora di galleggiare nell’aria, nel compartimento. Dietro di lui, la grande coda si agitava floscia, sfiorando le grandi piastre interne dell’astronave e spezzando piccoli supporti sporgenti qua e là.

I peduncoli alla sommità dei quali si aprivano gli occhi della creatura erano ancora inerti, e ogni occhio era coperto da una sottile pellicola. Il drago si muoveva semplicemente allo stesso modo in cui un tronco galleggiante si muove nell’acqua; nulla mostrava che egli fosse vivo. Don strinse il pugno, e lo batté sul cranio piatto della creatura.

«Mi sente? Sta bene?»

Riuscì soltanto ad ammaccarsi la mano; Sir Isaac non rispose. Don rimase dov’era per un momento, domandandosi cosa avrebbe dovuto fare ora. Era certo che il suo nuovo amico si trovasse in cattive condizioni, ma l’addestramento in primo soccorsa non si estendeva agli pseudo-sauriani di Venere. Cercò di frugare nei lontani ricordi dell’infanzia, cercò di pensare a qualcosa, qualsiasi cosa.

Lo stesso ufficiale di bordo che era venuto a visitarli prima del decollo apparve sul portello del compartimento, galleggiando a testa in ‘giù’. Nello spazio non esistevano alto e basso, soprattutto in regime di caduta libera.

«Tutto a posto, su questo ponte?» domandò con aria annoiata, poiché si trattava di una pura formalità, e fece per passare oltre.

«No!» gridò Don. «C’è un caso di choc da decollo.»

«Uh?» l’ufficiale entrò nel compartimento, e guardò l’altro passeggero. Lanciò una breve serie d’imprecazioni, nel colorito linguaggio degli spaziali, e assunse un’aria preoccupata. «Si tratta di una cosa superiore alle mie conoscenze; è la prima volta che trasporto un coso simile. Come diavolo si può praticare la respirazione artificiale a un coso grosso come questo?»

«Non è possibile,» rispose Don. «I suoi polmoni sono completamente racchiusi nella corazza toracica.»

«Sembra morto. Direi che ha smesso di respirare.»

Un ricordo si affacciò alla superficie della memoria di Don; il ragazzo si aggrappò a esso.

«Ha una sigaretta, per caso?»

«Eh? Non mi faccia perdere tempo. E poi, la lampada rossa è ancora spenta.»

«Lei non capisce,» insisté Don. «Se ha una sigaretta, l’accenda. Può soffiare del fumo in direzione della piastra-narice del drago, e controllare così se respira o no.»

«Oh. Be’, forse è una buona idea.» Lo spaziale estrasse una sigaretta e l’accese.

«Ma faccia attenzione,» lo avvertì Don. «Non possono sopportare la nicotina. Una sola boccata, e poi la spenga subito.»

«Forse non è un’idea così buona,» obiettò l’ufficiale di bordo. «Senta, ma lei non sarà per caso un colono di Venere?»

Don esitò, poi rispose:

«Io sono un cittadino della Federazione.»

L’idea di discutere di politica in quel momento non sembrava brillante. Si avvicinò al mento del drago, puntò i piedi contro le piastre del ponte, e spinse, esponendo così la piastra-narice del venusiano, che si trovava sotto la testa della creatura, tra le pieghe del collo. Se non fossero stati in caduta libera, e l’assenza di gravità non avesse reso senza peso l’enorme massa del sauriano, Don non sarebbe mai riuscito nell’impresa.

L’uomo soffiò del fumo verso l’apertura così esposta. Il fumo si agitò, scostandosi, poi una piccola parte entrò nell’apertura; il drago era ancora vivo.

Vivo? Anche troppo. Tutti i peduncoli oculari scattarono come molle, rizzandosi in piena attenzione; il drago alzò il mento, portando con esso Don, e poi starnutì. Quella specie di esplosione colpì Don a mezz’aria, e il ragazzo cominciò a roteare su se stesso, come un satellite artificiale impazzito. Finalmente, dopo qualche istante di quella penosa situazione, Don riuscì ad afferrare uno dei supporti di caduta libera.

L’ufficiale di bordo si stava massaggiando un polso.