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«Accidenti a lui, mi ha raggiunto,» si lamentò. «Non ho intenzione di riprovarci. Be’, penso che stia benissimo.»

Sir Isaac sibilò in tono lamentoso; Don gli rispose. Lo spaziale lo guardò:

«Lei sa pronunciare quella specie di linguaggio?»

«Un po’.»

«Be’, allora gli dica di usare la scatola. Io non capisco niente.»

Don disse:

«Sir Isaac… vuole usare il voder?»

Il venusiano cercò di obbedire. I suoi tentacoli si agitarono, trovarono i tasti della cassetta della voce artificiale, e li toccarono. Non uscì alcun suono. Il drago girò un occhio verso Don, e sibilò una serie di frasi.

«È spiacente di dover dire che lo spirito della macchina è partito,» tradusse Don.

L’ufficiale di bordo sospirò.

«Certe volte mi chiedo per quale motivo ho lasciato la drogheria di famiglia e ho voluto prendere le vie dello spazio. Be’, se riusciamo a staccare la macchina, andrò a vedere se ‘Scintilla’ riesce ad aggiustarla.»

«Lasci fare a me,» disse Don, e cercò d’infilarsi nello spazio tra la testa del drago e il ponte. La cassetta del voder, scoprì, era assicurata a quattro anelli infilati come orecchini nelle piastre della ‘pelle’ del venusiano. Don non riuscì a scoprire la combinazione di apertura; i tentacoli del drago sfiorarono gentilmente la mano del ragazzo, la spostarono con delicatezza, staccarono la cassetta, e la porsero a Don. Don uscì dall’incomoda posizione, e consegnò lo strumento all’ufficiale.

«Sembra che ci abbia dormito sopra,» fu il suo commento.

«Un bel pasticcio,» ammise l’altro. «Be’, gli dica che farò in modo che sia riparata al più presto possibile… e che sono felice che il decollo non lo abbia fatto star male.»

«Può dirglielo lei; capisce benissimo l’inglese.»

«Eh? Oh, certo, certo.» Si mise di fronte al venusiano, che immediatamente fece partire una lunga serie di sibili. «Che cosa dice?»

Don ascoltò attentamente.

«Dice che lui apprezza i suoi gentili auguri, ma che è dolente di doversi dichiarare in disaccordo; non sta affatto bene. Dice che ha urgente necessità di…» Don si interruppe, e parve perplesso, poi sibilò l’equivalente venusiano di, ‘Può ripetere, per favore?’

Sir Isaac gli rispose; e Don proseguì.

«Dice che ha bisogno solo di un po’ di sciroppo di zucchero.»

«Eh?»

«Ha detto così.»

«Che io sia… quanto?»

Ci fu un nuovo scambio di sibili; Don rispose:

«Uh, dice che ne ha bisogno almeno di un quarto di… non è possibile tradurre esattamente, non c’è equivalente, si tratta di un quantitativo più o meno pari a mezzo barile, direi.»

«Lei intende dire che vuole mezzo barile di zucchero liquido?»

«No, no, un quarto di questo quantitativo… un ottavo di barile. A quanto può equivalere, in galloni?»

«Non ci provo neanche, senza un calcolatore; sono confuso. Non so neppure se ne abbiamo, a bordo». Sir Isaac pronunciò subito una serie di frenetici sibili. «Ma se non ne abbiamo, lo farò preparare al cuoco. Gli dica di stare calmo e di resistere, nel frattempo.» Lanciò un’occhiataccia al drago, e poi girò i tacchi e uscì galleggiando dal compartimento.

Don si aggrappò a una delle cinghie di acciaio, e domandò:

«Come si sente, adesso?»

Il drago rispose, in tono di scusa, indicando che per il momento sentiva il bisogno di ritornare nell’uovo. Don tacque, e aspettò.

Il comandante in persona si presentò a curare il passeggero malato. L’astronave, essendo in libera traiettoria verso la stazione spaziale orbitante intorno alla Terra, non richiedeva la sua presenza nella sala di comando fino a dopo mezzogiorno, tempo di Nuova Chicago; così il comandante era libero di muoversi per l’astronave. Arrivò in compagnia del medico di bordo, e seguito da un uomo che trasportava un contenitore metallico.

I due si misero a discutere davanti al drago, dapprima ignorando la presenza di Don. Però nessuno di loro conosceva il linguaggio pigolante della tribù del drago; così furono costretti a ricorrere a Don. Attraverso il suo giovane interprete, Sir Isaac insisté di nuovo sul fatto che la soluzione di zucchero gli era necessaria, come stimolante. Il comandante assunse un’aria preoccupata.

«Ho letto da qualche parte che lo zucchero li fa ubriacare, come noi ci ubriachiamo con l’alcool. Una questione di reazioni chimiche.»

Don tradusse di nuovo la risposta del venusiano; quella che Sir Isaac aveva chiesto era semplicemente una dose terapeutica.

Il comandante si rivolse all’ufficiale medico. «Cosa ne dice, dottore?»

Il dottore fissò il raccordo del ponte, con aria meditabonda.

«Comandante, questa situazione è al di fuori dei miei doveri professionali come lo sarebbe danzare sulle punte.»

«Accidenti, amico, io le ho chiesto un’opinione ufficiale!»

L’ufficiale medico fissò cupamente il comandante.

«Benissimo, signore… direi che, se il passeggero morisse, dopo che lei gli ha rifiutato quanto le è stato chiesto, la situazione sarebbe molto, molto spiacevole.»

Il comandante si morse il labbro.

«Come lei dice, signore. Ma che mi possano assegnare ai servizi di terra, se io voglio che un drago ubriaco vada avanti e indietro per la mia astronave, come un ciclone. Gli somministri la dose.»

«Io, signore?»

«Lei, signore.»

Essendo l’astronave in caduta libera, era del tutto impossibile versare lo sciroppo e lasciare che il venusiano lo leccasse, né la creatura era attrezzata fisicamente per usare quella specie di poppatoi che gli esseri umani utilizzavano in caduta libera. Ma questo era stato previsto; il contenitore nel quale lo sciroppo era stato versato era del tipo usato nella cucina di bordo per trattenere liquidi o caffè in caduta libera. C’era una pompa a mano, e un corto tubo che poteva essere collegato a qualsiasi posizione desiderata.

Fu deciso in pieno accordo con Sir Isaac, di sistemare l’estremità del tubo il più in fondo possibile alla gola del drago. Ma nessuno parve ansioso di assumersi il lavoro. Dato per certo che il Draco Veneris Wilsonii è una razza civile, infilare testa e spalle tra quelle file di denti aguzzi pareva comunque un invito a una grave rottura nelle relazioni con l’estero.

Don si offrì volontario per il lavoro, e si pentì, quando la sua offerta venne gioiosamente accettata dallo stato maggiore di bordo. Aveva piena fiducia in Sir Isaac, ma ricordava che a volte Sonno gli aveva pestato il piede, del tutto inavvertitamente, pur adorandolo. Sperò che il drago non avesse del disgraziati riflessi involontari; un cadavere, generalmente, non prova nessuna soddisfazione nel ricevere delle scuse.

Mentre teneva l’estremità del tubo saldamente nella posizione indicata, Don tratteneva il respiro, e ringraziò più volte mentalmente la provvidenza per avere fatto quell’iniezione antivomito. L’alito del drago non era fetido come a volte capitava nei suoi colleghi, ma non si trattava neppure di un ambiente profumato. Finito il lavoro, Don ritornò sul ponte con testa e spalle, pronunciando mentalmente una lunga serie di ringraziamenti allo stesso, sconosciuto protettore degli astronauti in difficoltà.

Sir Isaac li ringraziò tutti, per mezzo di Don, e assicurò che ora si sarebbe ripreso con grande prontezza. Nel bel mezzo del suo sibilare, parve addormentarsi di colpo. Il medico di bordo sollevò un peduncolo oculare, e vi accostò una lampadina.

«Credo che la sostanza gli abbia fatto effetto. Lasciamolo in pace, e preghiamo il cielo che tutto finisca bene. Getti ardenti!»

Se ne andarono tutti, piuttosto in fretta. Don squadrò ben bene il suo amico, decise che era inutile starsene là con lui, e seguì gli ufficiali. Il compartimento non aveva un oblò; e lui desiderava dare almeno una buona occhiata alla Terra, mentre l’astronave si trovava ancora nelle vicinanze del corpo planetario. Trovò quel che cercava verso prua, a tre ponti di distanza.