Erano ancora appena a quindicimila miglia dalla Terra; Don fu costretto a pigiarsi vicino alla superficie lucida dell’oblò-schermo, per vedere l’intero pianeta in una sola volta. Dovette ammettere che si trattava di un mondo veramente bello; e per un istante, provò una certa nostalgia, all’idea di lasciarlo. Un globo sospeso là, nel cielo di velluto nero, incrostato di stelle luminose, piccole come capocchie di spillo, inondato dai raggi del sole che lo rendevano luminoso tanto da far dolere gli occhi, era così bello da togliere il respiro.
La linea dell’aurora si era spostata nel Pacifico, oltre le Hawaii, e tutto il continente nordamericano brillava nel sole, esposto al suo sguardo. Il Nord-Ovest del Pacifico era oscurato da grandi nubi di tempesta, ma il Centro-Ovest era chiaro, nitido, e tutto il Sud-Ovest era come cristallo aperto ai suoi sguardi. Poteva distinguere il luogo in cui sorgeva Nuova Chicago con estrema facilità; poteva distinguere il Grand Canyon, e da quel punto l’immaginazione dipingeva i luoghi conosciuti, le colline e i passi e le pianure dove la fattoria si trovava. Era certo che, con un piccolo telescopio, avrebbe potuto distinguere perfettamente i luoghi della sua adolescenza.
Era la stessa visione che doveva essersi presentata ad Harriman… agli albori del volo spaziale, prima della fondazione di Luna City. Un grande pianeta immerso nella luce del sole, al centro di un universo nero e stellato, un’isola calda dalle verdi colline… un nodo di commozione gli strinse la gola. Lui aveva vissuto laggiù, su quel pianeta, e il ricordo era ancora vivo; anche se era nato nello spazio e aveva conosciuto le paludi di Venere e le distese bianche della Luna, e i rossi deserti di Marte erano un concetto familiare, quel mondo verde e azzurro aveva qualcosa che faceva stringere il cuore di chi lo lasciava. Ma lui lo stava lasciando, ora. Le stelle erano davanti a lui, e la Luna, e Marte.
Con un sospiro, finalmente, lasciò il suo posto, e voltò le spalle alle dolci, verdi colline della Terra. Stava affondando nella dolce malinconia di una blanda nostagia, e i commenti di alcuni altri passeggeri cominciavano ad annoiarlo… non le sciocchezze allegre, i gridolini di meraviglia dei turisti, ma le osservazioni saccenti di quelli che si proclamavano veterani degli spazi, e che erano al loro secondo viaggio nell’infinito. Scuotendo il capo, si avviò verso il suo compartimento.
Fu sorpreso, nell’udire il suo nome. Si voltò, e vide che l’ufficiale di bordo che aveva incontrato precedentemente stava galleggiando nell’aria, e veniva nella sua direzione. L’ufficiale aveva con sé il voder di Sir Isaac.
«A quanto sembra, lei è in buoni rapporti con quel coccodrillo troppo ammaestrato che divide il suo compartimento; che ne direbbe di portargli questo?»
«Be’, certamente.»
«L’ufficiale radio dice che ha bisogno di una revisione completa, ma per lo meno adesso potrà funzionare di nuovo.» Don accettò il meccanismo, e si diresse verso poppa. Il drago pareva addormentato, poi un occhio tremolò, gli fece un cenno, e Sir Isaac sibilò un saluto.
«Ho qui la sua voce artificiale,» gli disse Don. «Vuole che la metta a posto io?»
Sir Isaac, con estrema cortesia, rifiutò l’offerta. Don porse lo strumento ai tentacoli e il drago adattò il voder al suo corpo. Poi passò la punta dei tentacoli sui tasti, per controllare il funzionamento, producendo dei suoni che somigliavano allo starnazzare di un branco di anatre spaventate. Soddisfatto, il drago cominciò a parlare in inglese:
«Sono arricchito dal debito che lei ha posto sopra di me,» dichiarò.
«Non è stato nulla,» rispose Don. «Mi sono imbattuto nel secondo a poca distanza da qui, e lui mi ha chiesto di portarlo a lei.»
«Non mi riferisco a questa voce artificiale, ma al suo pronto soccorso quando io ero nel dolore e in pericolo. Senza il suo rapido ingegno, senza il suo desiderio di dividere il fango con uno straniero del quale mai prima d’ora aveva provato l’amicizia, e… inoltre… senza la sua conoscenza della vera lingua avrei potuto perdere la possibilità di raggiungere la morte felice.»
«Shucks!» rispose Don, sentendosi un po’ più rosso in viso. «È stato un piacere.» Notò che le parole del drago erano più lente e un po’ strascicate, come se i tentacoli mancassero dell’abituale destrezza. Inoltre, il linguaggio di Sir Isaac era più pedante che mai, e aveva un accento ancor più britannico… il voder aspirava la pronuncia con liberalità, e trasformava le ‘z’ in ‘f’ secondo la più nobile tradizione dell’antica Londra; Don fu sicuro che il terrestre che aveva insegnato a parlare a Sir Isaac doveva essere nato a poca distanza dal Big Ben e dalla Torre di Londra.
Notò anche che il suo amico pareva indeciso sull’occhio da usare per osservarlo. Continuava a dimenare un peduncolo dopo l’altro in direzione di Don, come se ne cercasse uno che gli permettesse di mettere meglio a fuoco l’immagine. Don si domandò se per caso Sir Isaac non avesse sopravvalutato l’entità più appropriata di una dose terapeutica.
«Mi permetta,» continuò il venusiano, sempre con poderosa dignità, «Di giudicare io stesso il valore del servigio che mi ha reso.» Cambiò argomento, «Quella parola ‘shucks’… non riesco a riconoscere l’uso che lei ne ha fatto. Si tratta forse di bucce di piante?»
Don si sforzò di spiegare quanto e quanto poco ‘shucks’ potesse significare. Il drago rifletté sulle complicazioni verbali, e formò sui tasti una risposta.
«Io credo di aver ottenuto una porzione di nuova comprensione. Il contenuto semantico di questa parola è emotivo e variabile, invece che essere ordinato e descrittivo. Il suo referente è lo stato dello spirito di chi la usa?»
«Proprio così,» disse Don, soddisfatto. «Significa esattamente quel che lei vuole che significhi. Dipende dalla maniera in cui lo dice.»
«Shucks,» disse il drago, a tìtolo sperimentale. «Shucks. Mi sembra di cominciare a percepirne la sostanza. Una parola deliziosa. Shucks.» Continuò, «Le sottili mutazioni del parlare devono essere apprese dai vivi che se ne servono. Forse potrò ricambiare il favore, aiutandola ad acquisire qualche piccola saggezza in più nella sua già grande padronanza della parola del mio popolo? Shucks.»
Questo confermò il sospetto di Don, secondo il quale il suo modo di sibilare era diventato così selvaggio da poter essere usato da un venditore ambulante, per annunciare il prezzo della sua merce, ma non per comunicare regolarmente a un livello civilizzato.
«Apprezzerei certamente la possibilità di migliorare,» rispose. «Non ho avuto occasione per molti anni di parlare la ‘vera lingua’… da quando ero bambino. Essa mi è stata insegnata da uno storico, che lavorava con mio padre sulle rovine di (una breve serie di sibili). Forse lei lo conosce? Il suo nome è ‘Professor Charles Darwin’.» Don aggiunse la versione sibilata, o meglio, autentica, del nome dello studioso venusiano.
«Lei mi domanda se io conosco (una serie di sibili)? Egli è mio fratello; sua nonna, nove generazioni prima di lui, e mia nonna sette generazioni prima di me, furono lo stesso uovo. Shucks!» Aggiunse, «Una persona erudita, per essere così giovane.»
Don rimase un po’ sconcertato nell’udire che il «Professor Darwin» veniva descritto come «un giovane»; da bambino, aveva classificato lui e le rovine più o meno della stessa età. Ora fu costretto a ricordare che Sir Isaac poteva vedere le cose da un punto di vista diverso.
«Be’, ma questo è magnifico!» rispose. «Mi chiedo se lei non abbia conosciuto anche i miei genitori… il professor Jonas Harvey, e la dottoressa Cynthia Harvey?»
Il drago puntò tutti gli occhi su di lui. Si trattava della massima manifestazione di sorpresa, per un drago.
«Lei è il loro uovo? Non ho mai avuto l’onore di incontrarli, ma tutte le persone civili conoscono loro e il loro lavoro. Ora non sono più sorpreso della sua eccellenza. Shucks!»