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Don provò una mescolanza d’imbarazzo e di piacere. Non sapendo cosa dire, suggerì a Sir Isaac di erudirlo un poco nella ‘vera lingua’, un suggerimento che il drago accettò con evidente piacere. Erano ancora impegnatissimi nel lavoro, quando il segnale di allarme suonò, e una voce che veniva dalla sala di comando annunciò:

«Assicurarsi le cinture per l’accelerazione! Prepararsi all’appuntamento orbitale!»

Don posò le mani sul fianco corazzato del suo amico, e con una lieve spinta ritornò alla sua cuccetta. Si fermò là, e disse:

«Non c’è pericolo che si senta male, ora?»

Il drago produsse un suono che a Don parve l’equivalente venusiano di un rutto di soddisfazione, e la voce artificiale annunciò:

«Ne sono certo. Questa volta sono fortificato.»

«Lo spero. Senta… non vorrà schiacciare di nuovo il suo voder. Vuole che lo prenda in custodia io?»

«Se è disposto, ne sarò lieto, grazie.»

Don ritornò accanto alla mastodontica creatura, prese il voder, e lo legò saldamente al mucchio dei suoi bagagli. Ebbe appena il tempo di allacciare le cinture di sicurezza, quando il primo impatto dell’accelerazione li colpì. Questa volta non fu una prova così spiacevole, e furono diverse gravità in meno di quelle del decollo dalla Terra, e la durata fu minore, perche l’astronave non si stava liberando dalla potente forza di attrazione del pianeta, ma stava semplicemente regolando la traiettoria… modificando l’estremità dell’orbita ellittica, il Cammino della Gloria poteva adattare perfettamente la sua traiettoria all’orbita circolare di Circum-Terra, la stazione di transito sospesa nello spazio, vero incrocio tra la Terra e tutti i mondi colonizzati, che era la loro destinazione.

Il comandante diede una lunga spinta d’accelerazione, aspettò, poi accese i razzi per altre due volte, a brevi intervalli… senza trovare necessario, notò Don, di invertire la rotta e azionare i razzi di prua. Il giovane annuì tra sé, esprimendo la propria approvazione. Quello era un buon modo di pilotare una nave spaziale… il comandante conosceva bene i suoi vettori. La sirena interna ululò, e una voce cantilenante disse:

«Contatto! Potete slacciare le cinture. Prepararsi allo sbarco.»

Don restituì il voder a Sir Isaac, poi dovette separarsi dal drago, perché ancora una volta il venusiano dovette essere portato via attraverso la stiva. Don sibilò un saluto, e poi si diresse verso prua, portando i suoi bagagli, per uscire attraverso il condotto pressurizzato di sbarco per i passeggeri.

Circum-Terra era una grande massa confusa nel cielo. Era stata costruita, ricostruita, nuove sezioni erano state aggiunte, e numerose modifiche erano state fatte nel corso degli anni, per una buona dozzina di motivi diversi… stazione di osservazione meteorologica, osservatorio astronomico, stazione di classificazione delle meteore, relé televisivo, stazione di controllo per missili teleguidati, laboratorio di fisica immerso in un invidiabile, autentico vuoto, e libero da ogni tensione gravitazionale, laboratorio per esperimenti biologici perfettamente e naturalmente sterile… questi erano solo alcuni degli usi che erano stati fatti di Circum-Terra, ma ce n’erano moltissimi altri.

Ma sopra ogni altra cosa si trattava di una stazione di transito per merci e passeggeri nello spazio siderale, il luogo nel quale le astronavi adatte per brevi distanze e fornite di alettoni che partivano dalla Terra incontravano gli incrociatori siderali che viaggiavano tra i pianeti. A questo scopo la stazione conteneva grandi serbatoi di rifornimento, officine meccaniche ed elettroniche, ‘telai spaziali’ di riparazione che potevano ricevere gli incrociatori più grandi e i traghetti cosmici più piccoli, e un cilindro rotante, pressurizzato… «Goddard Hotel»… che offriva gravità artificiale e atmosfera terrestre ai passeggeri e al personale residente di Circum-Terra.

Goddard Hotel sporgeva dal fianco di Circum-Terra come la ruota di un carro da un mucchio di rottami. Il mozzo intorno al quale girava passava per il centro e si protendeva nello spazio. Era a questo mozzo che un’astronave collegava il tubo pressurizzato, quando scaricava o caricava degli esseri umani. Fatto questo, grandi braccia metalliche spostavano l’astronave fino al boccaporto delle merci, uno dei tanti nel corpo maggiore, e non rotante, della stazione siderale. Quando il Cammino della Gloria stabilì il contatto, c’erano altre tre astronavi in sosta a Circum-Terra, la Valchiria, sulla quale era stato prenotato il passaggio per Marte di Don Harvey, il Nautilus, appena giunto da Venere, e sul quale Sir Isaac si aspettava di ritornare a casa, e l’Alta Marea, il traghetto lunare che si alternava sulla rotta Terra-Luna con la sorella Bassa Marea.

I due incrociatori e il traghetto lunare erano già collegati al corpo principale della stazione; il Cammino della Gloria era fermo accanto al mozzo della ruota, e cominciò immediatamente a scaricare i passeggeri. Don aspettò il suo turno pazientemente, e poi, spingendo avanti il proprio corpo grazie agli anelli metallici appositi, e trascinando dietro di sé i bagagli, si fece avanti, ben presto trovandosi all’interno del Goddard Hotel, ma ancora senza peso, come in caduta libera, nel mozzo cilindrico del Goddard.

Un uomo che indossava la tuta della stazione spaziale guidò Don, e la dozzina di passeggeri che erano con lui, fino a un punto situato quasi al centro del mozzo, dove una grande piattaforma mobile bloccava ogni ulteriore progresso. La porta circolare era aperta e girava molto lentamente, muovendosi insieme al corpo rotante vero e proprio del Goddard.

«Entrate,» ordinò l’uomo. «Fate attenzione a tenere i piedi puntati verso il pavimento.»

Don entrò con gli altri, e scoprì che l’interno della piattaforma era cubico. Una parete portava una scritta in grandi lettere: PAVIMENTO. Don trovò un anello, e si spostò nell’aria, in modo che, non appena fosse stato applicato il peso, i suoi piedi si sarebbero trovati sul pavimento. La piattaforma, in realtà un vero e proprio veicolo, non appena l’uomo in tuta fu salito a bordo, cominciò a muoversi verso il bordo.

Dapprima non ci fu alcun senso di peso, per lo meno non in direzione del ‘pavimento’. Don provò un senso di stordimento, quando l’incremento della rotazione gli fece ronzare l’orecchio. Sapeva di essere stato a bordo di quel veicolo, per metà ascensore e per metà automobile, già un’altra volta, quando aveva avuto undici anni ed era stato diretto alla Terra, per iniziare la scuola e la sua nuova vita laggiù; ma il ricordo era rimasto sepolto per tanti anni, e Don aveva dimenticato tutti gli aspetti spiacevoli dell’esperienza.

Ben presto l’ascensore si fermò; il pavimento diventò il pavimento vero e proprio, benché la gravità fosse ancora inferiore a quella terrestre, e la sensazione di disagio svanì. L’operatore aprì la porta scorrevole e gridò:

«Discesa!»

Don mosse i primi passi all’interno di un vasto compartimento, portando con sé i bagagli. Il compartimento era già affollato da una buona metà dei passeggeri dell’astronave. Don si guardò intorno, alla ricerca del suo amico drago, poi ricordò che l’astronave avrebbe dovuto essere trasferita a un portello di accesso merci, prima che il venusiano avesse potuto sbarcare. Don posò i bagagli sul pavimento, e sedette sopra di essi.

La folla, per chissà quale motivo, pareva inquieta. Don sentì una voce di donna che diceva, accanto a lui:

«È veramente incredibile! Siamo qui almeno da mezz’ora, e sembra che nessuno si sia accorto che siamo arrivati. Questo passa ogni limite!»

Un uomo rispose:

«Abbi pazienza, Martha.»

«Abbi pazienza, dice lui! Ma che bravo! C’è solo una porta di uscita da questo posto, ed è chiusa… e se ci fosse un incendio?»