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«Be’, cara, dove penseresti di fuggire, in questo caso? Fuori non c’è nulla, all’infuori di un vuoto nel quale galleggiano delle molecole estremamente rarefatte.»

La donna squittì:

«Oh! Avremmo dovuto andarcene alle Bermude, come volevo io!»

«Come volevi tu, cara?»

«Non essere così meschino!»

Un altro gruppo di passeggeri fu scaricato dall’ascensore, e poi un altro ancora; l’astronave era vuota. Dopo molti minuti di brontolii, durante i quali perfino Don cominciò a meravigliarsi delle carenze nel servizio, l’unica porta — oltre a quella dell’ascensore — si aprì. Invece di un albergatore ansioso di compiacere i suoi ospiti, apparvero tre uomini in uniforme. Gli uomini che erano ai lati del terzo portavano al fianco delle pistole a ‘paralisi di massa’, le stesse che venivano usate per domare le sommosse; il terzo uomo aveva semplicemente una pistola infilata nella fondina. Quest’ultimo individuo fece un passo avanti, piantò i piedi sul pavimento, e posò i pugni sui fianchi.

«Attenzione! Fate silenzio, tutti quanti!»

Ottenne il silenzio richiesto; la sua voce aveva quella sonorità di comando alla quale tutte le folle di tutti i tempi obbediscono senza pensare. Egli proseguì:

«Io sono il sergente McMasters della Prima Squadra di Assalto dell’Alta Guardia della Repubblica di Venere. Il mio ufficiale comandante mi ha mandato qui a informarvi dell’attuale situazione.»

Ci fu un altro breve momento di silenzio, poi un crescente mormorio di sorpresa, di allarme, d’incredulità, e d’indignazione, che ben presto diventò un vero e proprio tumulto.

«Fate silenzio!» gridò il sergente. «E prendete le cose con calma. Non sarà fatto alcun male a nessuno… se obbedirete agli ordini.» Fece una breve pausa, e continuò, «La Repubblica si è impadronita di questa stazione spaziale, e tutti gli occupanti vengono evacuati. Voi terricoli sarete rispediti sulla Terra immediatamente. Quei passeggeri che sono diretti a Venere, essendone cittadini, saranno trasportati in patria… dopo avere superato il nostro controllo di fedeltà. E adesso, cominciamo a mettere ordine.»

Un ometto grasso e nervoso si fece largo tra la piccola folla.

«Lei si rende conto, signore, di quello che sta dicendo? ‘Repubblica di Venere’ dei miei stivali. Questa è pirateria!»

«Ritorna in fila, grassone.»

«Lei non può fare questo. Esigo di parlare con il suo ufficiale comandante.»

«Grassone,» disse il sergente, lentamente. «Torna al tuo posto, prima di ricevere un calcio nello stomaco.» L’uomo arrossì come un papavero, parve soffocare, poi si affrettò a ritornare al suo posto tra la folla.

Il sergente continuò:

«Coloro che sono diretti a Venere formino una fila qui, davanti alla porta. Preparate le vostre carte d’identità e i certificati di nascita.»

I passeggeri, fino a quel momento un gruppo amichevole di compagni di viaggio, si divisero in due campi ostili. Qualcuno gridò, «Viva la Repubblica!», un grido che fu seguito dall’inconfondibile rumore di un violento pugno contro una massa di carne. Una delle guardie si affrettò ad aprirsi un varco tra la folla, per arrestare i disordini. Il sergente sfoderò la pistola, e disse, con voce annoiata:

«Niente politica, per favore. Andiamo avanti con il nostro lavoro.»

In un modo o nell’altro, la fila fu formata. Il secondo della fila era l’uomo che aveva inneggiato alla nuova nazione. Quando presentò i suoi documenti al sergente, disse:

«Questo è un grande giorno! È tutta la vita che lo aspetto!»

«Lo stesso vale per tutti,» rispose il sergente. «Va bene… da quella porta, per l’esame di lealtà. Un altro!»

Don era impegnato a cercare di calmarsi, e a mettere un po’ d’ordine nei pensieri che parevano girare, girare, senza permettergli di comprendere qualcosa di chiaro. E infine fu costretto ad ammettere che era arrivato il momento, che questa era la guerra, la guerra che lui aveva creduto impossibile. Nessuna città era stata bombardata, non ancora… ma quel luogo e quel momento erano il Fort Sumter di una nuova guerra; era abbastanza intelligente da rendersene conto. Per vedere quel che gli stava davanti agli occhi, non aveva bisogno di vedersi minacciato dalla punta di uno stivale nello stomaco.

Si rese conto, provando un brivido, che dopotutto era riuscito a fuggire appena in tempo. La Valchiria poteva essere l’ultima astronave diretta a Marte dalla Terra, per molto, moltissimo tempo. Con la stazione di transito nelle mani dei ribelli, forse sarebbe passati anni, prima che un nuovo incrociatore siderale fosse partito per il pianeta rosso.

Il sergente non aveva detto nulla, fino a quel momento, che riguardasse i passeggeri diretti a Marte; Don si disse che, naturalmente, il primo compito del sergente era quello di dividere i cittadini dei due stati belligeranti. Decise che la cosa migliore da farsi era tenere la bocca chiusa, e aspettare.

Nella fila ci fu un’interruzione. Don sentì dire al sergente:

«Amico, lei si è messo nella fila sbagliata. Lei deve ritornare sulla Terra.»

L’uomo al quale il sergente si era rivolto disse:

«No, no! Dia un’occhiata ai miei documenti; io sono un emigrante, e vado su Venere.»

«Lei ha deciso di emigrare con un po’ di ritardo. La situazione è cambiata.»

«Perché? Sicuro, so che è cambiata. Mi dichiaro in favore di Venere.»

Il sergente si grattò il mento, pensieroso.

«Questo non era stato previsto. Atkinson! Lascia passare quest’uomo; sarà il tenente a decidere.»

Quando ebbe finito di esaminare il gruppo che intendeva andare su Venere, il sergente si avvicinò a un microfono situato nella parete, il microfono di un intercom.

«Jim? Qui Mac, dalla sala dei ricevimenti. Hanno già fatto uscire il drago? No? Be’, fammi sapere quando il Cammino sarà di nuovo al portello di carico; voglio caricare subito.» Si rivolse alla piccola folla. «Benissimo, voi terricoli… ci sarà un po’ di ritardo, così ho deciso di trasferirvi in un’altra sala, dove aspetterete di essere rispediti sulla Terra.»

«Un momento, sergente!» esclamò un passeggero.

«Sì? Che cosa vuole?»

«Dove devono aspettare i passeggeri per la Luna?»

«Uh? Il servizio è sospeso. Lei tornerà sulla Terra.»

«Andiamo, sergente, cerchi di essere ragionevole. A me la politica non interessa minimamente; non m’importa sapere chi amministra questa stazione. Ma io ho degli affari urgenti sulla Luna. È essenziale che io raggiunga Luna City al più presto. Un ritardo mi costerebbe milioni!»

Il sergente lo fissò, spalancando gli occhi. Rimase pensieroso per qualche istante, e poi disse:

«Sì, è proprio un peccato. Vede, fratello, in vita mia non ho avuto mai in tasca nemmeno un biglietto da mille; l’idea di perdere milioni mi terrorizza.» I suoi modi ebbero un mutamento repentino. «Mi stia a sentire, pezzo d’idiota, le è mai capitato di pensare a quello che una bomba potrebbe fare alla cupola di Luna City o di Tycho City? E adesso allineatevi, tutti quanti, in fila per due!»

Don ascoltò queste parole con crescente inquietudine. Eppure, il sergente non aveva detto ancora niente a proposito di Marte. Si mise in fila, ma all’ultimo posto. Quando la fine della fila raggiunse la porta, si fermò.

«Muoviti, ragazzo,» disse il sergente.

«Io non torno sulla Terra,» gli disse Don.

«Uh?»

«Io sono diretto a Marte… devo partire con la Valchiria.»

«Oh, capisco. Cioè, tu dovevi partire per Marte… adesso tornerai sulla Terra, a bordo del Cammino della Gloria.»

Con ostinazione, Don disse:

«Guardi, signore, io devo andare su Marte. Lassù ci sono i miei genitori; mi aspettano.»