Il sergente scosse il capo.
«Ragazzo mio, mi dispiace per te. Davvero mi dispiace. Ma la Valchiria non andrà su Marte.»
«Come?»
«È stata requisita, e adesso è un incrociatore da battaglia dell’Alta Flotta. Partirà per Venere. Così penso che per te sia meglio tornare sulla Terra. Lo so, è brutto che tu non possa raggiungere i tuoi genitori, ma questa è la guerra; non guarda in faccia nessuno.»
Don respirò lentamente, e si costrinse a contare fino a dieci.
«Io non torno sulla Terra. Aspetterò qui, fino a quando un’astronave non partirà per Marte. Non mi muovo.»
Il sergente sospirò.
«Se decidi di fare questo, dovrai stare seduto su una meteora, nell’attesa.»
«Uh? Cosa intende dire?»
«Perché,» disse il sergente, lentamente, «Pochi minuti dopo la nostra partenza, qui ci sarà soltanto una grande nube radioattiva. Hai voglia di recitare una parte da protagonista in un contatore Geiger?»
CAPITOLO VI
IL SEGNO NEL CIELO
Don non poté rispondere. I suoi antenati scimmieschi, circondati da tremendi pericoli in ogni momento della vita, probabilmente avrebbero accolto la notizia con calma; Don era un figlio del suo secolo e della civiltà, e la sua vita era stata pacifica, sicura… e non lo aveva certamente preparato a una serie così violenta di colpi. Il sergente proseguì:
«Così sarà meglio per te tornare a bordo del Cammino della Gloria, ragazzo. Anche i tuoi genitori ti darebbero questo consiglio. Torna sulla Terra, e trovati un posticino tranquillo in campagna; sai, per un po’ le città diventeranno posti non troppo igienici.»
Don uscì dallo stato di totale confusione che lo aveva preso.
«Io non voglio tornare sulla Terra! Non è il mio posto; non sono nato sulla Terra.»
«Eh? Qual è la tua cittadinanza? Non che questo abbia importanza; chiunque non sia cittadino di Venere, tornerà sulla Terra a bordo del Cammino della Gloria.»
«Io sono un cittadino della Federazione,» rispose Don. «Ma posso dichiarare la cittadinanza di Venere.»
«La Federazione,» disse il sergente, «Ha visto crollare le proprie azioni, negli ultimi tempi. Ma cos’è questa storia della cittadinanza venusiana? Smettila di parlare per enigmi, e fammi vedere i tuoi documenti.»
Don diede i documenti al sergente. McMastes prima diede un’occhiata al suo certificato di nascita, poi spalancò gli occhi.
«Nato in caduta libera! Che io sia… dimmi, non ce ne sono molti come te, vero?»
«Penso di no.»
«Ma in quale posizione ti mette, questo?»
«Come dicevo. Mia madre è nata su Venere. Io sono cittadino di Venere per diritto di nascita… per acquisizione.»
«Ma tuo padre è nato sulla Terra.»
«E sono cittadino per diritto di nascita anche della Terra.»
«Uh? È stupido.»
«È la legge.»
«Ci saranno delle nuove leggi. Ma adesso, non so dove metterti. Senti… dove vuoi andare? Venere o Terra?»
«Io vado su Marte,» rispose Don, con semplicità.
Il sergente lo fissò, e gli restituì i documenti.
«È troppo difficile per me. E con te è impossibile ragionare. Perciò, la decisione la passo ai miei superiori. Vieni con me.»
McMaster scortò Don attraverso un breve corridoio che terminava in un piccolo compartimento, che era stato rapidamente adibito a ufficio militare. All’interno c’erano altri due soldati; uno stava usando una macchina per scrivere, l’altro era semplicemente seduto senza far nulla. Il sergente infilò il capo nel locale e parlò al soldato che stava oziando.
«Ehi, Mike… tieni d’occhio questo soggetto. Sta attento che non rubi la stazione.» Si rivolse di nuovo a Don. «Ridammi quei documenti, ragazzo.» Prese i documenti, e se ne andò.
Il soldato di nome Mike osservò Don, apparentemente sorpreso, poi non gli prestò più alcuna attenzione. Don posò i suoi bagagli, e vi si mise a sedere sopra.
Dopo diversi minuti, il sergente McMasters ritornò, ma ignorò Don.
«Chi ha le carte?» volle sapere.
«Io.»
«No, Mike, le tue sono segnate. Dove sono le carte oneste?» Il terzo soldato chiuse la macchina per scrivere, frugò in un cassetto ed estrasse un mazzo di carte. I tre sedettero intorno alla scrivania, e McMasters cominciò a mescolare le carte. Si rivolse a Don:
«Che ne diresti di una partitina tra amici, ragazzo?»
«Uh, no, grazie.»
«Ti dà fastidio se giochiamo?»
«Be’, no, certo.»
«Be’, non ti capiterà mai più di imparare così a buon mercato.» I soldati giocarono a carte per circa mezz’ora. Don tacque, e cominciò a riflettere. Si costrinse a credere che il sergente sapeva quello di cui stava parlando; non poteva andare su Marte a bordo della Valchiria perché la Valchiria non andava su Marte. Non poteva aspettare un’astronave successiva, perché la stazione… la stessa stanza nella quale si trovava ora… sarebbe stata fatta saltare. Un fuoco nel cielo.
Così, cosa gli restava? La Terra. No! Lui non aveva parenti sulla Terra, per lo meno nessun parente così stretto da dargli ospitalità o aiuto. E, dato che il dottor Jefferson era scomparso, oppure morto, lui non aveva degli amici più anziani di lui… e non trovava verosimile chiedere aiuto ai suoi compagni della scuola-fattoria. Forse, però, avrebbe potuto ritornare alla scuola, con la coda tra le gambe…
No! Era assurdo. Lui era cresciuto, e lo sapeva. La scuola-fattoria non era più per lui. Erano accadute molte cose, nel breve spazio di un giorno; lui aveva imparato, e presto. L’idea era assurda.
Dentro di lui, in un angolo oscuro della sua mente, c’era un motivo più forte e più profondo: il servizio di sicurezza di Nuova Chicago aveva fatto di lui uno straniero, un alieno; lui non avrebbe mai potuto ritornare, perché la Terra non era più la sua patria.
Non c’era scelta, si disse: doveva andare su Venere. Lassù troverò almeno gente che conosco… o che almeno mio padre e mia madre conoscevano. Mi guarderò un po’ intorno, e troverò un modo, prima o poi, per raggiungere Marte; è la decisione migliore. E, presa questa decisione, finalmente, riuscì a provare perfino un vago senso di soddisfazione.
L’altoparlante dell’ufficio chiamò: «Sergente McMasters!» Il sergente posò le carte, e si avvicinò all’intercom, abbassando lo schermo d’isolamento che impediva a chiunque altro di udire la conversazione. Dopo qualche minuto tolse il contatto, e si rivolse a Don:
«Bene, ragazzo, il Vecchio ha risolto il problema del tuo status; tu sei un ‘profugo’.»
«Uh?»
«Quando Venere è diventata una repubblica indipendente, ti è sprofondata la terra sotto i piedi. Tu non hai più cittadinanza, da nessuna parte. Così il Vecchio dice di rispedirti nel luogo dal quale vieni… cioè la Terra.»
Don si alzò in piedi, e raddrizzò le spalle.
«Io non ritornerò sulla Terra.»
«No, eh?» disse McMasters, in tono blando. «Be’, allora mettiti comodo, e stai tranquillo. Quando verrà il momento, ti porteremo di peso.» Ricominciò a servire le carte.
Don non si mise a sedere.
«Mi stia a sentire… ho cambiato idea. Se non posso andare subito su Marte, allora andrò su Venere.»
McMasters si fermò, e si voltò a guardarlo.
«Quando il commodoro Higgins prende una decisione, quella è, e quella rimane. Mike, porta via questa primadonna e sbattilo insieme agli altri terricoli… a calci, se necessario.»
«Ma…»
Mike si alzò in piedi.
«Avanti, tu.»
Don si ritrovò spinto in una sala gremita di sentimenti feriti. I terrestri… o, come venivano generalmente chiamati dagli spaziali e dai coloni planetari, i «terricoli»… non avevano con loro né guardie, né coloniali; perciò davano libero sfogo alle loro opinioni sugli eventi.