«…infame offesa! Dovremmo bombardare tutti i villaggi, raderli al suolo e rendere la superficie del maledetto pianeta un deserto radioattivo!»
«…secondo me, dovremmo nominare una commissione, i cui componenti andranno da quel loro ufficiale comandante, e gli diranno con estrema fermezza…»
«Te l’avevo detto io, che non avremmo dovuto venire!»
«Negoziare? Sarebbe un grave segno di debolezza.»
«Ma non si rende conto che la guerra è già finita? Caro amico, questa stazione spaziale non è soltanto un grande centro di smistamento, e un grande deposito merci; è la principale stazione di controllo dei missili guidati. Da qui, possono bombardare tutte le città della Terra, senza che nessuno possa fare qualcosa per fermarli!»
Don notò quest’ultima osservazione, rifletté per qualche istante su di essa, e abbandonò dopo qualche tempo l’argomento. Lui non era abituato a pensare in termini di tattiche militari; fino a quel momento, il significato strategico di un attacco a Circum-Terra non lo aveva colpito. Aveva pensato a esso in termini puramente personali, di semplice convenienza.
Sarebbero realmente arrivati fino a quel punto? Avrebbero bombardato le città della Federazione, cancellandole dalla carta geografica? Certo, i coloniali avevano un’infinità di motivi di risentimento, ma… Naturalmente, era accaduta una cosa simile, una volta, nel passato, ma quella era storia; ora la gente era più civile. Lo era davvero?
«Harvey! Donald Harvey!»
Tutti si voltarono, a quella chiamata. Un Guardiano di Venere era in piedi sulla porta del compartimento, e stava gridando il suo nome. Don rispose:
«Sono qui.»
«Venga con me.»
Don raccolse i suoi bagagli, e seguì il soldato nell’esiguo corridoio; aspettò che il Guardiano avesse rinchiuso la porta.
«Dove mi porta9»
«Il comandante vuole vederla.» Diede un’occhiata ai bagagli di Don. «Non c’è bisogno di portare quella roba.»
«Uh, credo che sia meglio tenerli con me.»
«Faccia come vuole. Ma non porti quella roba nell’ufficio del comandante.» Scortò Don attraverso due ponti, dove la «gravità» era più sensibile, e si fermò davanti a una porta presidiata da una sentinella. «Ecco l’uomo che il Vecchio ha mandato a cercare… Harvey.»
«Entri subito.»
Don obbedì. La sala era vasta e ricca di decorazioni; era stato l’ufficio del direttore dell’albergo cosmico. Ora la sala era occupata da un uomo in uniforme, un uomo ancora giovane, benché i capelli fossero spruzzati di grigio. L’uomo sollevò lo sguardo, all’ingresso di Don; Don notò che l’uomo pareva deciso e vigile, ma stanco.
«Donald Harvey?»
«Sì, signore.» Don estrasse i suoi documenti.
Il comandante rifiutò, con un gesto spazientito, i documenti.
«Li ho già visti. Harvey, lei è un grattacapo, per me. Ho già preso una decisione sul suo caso una volta.»
Don non rispose; e l’altro continuò.
«Ora, a quanto sembra, io devo riaprire il caso. Lei conosce un venusiano che si chiama…» Sibilò il nome.
«Un po’,» rispose Don. «Siamo stati compagni di compartimento, a bordo del Cammino della Gloria.»
«Uhm… mi domando se lei non l’abbia fatto di proposito.»
«Che cosa? Perché? E come avrei potuto?»
«Avrebbe potuto essere stato predisposto… lei è giovane, ma non troppo. E non sarebbe la prima volta che un giovane viene usato come spia.»
Don arrossì.
«Lei mi crede una spia, signore?»
«No, è soltanto una delle possibilità che io devo prendere in considerazione. Nessun comandante militare gradisce che su di lui vengano esercitate delle pressioni politiche, Harvey, ma non c’è un solo militare che non debba cedere a esse. Io ho ceduto. Lei non tornerà sulla Terra; lei viene con noi su Venere.» Si alzò in piedi. «Però l’avverto; se la sua presenza qui è deliberata, se lei è una spia che mi è stata messa alle costole, non basteranno tutti i draghi di Venere a salvarle la pelle.» Si girò verso un intercom, premette alcuni tasti, e aspettò qualche istante; poi disse, «Ditegli che il suo amico è qui, e che mi sono occupato io della faccenda.» Si rivolse a Don. «Prenda lei la comunicazione.»
Dopo qualche istante, Don udì una calda voce britannica. «Don, mio caro ragazzo, è lì?»
«Sì, Sir Isaac.»
La voce del drago tradì un grande sollievo.
«Quando ho chiesto di lei, ho scoperto che qualcuno intendeva incredibilmente rispedirla in quell’orribile luogo che abbiamo appena lasciato. Ho spiegato loro che era stato commesso un errore. Ho paura di essere stato particolarmente fermo sull’argomento. Shucks!»
«Adesso è tutto a posto, Sir Isaac. Grazie.»
«Non è nulla; io le sono ancora debitore. Venga a farmi visita, non appena le sarà possibile. Lo farà, vero?»
«Oh, certo!»
«Grazie, e auguri! Shucks!»
Don voltò le spalle al microfono, e scoprì che il comandante delle forze venusiane lo stava studiando, con aria enigmatica.
«Lei sa chi è il suo amico?»
«Chi è?» Don sibilò il nome venusiano, e poi aggiunse, «Si fa chiamare ‘Sir Isaac Newton’.»
«È tutto quello che sa?»
«Be’, credo di sì.»
«Uhm…» L’ufficiale fece una pausa, poi proseguì, «Tanto vale che lei sappia quel che mi ha influenzato. ‘Sir Isaac’, come lei lo chiama, discende in linea diretta dall’Uovo Originale, posto nel fango di Venere nel giorno della Creazione. È per questo che non posso far niente, nel suo caso. Attendente!»
Don si lasciò accompagnare fuori, e non disse niente. I terrestri che si erano lasciati convertire alla religione dominante di Venere erano casi più unici che rari; non si trattava, infatti, di una fede che cercasse proseliti. Ma nessuno ne rideva; tutti la prendevano molto seriamente. Un terrestre su Venere può non credere nell’Uovo Divino, e in tutto ciò che esso implica; ma tra le paludi e nel fango e sotto le nebbie del pianeta, il terrestre trova più conveniente… e molto più sicuro… parlarne con estremo rispetto.
Sir Isaac era un Figlio dell’Uovo! Don provò quel vago rispetto, quel confuso timore che colpisce anche il più convinto democratico quando egli si trova di fronte a un monarca di antica nobiltà. Ebbene… lui aveva parlato con lui, proprio come se fosse stato un vecchio drago qualsiasi… per esempio, uno di quelli che vendevano verdura nel mercato cittadino.
Ben presto, però, cominciò a considerare la cosa in termini più pratici. Se esisteva qualcuno, su Venere, capace di aiutarlo in qualche maniera nella sua determinazione di raggiungere Marte, probabilmente Sir Isaac era la persona adatta, l’unica capace di riuscirci. Rifletté sul nuovo e inatteso sviluppo della situazione… e si rese conto che, dopotutto, le sue probabilità di raggiungere la famiglia non erano scomparse.
Ma Don non poté vedere subito il suo amico venusiano. Egli venne condotto a bordo del Nautilus, insieme ai passeggeri del Cammino della Gloria diretti a Venere, e a un manipolo di tecnici di Circum-Terra che avevano dichiarato la loro fedeltà a Venere, e non alla Terra. E quando egli scoprì che Sir Isaac era stato trasferito a bordo della Valchiria era ormai troppo tardi per fare qualcosa.
La bandiera del comandante del corpo di spedizione, Alto Commodoro Higgins, fu trasferita da Circum-Terra al Nautilus, e Higgins passò immediatamente alla realizzazione della seconda parte del suo colpo di mano. L’occupazione di Circum-Terra era stata eseguita praticamente senza spargimento di sangue; il successo era dipeso dalla scelta del tempo, e dal fattore sorpresa. Ora il resto dell’operazione doveva essere condotto a termine prima che una discrepanza nei tempi di trasferimento venisse notata sulla Terra.