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«Ora noi distruggiamo questa minaccia.

«Tra pochi minuti questo scandalo che macchia i cieli liberi e puliti della Terra, questa pistola puntata alla nuca degli uomini in tutto il vostro pianeta, cesserà di esistere. Uscite dalle vostre case, guardate il cielo. Guardate un nuovo sole brillare per qualche istante, e sappiate che questa luce è la luce della Libertà, che invita la Terra intera a liberarsi.

«Popoli soggetti della Terra, popoli succubi di governanti imbelli, noi uomini liberi della Repubblica di Venere vi salutiamo con questo segno!»

Il commodoro rimase seduto, e fissò direttamente negli occhi ciascun componente del suo titanico pubblico, mentre le note trascinanti di Stella Mattutina di Speranza seguivano le sue parole. Don non riconobbe l’inno della nuova nazione; riuscì soltanto a rendersi conto della sua forza, della promessa che le sue note parevano contenere.

Improvvisamente, lo schermo diventò lattescente, e nello stesso istante ci fu un lampo di luce così intensa da vincere la resistenza degli oblò schermati, e da tormentare il nervo ottico. Don stava ancora scuotendo il capo, per vincere quel tormentoso effetto, quando attraverso il sistema di comunicazione di bordo una voce annunciò:

«Togliere gli schermi!»

Un soldato che si trovava di fronte al grande oblò del compartimento stava già rimuovendo lo schermo metallico; Don si unì alla folla, e guardò fuori.

Un secondo sole ardeva come una fiamma bianca, e ingigantiva sempre più, mentre Don lo fissava. Quella che sulla Terra sarebbe stata… che era stata in tante terribili occasioni… una nube a forma di fungo in rapida ascesa, là, nello spazio profondo, era una perfetta sfera geometrica, che cresceva e cresceva, acquistando dimensioni incredibili. E continuò a crescere, passando dal bianco purissimo a un bizzarro viola argenteo, poi si chiazzò di porpora, di rosso e di scarlatto. E continuò a crescere, fino a nascondere completamente la Terra che galleggiava nel cielo, dietro di essa.

Nel momento in cui era stata trasformata in una nube cosmica radioattiva, Circum-Terra stava passando sopra, o davanti, al Nord Atlantico; l’enorme nube incandescente fu visibile perciò in quasi tutte le regioni abitabili del globo, come un ardente simbolo nel cielo.

CAPITOLO VII

LA STRADA TORTUOSA

Subito dopo la distruzione di Circum-Terra, il segnale di allarme dell’incrociatore ululò, e gli altoparlanti ruggirono, ordinando a tutti gli uomini di raggiungere i posti di accelerazione. Il Nautilus partì, con una grande vampata dei razzi, tracciando la propria orbita per il lungo viaggio per Venere. Quando l’incrociatore siderale fu alla massima velocità di crociera, e i pìccoli razzi laterali avevano dato inizio a una rotazione dell’astronave sul proprio asse, per fornire un minimo di gravità, la sala di comando ordinò di slacciare le cinture. Don slacciò le sue cinture, e si diresse rapidamente verso la sala radio. Fu costretto a discutere per un paio di volte, per superare delle sentinelle.

Trovò la porta aperta; tutti coloro che si trovavano all’interno parevano occupatissimi, e non gli prestarono alcuna attenzione. Egli esitò, poi fece un passo avanti, ed entrò. Una lunga mano parve scaturire dal nulla, e lo afferrò per il gomito.

«Ehi! Dove diavolo credi di stare andando?»

Don rispose, umilmente:

«Voglio soltanto spedire un messaggio.»

«Solo questo, eh? Che cosa ne pensi, Charlie?» Il suo catturatore si rivolse a un soldato che era chino su un apparecchio dai complessi circuiti.

Il secondo soldato sollevò un auricolare della cuffia che portava in testa.

«Sembrerebbe un sabotatore. Probabilmente in ogni tasca ha una bomba atomica.»

Un ufficiale uscì in quel momento da una sala interna.

«Cosa succede qui?»

«L’abbiamo trovato qui chissà come, signore. Dice che vuole mandare un messaggio.»

L’ufficiale squadrò ben bene Don.

«Spiacente. Impossibile. Silenzio radio. Nessuna emissione.»

«Ma…» rispose disperatamente Don, «Io devo trasmettere il messaggio.» Rapidamente, spiegò la sua situazione. «Così,» concluse, «Devo far sapere ai miei genitori dove sono, signore.»

L’ufficiale scosse il capo.

«Non potremmo comunicare con Marte, neppure se non fossimo in silenzio radio.»

«Lo so, signore, ma potreste trasmettere il messaggio alla Luna, che lo ritrasmetterebbe a Marte.»

«Sì, suppongo che potremmo farlo… ma non lo faremo. Vede, giovanotto, mi dispiace davvero per i suoi guai, ma non esiste alcuna possibilità, neppure la più remota, che l’ufficiale comandante permette di violare il silenzio radio per qualsiasi motivo, anche per un motivo assai più importante del suo. La sicurezza dell’astronave ha la precedenza su tutto.»

Don meditò per qualche istante su quelle parole.

«Già, immagino che sia così,» ammise alla fine, depresso.

«Comunque, non mi preoccuperei eccessivamente, se fossi in lei. I suoi genitori scopriranno certamente dove si trova.»

«Uh? Non vedo come. Loro credono che io sia in viaggio per Marte.»

«No, invece… e anche se lo credono, tra poco cambieranno idea. Non c’è alcun segreto su quello che è accaduto; l’intero sistema solare ne è al corrente. Loro potranno scoprire che lei è arrivato fino a Circum-Terra; e potranno sapere anche che il Cammino della Gloria non l’ha riportata sulla Terra. Per eliminazione, rimane solo la possibilità che lei sia in viaggio per Venere. Immagino che in questo stesso momento stiano tempestando di chiamate l’Interplanet, per sapere notizie.»

L’ufficiale gli voltò le spalle, e disse:

«Wilkin, prepara un cartello da appendere alla porta. Scrivi, ‘Silenzio Radio — Non Si Accettano Messaggi’. Ci mancherebbe soltanto che tutti i civili che sono a bordo dell’astronave si presentassero qui, chiedendo di mandare i saluti alla vecchia zia.»

Don si sistemò in un compartimento di terza classe, insieme a tre dozzine di uomini e ad alcuni ragazzi più giovani. Alcuni passeggeri, che avevano pagato un biglietto per sistemazioni migliori, si lamentarono. Anche il biglietto di Don era di prima classe… per la Valchiria e con destinazione Marte… ma fu ben lieto di non essere stato così stupido da protestare, quando vide gli scontenti ritornare con la coda tra le gambe. Le cabine di prima classe, che si trovavano a prua, erano occupate dall’Alta Guardia.

La sua cuccetta era sufficientemente comoda, e un viaggio spaziale, monotono in qualsiasi circostanza, era un po’ meno monotono nel rumore e nei pettegolezzi continui di una corsia comune, mentre in una splendida cabina di prima classe il silenzio e la noia diventavano opprimenti. Durante la prima settimana di viaggio, il medico di bordo annunciò che chiunque lo desiderasse poteva sottoporsi al sonno-freddo. Nel giro di un paio di giorni la grande corsia si era quasi svuotata; i passeggeri mancanti erano stati drogati e congelati e stivati nei serbatoi del sonno-freddo, che occupavano l’intero compartimento poppiero. Ibernati e incoscienti, quei passeggeri avrebbero passato sognando le lunghe settimane che li aspettavano.

Don non scelse il sonno-freddo. Rimase ad ascoltare una discussione, nella corsia, una discussione piena di equivoci e di fatti compresi a metà, sull’influenza o meno del sonno-freddo sulla durata di una vita umana.