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«Secondo me, le cose stanno così,» pontificò un passeggero. «Noi abbiamo tanto tempo da vivere… giusto? La durata è già nei nostri geni; salvo incidenti, si può vivere per un determinato periodo. Ma quando ci si fa congelare, tutto il corpo è rallentato. Il nostro orologio si ferma, per usare un modo di dire efficace. In questo periodo, il tempo non può agire contro di noi Se la nostra vita deve durare, diciamo, ottant’anni, nel caso del lungo-sonno la vita durerà ottant’anni più tre mesi, o qualunque sia il periodo del sonno-freddo. Così, io sono favorevole.»

«Lei si sbaglia moltissimo,» gli fu risposto. «Più di così è impossibile. Scegliendo il sonno-freddo, lei semplicemente perde tre mesi di vita. No, non fa per me, spiacente!»

«Lei è pazzo. Io ho deciso.»

«Si serva pure. E un’altra cosa…» Il contradditore a questo punto si era avvicinato ancor più agli altri, e aveva abbassato la voce, con aria circospetta. «Dicono che quei ragazzi del servizio medico interrogano chi si sottopone al sonno-freddo, quando inizia la perdita di conoscenza. E vuole sapere il perché? Perché il commodoro pensa che a Circum-Terra delle spie siano riuscite a intrufolarsi a bordo.»

A Don non importava sapere chi dei due avesse ragione. Lui si sentiva troppo vivo per cercare deliberatamente una ‘morte provvisoria’, solo per ingannare la noia di un lungo viaggio. Ma quest’ultimo commento lo aveva fatto sobbalzare. Delle spie? Era possibile che l’I.B.I. fosse riuscita a piazzare degli agenti a bordo, proprio sotto il naso dell’Alta Guardia? Gli pareva assurdo. Eppure l’I.B.I. aveva fama di riuscire a intrufolarsi dappertutto. Si guardò intorno, passò in rassegna gli altri passeggeri, chiedendosi quale, tra loro, potesse viaggiare sotto una falsa identità.

Abbandonò il problema, dopo poco tempo… almeno l’I.B.I. non si interessava più a lui.

Se Don non avesse saputo di trovarsi a bordo del Nautilus, diretto a Venere, avrebbe potuto tranquillamente credere di essere sulla Valchiria, in volo per Marte. Le astronavi erano della stessa classe, e una regione del vuoto spazio siderale è generalmente uguale a qualsiasi altra regione. Certo, il Sole ingrandiva frazionalmente ogni giorno, invece che rimpicciolire… ma nessuno guarda mai direttamente il Sole, neppure da Marte. La vita di bordo seguiva la stessa, monotona giornata di Greenwich adottata da tutti gli incrociatori siderali; la colazione era pronta all’ora esatta del ‘mattino’; la posizione dell’astronave veniva annunciata regolarmente a ‘mezzogiorno’; le luci venivano attenuate di ‘notte’.

Perfino la presenza dei soldati, a bordo dell’incrociatore, non era ingombrante, né influiva troppo sulla vita degli altri. I militari se ne stavano nei loro quartieri, a prua, quartieri che erano proibiti ai civili, se non per motivi di lavoro. Passarono quarantadue giorni di viaggio, prima che Don avesse nuovamente occasione di andare a prua… per farsi medicare un taglio al dito nell’infermeria. Dirigendosi verso prua, sentì una mano sulla spalla, e si fermò di colpo, voltando il capo.

Riconobbe il sergente McMasters. Il sergente portava la stelletta di commissario di bordo, appartenente al servizio di polizia dell’astronave.

«Cosa sta facendo da queste parti?» domandò il sergente. «Curioso, eh?»

Don sollevò il dito ferito.

«Non stavo curiosando; volevo farmi medicare questo.»

McMasters guardò il dito.

«Si è ferito, eh? Be’, lei è nel corridoio sbagliato. Questo conduce alla sala delle bombe, non ai quartieri passeggeri. Un momento… ma non ci siamo già conosciuti, noi due?»

«Certo!»

«Ah, adesso ricordo! Tu eri il ragazzo convinto di andare su Marte!» Il tono del sergente si fece più amichevole, e il ‘lei’ formale fu sostituito da un atteggiamento assai più confidenziale.

«Sono ancora convinto di andare su Marte.»

«Davvero? A quanto sembra, tu preferisci prendere la via tortuosa, e più lunga… diciamo, più lunga circa cento milioni di miglia. A proposito della via tortuosa, non mi hai spiegato per quale motivo ti trovo nella direzione della sala delle bombe.»

Don sentì che le guance gli diventavano rosse.

«Io non so dov’è la sala delle bombe. Se mi trovo nel corridoio sbagliato, mi mostri quello giusto.»

«Vieni con me.» Il sergente lo accompagnò, discendendo per due ponti, fino a un punto in cui la rotazione dell’astronave li rendeva lievemente più pesanti; dopo un altro corridoio, Don fu condotto in un ufficio. «Siediti. L’ufficiale di guardia sarà qui subito.»

Don restò in piedi.

«Io non voglio vedere l’ufficiale di guardia. Voglio tornare nel mio compartimento.»

«Siediti, ho detto. Adesso ricordo benissimo il tuo caso. Forse la strada più lunga sei stato costretto a prenderla, ma esiste la remota possibilità che tu l’abbia imboccata di proposito.»

Don inghiottì, cercando di soffocare l’aspra risposta che avrebbe voluto dare, e tacque.

«Senza offesa,» disse McMasters. «Che ne diresti di una tazza di solubile?» Si avvicinò a una caffettiera automatica, e versò due tazze della bevanda.

Don esitò, poi ne accettò una. Era la miscela venusiana, nera e amarissima e molto forte. Don scoprì che il sergente. McMasters cominciava a essergli simpatico. Il sergente sorseggiò con calma la bevanda, fece una serie di smorfie, e poi disse:

«Tu devi essere nato con la camicia. In questo momento, avresti dovuto essere un cadavere.»

«Eh?»

«Avresti dovuto ritornare a bordo del Cammino della Gloria, no? L’ordine era partito dal Vecchio, quindi era più o meno irrevocabile. E allora?»

«Non riesco a seguirla.»

«La notizia non è trapelata? Be’, suppongo che sia rimasta a prua. Il Cammino non ce l’ha fatta.»

«Eh? Si è schiantato?»

«Neanche per sogno! Tra l’altro, non avrebbe fatto in tempo. I terricoli della Federazione si sono innervositi, e l’hanno cancellato dal cielo, con un paio di missili ben diretti. Non riuscivano a entrare in comunicazione con l’astronave, e l’hanno immaginato che ci fossero delle bombe, o peggio, a bordo… una specie di testa sul ponte, suppongo. Comunque, l’hanno fatta esplodere prima ancora che rientrasse nell’atmosfera.»

«Oh…»

«È per questo che dico che sei nato con la camicia… dato che avresti dovuto tornare a bordo del Cammino.»

«Ma io non dovevo tornare sulla Terra. La mia destinazione è Marte.»

McMasters lo fissò, spalancando gli occhi, poi scoppiò in una grande risata:

«Ragazzo mio, non ho mai visto una mente più a senso unico della tua! Sei testardo come un ‘vieni-sopra’.»

«Può darsi, ma continuo a dire che arriverò su Marte.»

Il sergente posò la sua tazza.

«Perché non ti metti a ragionare, e la pianti con queste sciocchezze? Vedi, probabilmente questa guerra durerà dieci o quindici anni. È probabile che non ci sarà più un’astronave diretta a Marte per tutto questo periodo… Per lo meno, non una nave passeggeri.»

«Be’… sono sicuro che riuscirò a trovare la maniera per andarci, in un modo o nell’altro. Non saprei dire come, ma lo sento. Però…» meditò un istante sulle parole del soldato. «Cosa le fa pensare che la guerra sarà così lunga?»

McMasters lo fissò.

«Hai studiato la storia?»

«Un po’.»

«Ricordi in quale modo le colonie d’America riuscirono a liberarsi dal dominio dell’Inghilterra? Portarono avanti una guerriglia per otto anni, combattendo solo raramente, qua e là… eppure l’Inghilterra era così potente, che avrebbe potuto schiacciare letteralmente le colonie in un giorno. Perché non lo ha fatto?»