Ma c’era qualche merito, nell’idea di arruolarsi nell’Alta Guardia? Pareva una soluzione troppo drastica, perfino se avesse potuto funzionare… e benché Don sapesse pochissimo sulle organizzazioni militari, aveva il cupo sospetto che il sergente avesse semplificato eccessivamente le cose. Servirsi dell’Alta Guardia per arrivare su Marte per i propri scopi avrebbe potuto rivelarsi insoddisfacente e pericoloso come tentare di rubare un passaggio a bordo di un razzo sedendosi sugli alettoni.
D’altra parte, Don si trovava in un’età alla quale l’idea di prestare servizio militare aveva un fascino già di per se stessa. L’idea della divisa, della vita militare, aveva una certa attrazione anche su di lui. Se i suoi sentimenti nei confronti di Venere fossero stati appena più forti, lui avrebbe potuto facilmente convincersi del fatto che era suo dovere schierarsi dalla parte dei coloni, e arruolarsi nell’esercito venusiano… sia che questo potesse condurlo fino a Marte, oppure no.
Arruolarsi era attraente anche per un altro motivo: l’atto avrebbe dato una prospettiva e una direttrice di marcia alla sua vita. Lui cominciava ad avvertire il primordiale, lacerante senso di tragedia del profugo in tempo di guerra… come un albero che aveva perduto le radici, come una perla che era stata scagliata fuori dell’ostrica. L’uomo ha bisogno della libertà, ma sono pochissimi gli uomini tanto forti da sentirsi felici nella libertà assoluta. Un uomo ha bisogno di sentirsi parte di un gruppo, con relazioni accettate e rispettate. Alcuni uomini si arruolano nelle legioni straniere per spirito di avventura; moltissimi altri — e sono la maggioranza — giurano fedeltà su un pezzo di carta allo scopo di acquistare un’intelaiatura di doveri e obblighi, di tradizioni e tabù, un orario per lavorare e un orario per oziare, un camerata con il quale litigare e un sergente da odiare… in breve, per appartenere a qualcosa.
Don era un «profugo», come qualsiasi vagabondo senza terra della storia; non aveva neppure un pianeta suo. Non era consapevole di questa sua necessità spirituale… ma da quel giorno, cominciò a guardare i soldati dell’Alta Guardia, quando essi passavano, cercando d’immaginare che cosa avrebbe provato indossando quell’uniforme.
Il Nautìlus non prese terra, né si accostò a una stazione spaziale. Invece, la sua velocità venne ridotta, mano a mano che l’incrociatore si avvicinava al pianeta, fino a farlo entrare in un’orbita di parcheggio circumpolare di due ore; a pochissime miglia di distanza dalle prime propaggini dell’argentea coltre di nubi eterne del pianeta. Le colonie di Venere erano troppo giovani e troppo povere per permettersi il lusso di una grande stazione orbitale nello spazio, ma una rapida orbita circumpolare di parcheggio faceva sì che l’astronave sorvolasse ogni porzione del globo ruotante, uno «spicchio d’arancio» a ogni orbita… Un traghetto partito dalla superficie avrebbe potuto decollare da qualsiasi punto di Venere, stabilire un appuntamento orbitale con l’incrociatore, e poi sbarcare nel suo porto di partenza, o in qualsiasi altro punto di arrivo, dopo avere usato il minimo teorico di carburante possibile. Non appena il Nautìlus fu entrato nell’orbita di parcheggio, una lunga teoria di traghetti siderali cominciò a sciamare intorno al grande incrociatore cosmico. I traghetti erano più simili ad aeroplani che ad astronavi, perché, benché ciascuno di essi fosse sigillato e pressurizzato per operare fuori dell’atmosfera, al momento di stabilire il contatto con le astronavi in orbita, ognuno era fornito di ali e alettoni, ed era alimentato sia da reattori atmosferici, sia da motori a razzo. Come le rane, i traghetti erano anfibi; potevano sopravvivere nell’aria e nel vuoto interplanetario.
Il Sole era molto più grande, nello spazio venusiano, e le stelle erano quasi sommerse dallo splendore dell’astro; ma il nero cosmico era più vellutato che mai. Grandi sciami meteorici percorrevano quello spazio, in direzione del Sole; ma lo scenario, a parte la maggiore vicinanza alla primaria, era abbastanza simile a quello che ogni uomo può vedere, non appena lascia i vincoli dell’atmosfera che ha respirato il giorno della sua nascita.
Un traghetto sarebbe stato scagliato, come il proiettile di una fionda, dalla superficie; i reattori sarebbero entrati in funzione, ed esso sarebbe salito grazie alle proprie ali, raggiungendo le altezze rarefatte e gelide della stratosfera, a velocità superiori alle tremila miglia orarie. Là, nello splendore fiammeggiante dello spazio venusiano, quando i reattori avrebbero smesso di funzionare per mancanza di aria, sarebbero entrati in funzione i motori a razzo, che avrebbero fornito l’ultima ‘spinta’ per raggiungere una velocità orbitale di circa dodicimila miglia orarie, permettendo al traghetto di affiancarsi a un incrociatore siderale, e stabilire il rendez-vous nel cosmo.
Una manovra accurata, e ben realizzata. Per arrivarci, era necessario un computo estremamente preciso dei tempi, delle orbite, del consumo di carburante, e delle condizioni meteorologiche dell’alta atmosfera; tutto questo si riduceva a un’elaborata serie di calcoli matematici, che potevano essere realizzati anche da un cervello elettronico. Quello che i calcoli matematici e i cervelli elettronici non potevano dare — e che era necessario per il buon esito dell’impresa — era il virtuosismo dei piloti, che erano tra i migliori esistenti, e anche tra i più coraggiosi; ma l’intera operazione faceva risparmiare denaro. Una volta compiuto il carico del traghetto, dopo l’appuntamento con l’incrociatore, era necessario accendere i razzi per qualche istante, frenando la velocità orbitale, in senso contrario all’orbita, e subito il traghetto sarebbe precipitato in un’orbita più bassa, che finalmente avrebbe incontrato l’atmosfera, permettendo al pilota di compiere un ‘tuffo’ in caduta libera verso la superficie, scivolando come un aliante, annullando la tremenda velocità inerziale con il continuo abbassamento nell’atmosfera sempre più densa e naturalmente frenante. Anche per questo, il pilota doveva essere un artista autentico, perché doveva, nello stesso tempo, frenare la velocità inerziale e conservarla per raggiungere la destinazione desiderata. Un traghetto che fosse atterrato nelle giungle o nelle paludi, a mille miglia di distanza da un astroporto, non avrebbe mai più viaggiato, anche se il pilota e i passeggeri fossero riusciti ad allontanarsi a piedi, vivi, dal punto di atterraggio; cosa già di per sé difficile.
Don lasciò l’incrociatore a bordo del Cyrus Buchanan, un piccolo scafo aerodinamico di meno di trecento piedi di apertura d’ala. Da un oblò, Don assisté al rendez-vous orbitale, osservando il lento avvicinamento nello spazio ai portelli stagni; notò che i tre globi della Interplanet Lines erano stati cancellati frettolosamente, e inadeguatamente, da un nuovo strato di vernice, sulla prua; sopra era stato scritto, con la vernice: MEDIA GUARDIA — REPUBBLICA DI VENERE. Quell’emblema cancellato gli fece comprendere l’esistenza e l’entità della rivoluzione con maggiore intensità di quanto lo stesso attacco a Circum-Terra, e la conseguente esplosione nel cosmo, avessero potuto fare. L’Interplanet era forte come il governo… alcuni dicevano che la compagnia era il governo. Ora, degli audaci ribelli avevano osato l’impensabile… avevano espropriato le navi della grande compagnia di trasporto e comunicazioni, avevano cancellato quei tre globi orgogliosi, il simbolo della Triplanetaria…
Don sentì in quel momento i venti gelidi della storia soffiare raggelanti intorno a lui. McMasters aveva ragione. Ora lui credeva, senza più ombra di dubbio, che nessuna astronave sarebbe più partita da Venere per il rosso pianeta Marte.