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Quando venne il suo turno, attraversò, prendendo la spinta dalle pareti, i doppi portelli stagni, e sempre in caduta libera si trovò a bordo del Cyrus Buchanan. Lo steward di bordo indossava ancora la divisa dell’Interplanet, ma l’emblema della compagnia era stato staccato, e dei galloni dorati a V erano stati cuciti sulle maniche. E con questo mutamento, era venuto anche un mutamento di modi; l’uomo trattò i passeggeri con efficienza, ma senza l’ossequio a pagamento della persona a metà strada tra il funzionario e il servitore.

La discesa fu lunga, tediosa, e torrida, come lo è sempre una decelerazione in caduta libera attraverso l’atmosfera. Dopo un’ora dal distacco incontrarono le prime propaggini rarefatte della stratosfera; ben presto Don e gli altri passeggeri si sentirono schiacciare da un peso quasi completo, e affondarono nei lettucci antigravitazionali; poi il pilota fece alzare il traghetto, decidendo evidentemente che il Cyrus Buchanan si stava surriscaldando, e lo fece impennare tangenzialmente, in caduta libera. Questo accadde più volte, gravità e caduta libera, pressione e imponderabilità, come un sasso che rimbalza sulla superficie di un lago, un’altalena che dava la nausea e stordiva, un cosmico battello tra i flutti della costa e degli scogli, un’esperienza scomoda e tremendamente faticosa.

Don non fece caso alla scomodità. Ormai era ritornato uno spaziale; il suo stomaco era indifferente alle improvvise accelerazioni, e perfino ai vuoti di gravità. Dapprima provò una grande eccitazione, per essere ritornato tra le nubi di Venere; ma dopo qualche tempo l’eccitazione cedette il passo alla noia. Dopo molto tempo, fu bruscamente risvegliato da un cambiamento di moto; il traghetto stava scendendo nell’ultima discesa, e il pilota stava osservando col radar lo spazio davanti a sé, preparandosi all’atterraggio. Poi il Cyrus Buchanan toccò terra, sussultò, e vibrò a lungo nell’acqua che scorreva sotto lo scafo. Finalmente rallentò, e si fermò. Dopo una considerevole attesa, quello che era diventato un battello fu trainato fino alla sua banchina di arrivo. Lo steward si alzò in piedi, e gridò:

«Nuova Londra! Repubblica di Venere! Preparate i vostri documenti.»

CAPITOLO VIII

«LE VOLPI HANNO TANE E GLI UCCELLI DELL’ARIA HANNO NIDI…»

Matteo, VIII: 20

L’immediato proposito di Don era quello di chiedere la strada dell’ufficio della I.T. T., dove avrebbe potuto compilare un radiogramma per i suoi genitori, ma non poté sbarcare immediatamente; prima i passeggeri dovevano sottoporsi all’esame dei documenti, e a un esame fisico e a un interrogatorio. Don si trovò, diverse ore dopo, ancora seduto fuori dell’ufficio della sicurezza, in attesa di venire interrogato. Il suo status irregolare lo aveva messo all’ultimo posto della fila.

Oltre ad essere affamato, stanco, e annoiato, aveva le braccia indolenzite… erano coperte, dalla spalla al polso, da forellini d’iniezioni, prodotti dagli innumerevoli test d’immunità alle innumerevoli malattie bizzarre e orrende, e agli infiniti parassiti fungoidi che provocavano innominabili infezioni, un’intera gamma di morbi alieni esistenti sul secondo pianeta del sistema solare. Avendo un tempo vissuto lassù, egli conservava un’immunità completa dagli strani pericoli di Venere… una cosa ottima, pensò, perché altrimenti avrebbe dovuto trascorrere settimane e settimane in quarantena, settimane durante le quali gli sarebbero stati iniettati tutti gli antidoti e i vaccini senza i quali un organismo terrestre non avrebbe potuto sopravvivere neppure un mese all’atmosfera umida del pianeta delle nebbie. Si stava massaggiando le braccia, e si stava già domandando se non fosse giunto il momento per cominciare a protestare con una certa violenza, quando la porta si aprì e venne chiamato il suo nome.

Lui entrò subito. Un ufficiale della Media Guardia era seduto dietro una scrivania, e stava osservando i documenti di Don.

«Donald Harvey?»

«Sì, signore.»

«Francamente, il suo caso mi rende perplesso. Non abbiamo nessun inconveniente nell’identificarla; le sue impronte coincidono con quelle registrate durante il suo precedente soggiorno. Ma lei non è un cittadino.»

«Certo che lo sono! Mia madre è nata qui.»

«Uhm…» L’ufficiale tamburellò sul piano della scrivania con il pollice e il medio. «Io non sono un avvocato. Capisco quel che lei vuole dimostrare, ma, dopotutto, quando sua madre è nata, non esisteva nessuna nazione chiamata Repubblica di Venere. A me sembra che lei sia un caso unico, con i precedenti ancora da stabilire.»

«E allora in quale posizione mi trovo?» disse lentamente Don.

«Non lo so. Non sono neppure certo che lei abbia il diritto legale di trovarsi qui.»

«Ma io non voglio restare qui! Sono soltanto di passaggio.»

«Eh?»

«Io sto andando su Marte.»

«Oh, quello! Già, ho visto i suoi documenti… un vero peccato. E adesso parliamo di cose sensate, d’accordo?»

«Vede, signore, io sono deciso ad andare su Marte,» ripeté Don, con ostinazione.

«Ma certo, ma certo. E quando morirò, io andrò in paradiso. Nel frattempo, lei è un residente di Venere, che ci piaccia o no. Senza dubbio i tribunali decideranno, a suo tempo, se lei possa essere considerato anche un cittadino. Signor Harvey, ho deciso di lasciarla in libertà.»

«Uh?» Don fu sorpreso; non aveva pensato neppure per un momento che la sua libertà potesse essere in discussione.

«Sì. Lei non mi pare una minaccia alla sicurezza della Repubblica di Venere, e io non ho desiderio di trattenerla indefinitamente in quarantena. Basta che tenga il naso fuori da questioni sospette, e mi telefoni il suo indirizzo, non appena avrà trovato un posto in cui fermarsi. Ecco qui i suoi documenti.»

Don ringraziò l’ufficiale, raccolse i suoi bagagli, e uscì in fretta. Una volta fuori, indugiò per grattarsi ben bene le braccia, prima il destro e poi il sinistro.

Alla banchina di fronte all’edificio una lancia anfibia era ormeggiata; il timoniere era appoggiato al timone, pigramente. Don disse:

«Mi scusi, ma io voglio mandare un messaggio radio. Potrebbe dirmi dove devo andare?»

«Certo. All’I.T. T. Edificio di Strada Buchanan, Isola Centrale. È arrivato con il Nautilus

«Esatto. Come ci arrivo?»

«Salti su. Dovrò fare un altro viaggio tra cinque minuti. Devono arrivare degli altri passeggeri?»

«Non credo.»

«Lei non parla come un mangia-nebbia.» Il timoniere lo squadrò ben bene.

«Sono cresciuto qui,» gli assicurò Don. «Ma sono stato via, a scuola, per diversi anni.»

«È riuscito a scivolare per un pelo sotto il reticolato, eh?»

«Già, penso di sì.»

«Fortunato. Penso che la patria sia sempre il posto migliore.» Il timoniere si guardò intorno, con aria soddisfatta, guardò il cielo livido e fangoso e le acque scure e limacciose.

Ben presto, accese il motore e staccò gli ormeggi. Il piccolo battello cominciò a muoversi lentamente, attraverso gli stretti canali, girando intorno alle isole e ai banchi di terra che si vedevano appena a pelo d’acqua. Pochi minuti dopo Don sbarcò in fondo a Strada Buchanan, l’arteria principale di Nuova Londra, capitale di Venere.

C’erano diverse persone che oziavano intorno alla banchina di sbarco; costoro lo guardarono con attenzione. Due persone erano i galoppini di qualche pensione o gruppo di camere ammobiliate; Don se ne liberò in fretta, e si avviò per Strada Buchanan. La strada era piena di gente, ma era stretta, sinuosa, e piena di fanghiglia. Due grandi insegne al neon, una su ciascun lato della strada, disperdevano con la loro luce brillante l’eterna nebbia di Venere. Su una c’era scritto: ARRUOLATI OGGI STESSO!!! LA TUA NAZIONE HA BISOGNO DI TE; l’altra esortava, in lettere più grandi: Bevi COCA-COLA - Imbottigliata nello Stabilimento di NUOVA LONDRA!