Il Palazzo dell’I.T. T. era a qualche centinaio di metri di distanza, lungo la strada, quasi all’estremità opposta di Isola Centrale, ma era facile trovarlo, poiché si trattava dell’edificio più grande dell’isola. Don salì sul bordo rialzato dell’edificio, e si trovò nell’ufficio locale della Corporazione Interplanetaria Telefono e Televideo. Una giovane donna era seduta dietro una scrivania, a uno sportello.
«Vorrei spedire un radiogramma,» disse Don.
«Siamo qui per questo.» La giovane donna gli porse un blocco e una penna.
«Grazie.» Don compose un messaggio, con un notevole sforzo di concentrazione, cercando di essere nello stesso tempo rassicurante ed esauriente, usando il minor numero di parole. Alla fine, porse il testo definitivo alla giovane donna.
La ragazza inarcò un sopracciglio, alla vista dell’indirizzo, ma non fece commenti. Si limitò a contare le parole, consultò un libriccino, e disse:
«Fanno centottantasette e cinquanta.»
Don contò la somma, notando, preoccupato, che si stava producendo una voragine nel suo patrimonio.
La ragazza lanciò un’occhiata alle banconote, e le respinse.
«Lei sta scherzando, vero?»
«Cosa succede?»
«Mi offre del denaro della Federazione. Cerca di mettermi nei guai?»
«Oh.» Ancora una volta, Don avvertì un senso di vuoto alla bocca dello stomaco, e gli parve che il pavimento si dissolvesse sotto di lui, lasciandolo in un abisso oscuro… una sensazione che ormai gli era familiare. «Senta… sono appena arrivato con il Nautilus. Non ho avuto il tempo di cambiare il denaro. Potrei inviare il messaggio con tassa a carico del destinatario?»
«A Marte?»
«E cosa dovrei fare?»
«Be’, c’è la banca, proprio in fondo alla strada. Se fossi in lei, proverei là.»
«Penso che abbia ragione. Grazie.» Fece per prendere il messaggio; lei lo fermò.
«Stavo per dirle che lei può passarci il suo messaggio, se vuole. Avrà due settimane di tempo per pagarlo.»
«Uh? Be’, grazie!»
«Non mi ringrazi. Il messaggio non potrà partire, prima di due settimane, e lei non dovrà pagarlo finché non saremo pronti a trasmetterlo.»
«Due settimane? Perché?»
«Perché Marte in questo momento si trova esattamente dall’altra parte del Sole; il messaggio non arriverebbe. Dovremo aspettare che il pianeta esca dal cono d’ombra solare.»
«Be’, che cos’hanno i satelliti relé?»
«C’è una guerra in corso… spero che se ne sia accorto.»
«Oh…» Don si sentì un perfetto stupido.
«Accettiamo ancora dei messaggi privati, in arrivo e in partenza, sul canale Terra-Venere… sotto il diretto controllo della censura… ma non potremmo assicurare la ritrasmissione del suo messaggio dalla Terra a Marte. A meno che lei non possa dare istruzione a qualcuno, sulla Terra, per pagare la seconda trasmissione.»
«Uh… temo che questo sia impossibile.»
«Forse è meglio così. Può darsi che non le ritrasmettano il messaggio, nemmeno se lei avesse qualcuno pronto a pagare il conto. La censura della Federazione potrebbe sopprimerlo. Così, mi dia quel modulo, e io lo metterò in lista di attesa. Potrà pagare dopo.» Lanciò un’occhiata al messaggio. «A quanto pare, lei ha cominciato ad attraversare un periodo di sfortuna nera. Quanti anni ha,» diede un’altra occhiata al modulo, «Don Harvey?»
Don glielo disse.
«Uhm… dimostra più dei suoi anni. Io sono più vecchia di lei; credo che questo mi renda più o meno sua nonna. Se ha bisogno di qualche altro consiglio, si fermi qui, e chieda a nonna Isobel… Isobel Costello.»
«Uh, grazie, Isobel.»
«Niente di speciale. Normale servizio dell’I.T. T.» Gli fece un caldo sorriso. Don se ne andò, sentendosi incredibilmente confuso.
La banca era vicina al centro dell’isola; Don ricordò di essere passato davanti all’edificio. La scritta sul pannello di vetro diceva: BANCA D’AMERICA E HONGKONG. Sopra questa scritta era stato incollato del nastro adesivo, che cancellava quasi completamente le lettere, e più in basso c’era un’altra scritta, dipinta a mano con vernice bianca: COMPAGNIA DI DEPOSITI E CREDITI DI NUOVA LONDRA. Don entrò, scelse la fila più breve, e dopo un po’ di attesa spiegò le sue esigenze. L’impiegato indicò con il pollice una scrivania, dietro una grata metallica.
«Chieda a lui.»
Dietro la scrivania era seduto un anziano cinese, che indossava una specie di lunga vestaglia nera. Quando Don si avvicinò il cinese si alzò, s’inchinò profondamente, e disse:
«Posso esserle utile, signore?»
Don spiegò nuovamente la situazione, e posò il suo fascio di banconote sulla scrivania del banchiere. L’uomo guardò il denaro senza toccarlo.
«Oh, sono infinitamente dolente…»
«Per quale motivo?»
«Lei giunge dopo la data fino alla quale si poteva cambiare legalmente il denaro della Federazione con valuta della Repubblica.»
«Ma non ho avuto la possibilità di venire prima! Sono appena arrivato.»
«Sono molto dolente. Purtroppo non sono io a fare le leggi.»
«Ma che cosa posso fare?»
Il banchiere chiuse gli occhi, poi li riaprì.
«In questo mondo imperfetto, è necessario avere del denaro. Lei ha qualcosa da offrire in pegno?»
«Uh, penso di no. Solo i miei vestiti, e questi bagagli.»
«Non ha preziosi? Gioielli? Oggetti di valore?»
«Be’, ho un anello, ma non credo che possa valere molto.»
«Me lo faccia vedere.»
Don sfilò l’anello dal dito, l’anello che il dottor Jefferson gli aveva spedito per posta, e lo diede al cinese. Il banchiere sistemò sull’occhio una lente da orologiaio, ed esaminò l’anello.
«Temo che lei abbia ragione. Non si tratta neppure di vera ambra… soltanto un’imitazione plastica. Però… un simbolo di pegno legherà l’uomo onesto come una catena. Sono pronto ad anticiparle cinquanta crediti, su questo pegno.»
Don riprese l’anello, ed esitò. L’oggettino non poteva valere neppure un decimo di quella somma… e il suo stomaco gli ricordava che la carne aveva dei bisogni impellenti. Eppure… sua madre aveva speso almeno il doppio di quella somma, per assicurarsi che quell’anello gli giungesse (o meglio la carta che lo avvolgeva, si corresse) e il dottor Jefferson era morto, per un motivo che doveva avere, apparentemente, qualche relazione con quell’insignificante souvenir.
Se lo rimise al dito.
«Non sarebbe onesto. Penso che farò meglio a cercare un lavoro.»
«Un uomo d’orgoglio. C’è sempre lavoro da trovare in una città nuova e crescente; buona fortuna. Quando avrà trovato un impiego, torni qui, e potremo concederle un anticipo sugli introiti futuri.» Il banchiere infilò la mano tra le pieghe della sua veste, e tirò fuori una banconota da un credito. «Ma prima mangi… uno stomaco pieno rende fermo il giudizio. Mi faccia l’onore di accettare questo, come nostro benvenuto al nuovo ospite.»
Il suo orgoglio diceva di no; il suo stomaco diceva SÌ! Don prese il credito, e disse:
«Uh, grazie! È infinitamente gentile da parte sua. Lo restituirò alla prima occasione.»
«Piuttosto, quando potrà, lo anticipi a qualche altro fratello che ne abbia bisogno.» Il banchiere sfiorò un bottone che si trovava sulla scrivania, poi si alzò in piedi.
Don lo salutò, e uscì.
C’era un uomo appoggiato pigramente al muro, accanto alla porta della banca. Lasciò che Don facesse un paio di passi avanti, poi lo seguì, ma Don non gli prestò alcuna attenzione, essendo completamente assorbito dalle proprie disavventure. Lentamente, dentro di lui si stava facendo strada la comprensione che per molto tempo era rimasta nascosta, ai confini del subcosciente. Aveva rimandato quella consapevolezza di giorno in giorno, vivendo in una specie di confuso stupore, lasciandosi portare dagli eventi senza mai accettarli completamente; ma adesso non era più possibile ingannarsi. Il suo mondo, quel mondo che aveva conosciuto e nel quale era nato e cresciuto, un mondo fatto di pianeti e di navi siderali e di una Federazione unita nel sistema solare, era andato in mille pezzi; come un giocattolo delicato, si era frantumato di fronte a lui, senza che lui se ne rendesse ben conto, e non esisteva alcun modo per rimetterlo assieme, né per farlo ritornare almeno in parte com’era stato. Per tutta la vita aveva vissuto nella sicurezza; non aveva mai sperimentato emotivamente, nella propria persona, i fatti storici fondamentali, che si riducevano a una sola realtà: e cioè che il genere umano vive sempre sull’orlo del pericolo, lottando con le unghie e coi denti, combattendo per la sopravvivenza, senza nulla ad aiutarlo, se non il suo fisico e la sua intelligenza… a volte riuscendo a vincere, ma molto più spesso perdendo… e morendo.